Camerun / Boko haram
Nell’estremo nord del Camerun continuano a susseguirsi gli attacchi degli estremisti islamici nigeriani di Boko haram. La popolazione di questa regione è stremata e vive nel terrore. Il governo di Biya sembra indifferente e non è un caso.

Il villaggio di Ardie Hassa, nella regione dell’estremo nord, è stato colpito nella notte fra mercoledì e giovedì. La setta nigeriana Boko haram ha fatto le sue ennesime vittime sul territorio camerunese, 9 per la precisione. Prima era toccato a Kolofata, Kerawa, Fotokol, Mokolo e anche al capoluogo della regione, Maroua.
Questa guerra, in Camerun, la combattono i civili già stremati dalla fame. Le vittime sono sia cristiani che musulmani, perfettamente integrati nello stato dell’Africa Centrale. Gli attentati suicidi non lasciano scampo a nessuno. Bambine o ragazze si fanno esplodere nei mercati, dove la gente locale cerca di vendere povere cose, riuscendo a malapena a guadagnare 500 Cfa al giorno (nemmeno 80 centesimi di Euro).
I terroristi islamisti reclutano giovani che conoscono il territorio e uccidono il bestiame. «La settimana prossima sarà la festività musulmana della pecora in Camerun e si temono già rappresaglie. Alcuni pastori provenienti dall’estremo nord arriveranno in città per vendere il proprio bestiame. Preferiscono venderlo che vederlo morire durante le incursioni notturne di Boko haram» commenta un abitante di Yaoundé. Intanto il governo di Paul Biya sta facendo ben poco per arginare il problema.

Biya tace
Anche se il presidente della repubblica ha definito la setta islamista nemica del popolo camerunese e ha schierato l’esercito regolare insieme alla Brigata di intervento rapido (Bir- truppa di élite), sono già diversi mesi che dal palazzo del potere non vengono più rilasciati commenti. La Fmm (Forza militare multinazionale, che comprenderebbe gli eserciti uniti di Nigeria, Niger, Camerun, Benin e Chad) non si è ancora organizzata, è divisa al suo interno, mal coordinata e fatica a prendere il controllo della situazione.
Mentre il caos affligge le popolazioni dell’estremo nord, si temono attentati anche nelle altre due grandi città: Douala e Yaoundé. Un attacco è già stato sventato nel quartiere di Messa, a Yaoundé. E solo il quotidiano L’œil du Sahel ha riportato il fatto. Sul resto della stampa nazionale nemmeno un accenno. Silenzio anche da parte del governo. Insomma, non tutto quadra perfettamente. Perché quindi Biya e il suo governo non sembrano preoccuparsi più di tanto? Ci sono ragioni storiche.
Il primo presidente dopo l’indipendenza, Ahidjo, è stato parte delle disgrazie odierne della sua regione d’origine, il nord. Sotto il suo governo, estremamente repressivo, il nord a maggioranza musulmana aveva il controllo dell’amministrazione statale. Tuttavia, meno scolarizzate rispetto alle popolazioni a maggioranza cristiana delle altre regioni del paese, le popolazioni settentrionali non si sono date una solida base economica.
Quando Paul Biya prese il controllo del paese nel 1982 si era ormai formata una frattura fra il nord e il sud. Nel 1984 il tentato colpo di stato da parte dei “nordisti” ha acuito la diffidenza e il governo ha cominciato a penalizzare le regioni settentrionali: repressione, sottosviluppo e pochi investimenti hanno approfondito il solco nord-sud e l’arretratezza della regione. Anche se va rilevato che con il pluralismo politico impostasi negli anni ’90 la situazione è migliorata.

L’impotenza e il complotto
Oggi il “nordista” è ancora visto con diffidenza e come possibile oppositore all’interno di un governo che fatica a combattere una battaglia molto delicata contro un gruppo terroristico che conduce una guerra non convenzionale. Di fronte a una situazione di impotenza, che si manifesta attraverso gli errori commessi dal governo (ovvero la poca educazione delle regioni duramente colpite, che spinge i giovani ad arruolarsi con i terroristi, la poca presenza istituzionale e il poco sostegno economico insieme all’intervento quasi fallimentare dell’esercito), Yaoundé risponde semplicemente cercando un capro espiatorio.
Oltre ad accusare le élite del nord, Biya afferma che la Francia vende armi e materiale logistico ai Boko haram. Parigi insomma punterebbe a destabilizzare il governo Biya per poter controllare le risorse (anche petrolifere) del paese.

L’occhio di Gatama
Il bi-settimanale L’œil du Sahel, da quando la guerra contro la setta jihadista è cominciata, è una fonte di informazioni per la stampa internazionale. Eppure il suo editore, Guibai Gatama, è preoccupato: «Essere del nord in Camerun significa essere bollato come islamista fanatico. Nessuno si fida di te». Sotto inchiesta e addirittura arrestato, il giornalista è determinato a continuare a far conoscere il nord e la sua popolazione al resto del Camerun, sfatando il cliché del nordista complottista e jihadista. «Stiamo facendo campagne mirate, organizzando manifestazioni e facendo pressione sul governo per fare capire alla gente che l’estremo nord soffre e subisce il terrorismo, anziché farne parte. Il nord non è Boko haram e nemmeno vuole riconquistare il potere, ma vuole vivere in pace e svilupparsi con l’aiuto dello stato».

Nella foto in alto soldati camerunesi difendono il ponte Elbeid dai Boko haram. Il ponte separa il confine tra il Nord del Camerun e lo stato del Borno in Nigeria. (Fonte: Ap)

Sopra una cartina del Camerun con in evidenza Kolofata, teatro di alcuni attacchi del gruppo estremista Boko haram.