Nella notte tra mercoledì 28 e giovedì 29 gennaio, un duplice attacco armato ha colpito Niamey, la capitale del Niger. Degli assalitori a bordo di motocicletta hanno fatto irruzione all’aeroporto, il più importante del paese, mentre dei droni kamikaze hanno colpito l’adiacente base aeronautica 101, sede fra l’altro di un contingente militare italiano di circa 300 soldati.
Il Niger è tristemente abituato ad attacchi di natura terroristica, ma questi colpiscono perlopiù le zone rurali. Quello di due giorni fa è tra i primi attacchi jihadisti diretti contro infrastrutture militari e strategiche nella capitale.
Secondo il ministro della Difesa nigerino il generale Salifou Modi, in venti minuti le autorità locali hanno ristabilito l’ordine, con un bilancio di 20 aggressori «neutralizzati» (nel linguaggio del comunicato ufficiale) e 4 soldati nigerini feriti. Pochi i danni materiali: 3 aerei danneggiati dai colpi di fuoco e un deposito di munizioni andato in fiamme.
Mandanti e esecutori
L’attacco è stato rivendicato oggi dallo Stato Islamico, uno dei due principali attori jihadisti del Sahel. La loro comunicazione pone fine alle molte speculazioni sul coinvolgimento o meno delle formazioni terroristiche di matrice islamica.
Ieri, il capo dello Stato nigerino, il generale Abdourahamane Tiani, aveva indicato tra i mandanti i presidenti di Francia, Benin e Costa d’Avorio. «Ricordiamo agli sponsor di questi mercenari, come Emmanuel Macron, Patrice Talon, Alassane Ouattara: li abbiamo sentiti abbaiare abbastanza. Che si preparino a sentirci ruggire», ha dichiarato ieri. Un atto di accusa particolarmente duro ed esplicito, anche per gli standard della giunta militare nigerina, che ha abituato a toni aspri in questo ambito.
L’arrivo della rivendicazione dello Stato Islamico difficilmente porterà il governo a cambiare opinione. La tesi di fondo di Niamey vede il terrorismo jihadista come un fenomeno alimentato dalla Francia e i suoi alleati più fedeli in Africa occidentale, per l’appunto Costa d’Avorio e Benin.
Il portavoce del governo beninese, Wilfried Leandre Houngbedji, ha replicato oggi in modo secco: «è l’unico a credere a queste sciocchezze.»
Il peso dell’uranio
A prescindere dalla mano degli autori, il punto più intricato riguarda il possibile legame dell’attacco con le circa 1.000 tonnellate di cosiddetto yellowcake (concentrato di uranio) stanziato dal governo del Niger nella base 101 da inizio dicembre.
Il carico, dal valore stimato di 300 milioni di euro, è al centro della contesa con l’azienda francese Orano (ex-Areva), gigante dell’estrazione dell’uranio e di tutto il ciclo di combustione nucleare. La multinazionale ha accusato Niamey di espropriazione illegale dei suoi siti minerari nel giugno 2025.
A sua volta, il governo del Niger reclama il mancato saldamento di un debito da 58 miliardi di franchi Cfa (intorno agli 89 milioni di euro) da parte di Orano. In più, la critica per aver «sempre sottovalutato il tenore dell’uranio» nigerino, nelle parole di Alio Daouda, il ministro della Giustizia del Niger.
Da Parigi a Mosca
La disputa è iniziata nel 2023, a pochi mesi dalla presa di potere di Tiani.
Da allora, la nuova giunta militare ha fatto dello sfruttamento del suo sottosuolo una delle sue priorità. In linea con una più ampia politica anti-francese, Niamey ha formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), con i due stati saheliani confinanti, Burkina Faso e Mali.
Di lì a poco, ha iniziato a penalizzare le compagnie legate a Parigi, favorendo società di altri paesi, in primo luogo la Russia, con cui ha stretto legami anche securitari. Non è un caso, se Tiani ha ringraziato le forze militari russe di Africa Corps (il corpo paramilitare che ha sostituito Wagner) per il loro intervento decisivo nel respingere l’assalto di due notti fa.
Solo in vendita o già in consegna?
La Russia ha a che fare anche con il carico di 1.000 tonnellate parcheggiato nella base 101 da quasi due mesi? Secondo quanto riportato da fonti statali francesi, riportate da Le Monde, Mosca sarebbe l’acquirente ultimo. Cosa che le autorità russe e nigerine negano.
Ricostruzioni apparse su Il Foglio a metà gennaio descrivono un processo di consegna già avviato tramite un ponte aereo. È un modo di trasporto ben più costoso rispetto al più consueto tragitto via terra e poi via nave. Ma si tratta anche di un’opzione più sicura, dato che il percorso su strada prevede il passaggio attraverso zone martoriate dall’attività jihadistica, prima di poter arrivare ad un porto lungo la costa del Golfo di Guinea.
E l’Italia che fa?
In questa vicenda specifica, i nostri soldati (gli unici militari occidentali a cui Tiani ha permesso di restare da quando ha preso il potere) compaiono più come figuranti che altro. Di loro sappiamo che sono tutti incolumi, come specificato dal ministro della Difesa Guido Crosetto e da quello degli Esteri Antonio Tajani.
Per ora, i propositi italiani di buoni rapporti con il Niger rimangono imperturbati. Buoni propositi basati sulla convenienza a restare in un luogo nevralgico per il flusso dei migranti, e per il passaggio nello stato Saheliano in un futuro (prossimo o remoto non si sa) del gasdotto che dalla Nigeria dovrebbe arrivare all’Algeria e infine in Italia.