STORIE PERDUTE – GENNAIO 2017
Mauro Armanino

Si trovano nel cortile interno della cattedrale di Niamey. Una statua carbonizzata di uno scultore ivoriano. Una croce spezzata e un calice deformato dal calore. Tutto attorno la cenere ormai solidificata dal vento del deserto. È tutto quanto rimane degli avvenimenti che esattamente due anni or sono hanno segnato un mutamento delle relazioni nella società nigerina.

Il contesto era complicato dall’uccisione dei giornalisti del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi (7 gennaio 2015) e soprattutto dalla frase del presidente Mamadou Issoufou: «Je suis Charlie». La partecipazione alla marcia organizzata di fretta da François Hollande a Parigi, col vescovo di Niamey e l’iman della Grande Moschea della città, avevano completato il quadro.

Il tutto in un montante clima di animosità tra maggioranza e opposizione e in un crescente impatto dei movimenti islamici fondamentalisti sulla popolazione. Ricordo che l’islamismo è in rapida crescita nel Niger. Le scuole coraniche sono più numerose delle scuole di stato e il processo si intensifica coi finanziamenti di alcuni stati arabi del Golfo. Gli ambienti universitari e la classe intelletuale in genere sono da tempo scomparsi dalla scena o comprati al mercato del potere.

Due anni fa, dunque, c’erano tutti gli elementi perché accadesse quanto nessuno si aspettava. Morti, chiese e scuole bruciate, assedio dei cristiani a Zinder, la prima capitale del paese. E soprattutto la paura che quanto accaduto potesse tornare a ripetersi. Le memorie sono pericolose quando si chiamano per nome e resistono alla cancellazione del “politicamente corretto”. Dopo due anni non si sa nulla dei mandanti di quelle violenze pianificate. L’Occidente in generale e la Francia in particolare sono appena sopportati dai nigerini, grazie anche ai soldi della cooperazione bilaterale.

Il Niger è ormai una base militare per i francesi, gli americani e tra non molto i tedeschi. In aggiunta si tenta di bloccare il transito dei migranti. Il mercimonio si sta imponendo gradualmente con soddisfazione di tutti: dei politici e dell’indotto che dai politici e militari attinge il sostentamento. Dal gennaio 2015 ci sono state centinaia di morti ad opera di Boko Haram, decine di migliaia di rifugiati e sfollati, tutta una regione in vendita (all’Arabia Saudita) vicino al lago Ciad.

Per questo la memoria è pericolosa per tutti. Ci si dimenticherà dei morti, delle sofferenze accumulate da anni di repressione, di incarcerati senza giudizio, e infine dell’incapacità dei governanti di innescare un minimo di sviluppo. Sono passati due anni. Le cicatrici sono state cancellate, le chiese rifatte, i muri di cinta rialzati e l’impunità ha trionfato. Nel cortile interno della cattedrale, la cenere si è indurita a causa del vento. Accanto alla statua carbonizzata hanno deposto un mazzo di fiori di plastica.

Violenze a Niamey, gennaio 2015