Le miniere di Arlit
Da Nigrizia 09/2009. Nella regione di Agadez se ne estraggono 3.500 tonnellate l’anno. Fioccano le concessioni e le imprese arrivano a frotte. Non solo da Parigi. La ribellione delle popolazioni locali.

Il Museo nazionale è una meta interessante per chi è di passaggio a Niamey. Non solo per osservare da vicino il lavoro degli artigiani del cuoio e dell’argento, ma perché, quando si visitano i sei padiglioni bianchi e azzurri immersi in un parco, si ha l’opportunità di percorrere in poco tempo la storia del paese e conoscere le tradizioni dei gruppi etnici che lo compongono.

Uno spazio del museo è dedicato all’estrazione dell’uranio. I dati statistici e le informazioni sullo sfruttamento delle miniere di Arlit si fermano alla metà degli anni Ottanta. Il visitatore, osservando foto ingiallite e reperti polverosi di yellow cake (c’è pure un manichino con tuta e scafandro), può pensare che anche questo faccia parte del passato, come l’immenso scheletro di iguanodonte, un dinosauro vissuto 100mila anni fa, le pitture rupestri o i costumi tradizionali ospitati nei padiglioni vicini.

In realtà niente è più attuale in Niger dell’uranio. Su questo minerale strategico si riversano gli appetiti delle multinazionali straniere, ruotano alleanze e s’imbastiscono conflitti.

 

Paese fra i più poveri e agli ultimi posti nell’indice di sviluppo umano (aspettativa di vita: 45 anni; mortalità infantile sotto i 5 anni: 25%), il Niger è il terzo produttore mondiale di uranio, con 3.500 tonnellate l’anno estratte dalle miniere di Arlit, nella regione di Agadez.

La grande fascia desertica al nord del paese, un quarto dei 1.267.000 km² della superficie totale, nasconde petrolio, carbone e, soprattutto, uranio. Nel 2006 il governo ha rivisto le norme del codice minerario, offrendo agli investitori incentivi maggiori, fra cui i primi cinque anni esenti da tasse per chi sfrutta giacimenti di grandi dimensioni.

Dal 2003 il prezzo dell’uranio ha subito un’impennata: da 20 a 136 dollari la libbra (giugno 2007), per poi attestarsi intorno ai 65 dollari. Questi fattori, assieme all’aumentato costo del petrolio, agli ambiziosi programmi nucleari di Cina e India, alla politica espansionistica del governo francese (fino al 2006 unico beneficiario delle ricchezze del sottosuolo dell’ex colonia) hanno contribuito a dare il via alla corsa per l’accaparramento.

 

Così, sui tavoli del ministero delle miniere, a Niamey, si sono velocemente accumulate le domande di prospezione: ben 139 negli ultimi due anni i permessi accordati a società europee, asiatiche, nord-americane e australiane per cercare l’uranio sotto le dune del Sahara. I cinesi si sono mossi per tempo, firmando con il governo due convenzioni che hanno dato alla SinoUranium (filiale della China National Nuclear Corporation) l’accesso alle miniere di Teguidda e Madauela. La Somina, una joint venture cino-nigerina, è pronta a produrre 700 tonnellate l’anno dalla miniera di Azelik. Il Canada è presente con diverse società, fra cui la Semafo e la Cameco, numero uno mondiale. L’indiana Taurian ha ottenuto il permesso di sfruttare un’area di 3mila km² nella regione di Arlit.

 

La parte del leone l’ha fatta ancora la Francia. Dopo un periodo di gelo, seguito alla perdita del monopolio (un patto del 1961 legava Niamey a Parigi, riservandole la priorità delle risorse del sottosuolo), la diplomazia di Sarkozy e quella del colosso mondiale Areva (per il 90% proprietà statale: 75mila dipendenti, 13mila miliardi di euro il fatturato nel 2008) si sono messe all’opera per riuscire a ottenere il giacimento più ricco: quello di Imouraren, 200 chilometri a nord di Agadez, il secondo al mondo, con riserve di 200mila tonnellate di uranio.

L’accordo, firmato il 5 gennaio 2009 fra Mohamed Abdullah, ministro delle miniere, e Anne Lauvergeon, presidente dell’Areva, prevede la produzione di 5mila tonnellate l’anno per 35 anni a partire dal 2012, quando l’impianto lavorerà a pieno ritmo. Il 4 maggio, il presidente Mamadou Tandja è trionfalmente volato ad Agadez per porre la prima pietra dell’impianto estrattivo di Imouraren (costo fra 1,2 e 1,5 miliardi di euro), che sarà gestito da una società posseduta dall’Areva (66,5%) e dallo stato nigerino (33,5%).

 

Coprifuoco


Un immaginario reticolato, suddiviso in decine di quadrati e rettangoli colorati: così mi è apparsa per la prima volta sul computer di Ibrahim Diallo, direttore di Air Info, la mappa delle concessioni minerarie che idealmente occupano un’area di 90mila km² a nord-ovest di Agadez. Nel piccolo ufficio, nel cuore dell’antica città carovaniera, a pochi passi dalla Grande Moschea e dal suo minareto, è difficile immaginarsi che, computer e cellulari a parte, le cose siano cambiate in questa regione, distante mille chilometri di strada dissestata dalla capitale Niamey.

Eppure, quanto è lontana l’Agadez raggiunta lo scorso marzo, in due giorni di viaggio faticoso (gli autobus delle compagnie di trasporto, sempre più scassati, sono scortati in convoglio dai militari a partire da Abalak) rispetto alla cittadina che mi aveva conquistato nella primavera del 1983! Allora, un piccolo aereo scaricava i viaggiatori sulla pista, il turismo conosceva un momento felice con la nascita di agenzie locali, e i giovani tuareg usavano l’innata capacità di orientarsi nel deserto per guidare (senza Gps) le Land Rover lungo le piste dell’Aïr e attraverso il Ténéré. Al Vecchio mercato si compravano sandali, borse o ghirbe per l’acqua da appendere fuori dal finestrino della jeep. Tutti in cuoio. I sacchetti di plastica scura non avevano ancora invaso le strade e non pendevano come lugubri uccelli dai rami delle acacie. Niente moto rumorose. Capre e asini attraversavano indisturbati i vicoli in terra battuta.

 

L’Hotel dell’Aïr, costruito come palazzo per Kaossen, mitico capo tuareg che capeggiò la rivolta contro i francesi nel 1917, conservava intatto il fascino della sua terrazza panoramica. Oggi, i turisti e tutto il vociante indotto di venditori ambulanti, artigiani, bambini e guide al seguito, sono scomparsi da Agadez a causa della guerriglia che, dal febbraio 2007, oppone il governo centrale a gruppi di tuareg ribelli, scesi in lotta per difendere le loro terre dallo sfruttamento delle società minerarie. Dall’agosto 2007 vige il coprifuoco, ora meno severo, ed è impossibile lasciare la città senza autorizzazione e scorta militare. Gli alberghetti dalle stanze in banco, ricoperte da buganvillee fucsia e arancio, ospitano solo gli ingegneri minerari, incaricati di sorvolare il deserto, e qualche raro cooperante.

Ma soprattutto ad Agadez il secolare traffico delle azalai, le carovane di cammelli che trasportavano i pani conici di sale dalle saline di Fachi e Bilma, è stato sostituito dai camion dei disperati che da Ghana, Benin, Nigeria e Togo confluiscono ad Agadez per tentare (in 12mila negli ultimi tre mesi) la traversata del Ténéré e raggiungere la Libia e, da lì, l’Europa. Sono loro, i migranti dalla pelle scura, a tenere in piedi, in tempo di crisi, l’economia della capitale dell’Aïr.

 

 

Rivendicazioni


L’immaginario scacchiere rettangolare delle concessioni minerarie taglia a metà il nord del Niger ed è delimitato, sul lato est, dal massiccio dell’Aïr e dai monti Bagzane (2.022 metri). Una linea ideale sale da Agadez verso Arlit (la strada, quella asfaltata che collega le due cittadine, è di 238 chilometri). Arlit, 80mila abitanti, è sorta dal nulla intorno alle due miniere aperte dai francesi all’inizio degli anni Settanta. L’estrazione, in questi anni, di 100mila tonnellate d’uranio ha permesso alla Francia di diventare leader europeo e mondiale del nucleare: solo nel 2007, dopo la rottura del monopolio, il prezzo pagato da Parigi all’ex colonia è salito da 27.300 franchi Cfa (42 euro) al chilo a 40.000 (61 euro), ancora molto inferiore, comunque, al prezzo di mercato.

Da Arlit, proseguendo per 160 chilometri verso nord-est, si arriva a Iferouân, oasi ai piedi dei monti Tamgak e punto di partenza per le spedizioni sahariane. Prima di ripartire per le superbe dune di Temet e immergersi nella vertiginosa sensazione di assoluto che il Ténéré, il “deserto dei deserti”, sa offrire, è d’obbligo passare per la gendarmeria. Il ricordo di quest’ultimo avamposto è molto vago. Nitida è l’immagine della cura con cui il militare di guardia scrive con grafia svolazzante «Vu au passage d’Iferouân» sui nostri passaporti.

 

Chissà se è la stessa caserma che il 7 febbraio 2007 è stata attaccata da un gruppo di uomini armati, segnando l’inizio di una nuova ribellione? Agalay Ag Alambo, nato a Iferouân nel 1964, è il capo del Movimento nigerino per la giustizia (Mnj), che rivendica una migliore distribuzione degli utili derivati dall’estrazione dell’uranio, il rispetto degli accordi di pace dell’aprile 1995, che posero fine a una sanguinosa guerriglia fra gruppi militari tuareg e governo, e, soprattutto, il diritto della popolazione (400mila abitanti, in maggioranza tuareg) di decidere del territorio di 90mila km² che il ministero delle miniere ha dato in concessione alle multinazionali. Quell’area, infatti, è in gran parte usata per l’allevamento del bestiame, in particolare l’immensa piana d’Ighazer, dove da secoli, alla fine della stagione delle piogge, i pastori portano le loro mandrie per la “cure salée”.

Si ricomporrà il contenzioso fra i movimenti dei ribelli (altre due formazioni sono comparse accanto al Mnj) e il governo di Niamey? Le popolazioni autoctone riusciranno a far valere i loro diritti sulle terre che abitano? O succederà come nei pressi di Assouas, dove la società mineraria cinese Cnuc ha cacciato i pastori dai pozzi che si trovavano all’interno della concessione? Quanto ci vorrà per curare le ferite della guerriglia, con il suo strascico di banditismo, piste minate, commerci interrotti?

Molti gli interrogativi che agitano la scena politica del Niger, compresa l’ostinazione del presidente Tandja di continuare a guidare il paese, arrivando a sospendere la costituzione (maggio) per assumere poteri speciali “di emergenza” così da tenere, contro il parere della corte costituzionale, un referendum che gli ha dato il via libera per un terzo mandato (4 agosto).