Uranio e altro
La Rete fede e giustizia Africa-Europa (acronimo inglese Aefjn), organismo internazionale di 41 congregazioni religiose e missionarie che lavorano in Africa e in Europa, denuncia lo sfruttamento delle miniere d’uranio del Niger a opera della multinazionale francese e le ripercussioni che esso ha sull’ambiente e sulle condizioni di vita della popolazione locale.

I sostenitori dell’energia nucleare insistono con il dire che si tratta della forma di energia più sicura, più pulita e più “verde”. Si dimenticano, però, di aggiungere che la sua produzione comporta l’acquisizione di un combustibile, l’uranio, la cui estrazione è spesso connotata da attività minerarie distruttive e mortifere, con effetti catastrofici sulle comunità che vivono presso le miniere e con ricadute molto nocive – destinate a durare migliaia di anni – sull’ambiente circostante. Uno dei luoghi in cui questi effetti negativi si stanno facendo sentire maggiormente è il Niger.

La scoperta dell’uranio in Niger risale agli anni 1960, quando il paese figurava tra i più impoveriti del mondo. Molti pensarono che questo rinvenimento avrebbe contribuito in maniera determinante allo sviluppo socio-economico della nazione. Si sbagliavano: l’uranio non è stato una “manna dal cielo”, ma un dono avvelenato. Oggi, il Niger ha un indice di sviluppo umano bassissimo (0,239 – 1 è il punteggio massimo) ed è posizionato al 167° posto su 169 paesi presi in esame dal Rapporto sullo sviluppo umano 2010 del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). Il 40% dei bambini nigerini sono sottoalimentati e sottopeso.

 

Uranio africano per le lampadine francesi

Le miniere d’uranio nel Niger sono sfruttate principalmente dall’Areva, multinazionale francese che opera nel campo dell’energia, specialmente quella nucleare, con oltre il 90% del capitale azionario appartenente allo stato francese. L’Areva importa la metà del suo uranio dal Niger. La Francia sta sfruttando da 40 anni le miniere d’uranio nigerine ed è il principale investitore straniero nel paese.
Mentre in Francia più di due lampadine su tre sono illuminate dall’uranio del Niger, i nigerini non hanno accesso all’elettricità. Il guaio è che i consumatori francesi – ed europei – non sono a conoscenza di ciò che davvero sta dietro la produzione dell’energia elettrica che oggi illumina le loro lampadine.

Nell’aprile 2010, Greenpaece ha pubblicato un rapporto intitolato Abbandonati nella polvere – L’eredità radioattiva d’Areva nelle città del deserto nigerino, in cui si denunciava che Areva ha contaminato l’ambiente intorno ai sito minerario di Arlit e di Akokan, a circa 850 km a nord della capitale Niamey, dove la multinazionale francese ha creato due grossi centri abitativi per i suoi lavoratori.

Il rapporto rivelava che la contaminazione riguardava 80.000 persone. La radioattività misurata ad Akokan era 500 volte superiore alla norma. I resti della lavorazione, ancora altamente radioattivi, sono stati utilizzati anche per la costruzione di strade. Alcuni detriti sono in vendita sul mercato locale di Arlit, con un tasso di radiazione 50 volte superiori i livelli normali. La gente del luogo utilizza questo materiale per costruirsi le case. Ad Arlit, Greenpeace ha misurato nell’acqua potabile una concentrazione di uranio 4 volte superiore il limite raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

 

In oltre 40 anni di sfruttamento di queste miniere, sono stati utilizzati 270 miliardi di litri di acqua, contaminando il prezioso materiale e prosciugando la falda acquifera. A Tarat l’acqua viene aspirata da una profondità di 150 metri, prelevandola da una falda acquifera fossile, cioè una falda la cui acqua non viene regolarmente alimentata; si prevede che serviranno milioni di anni prima che essa torni a essere di nuovo piena.

La diminuzione della riserve d’acqua ha anche forti impatti sociali ed economici. In primo luogo, sta minacciando la vita dei pastori nomadi. In un paese in cui la terra fertile utilizzabile per l’agricoltura è molto scarsa, le comunità si trovano spesso a competere per l’accesso alle risorse agricole. Le terre arabili rappresentano solo l’11,5% del totale. Il prosciugamento delle falde acquifere favorisce la desertificazione, già accelerata dall’eccessivo pascolo, dall’enorme sfruttamento delle falde acquifere e dalle deviazioni dei corsi d’acqua per il consumo umano e un uso industriale. In Niger, il Sahara sta spingendo le proprie sabbia per sud a una velocità di 5 km ogni anno.

Già nel 2007, uno studio investigativo della francese Criirad (Commissione di ricerca e informazione indipendenti sulla radioattività) aveva rinvenuto livelli elevati di radiazione per la strada di Akokan. Nel settembre 2009, Areva si premurò di notificare che, dopo aver tracciato una mappa dettagliata della radioattività, aveva portato a compimento un programma di decontaminazione sotto il controllo delle autorità nigerine. Oggi appare chiaro che la verità è tristemente diversa.

 

L’esposizione alla radioattività può causare problemi respiratori, malformazioni ai nascituri, leucemia e cancro. Testimoni locali confermano un’elevata incidenza del cancro come causa di morte. Greenpeace International e Médicins du Monde affermano che è impossibile determinare statisticamente le cause dei decessi tra i lavoratori delle miniere e la popolazione locale per mancanza di accesso di dati. In effetti, l’Areva controlla gli ospedali delle due città più colpite. Forti, pertanto, i sospetti che i numeri vengano alterati. Un decesso per cancro può diventare “ufficialmente” morte per aids. Così facendo, la multinazionale francese è giunta a dichiarare che non c’è stato un solo caso di cancro attribuibile allo sfruttamento delle due miniere negli ultimi quarant’anni. L’associazione Médicins du Monde, dopo varato in collaborazione con l’Areva un programma per l’applicazione di adeguata misure di sicurezza sanitarie e lavorative nelle miniere che la società sta sfruttando in Africa, si è lamentata che la multinazionale non ha cambiato per nulla le sue pratiche. Nel dicembre 2010, Greenpeace svelato che almeno 200.000 metri cubi di fanghi radioattivi erano colati nella miniera d’uranio di Somair, presso Arlit, perché le cisterne contenenti detriti radioattivi si erano rotte.

 

Ogni giorno che passa, i nigerini sono esposti a malattie, povertà e alle radiazioni, senza avere alcun beneficio, mentre l’Areva intasca miliardi di euro sfruttando le loro risorse naturali. Le rendite dell’Areva nel 2008 sono state di 13,1 miliardi d’euro, con un utile di 589 milioni. Intanto, la Società continua a investire pochissimo denaro per garantire alle popolazioni che vivono nelle vicinanze delle miniere i livelli minimi di salute. L’agenzia governativa nigerini incaricata di sorvegliare le attività dell’Areva manca di personale e di fondi, né ha a disposizione strumenti adeguati per il controllo della radioattività nell’atmosfera. Il governo di Niamey sembra più preoccupato a porre ostacoli e restrizioni alle ricerche di Greenpeace che non a controllare l’Areva, obbligandola ad attenersi alle norme di sicurezza internazionali. Cosa che dovrebbe assolutamente fare, dato che la multinazionale francese ha intenzione di aprire una nuova grande miniera a Imouraren nel 2013 o 2014.