Nigeria: a Benin City apre il Museo dell’arte dell’Africa occidentale
Arte e Cultura Nigeria
Il grandioso progetto sarà inaugurato a novembre con una versione ampliata della mostra ospitata alla Biennale Arte di Venezia nel 2024
Nigeria: a Benin City apre il Museo dell’arte dell’Africa occidentale
Pensato come centro espositivo, di aggregazione culturale e di formazione, il MOWAA ospiterà mostre di artisti contemporanei e collezioni storiche, tra cui importanti opere trafugate durante il colonialismo e in via di restituzione, come i famosi “bronzi del Benin”
12 Settembre 2025
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 5 minuti
Proiezione grafica dell'ingresso al Museo dell'arte dell'Africa occidentale a Benin City (Credit: Studio Adjaye Associates)

Aprirà ufficialmente al pubblico martedì 11 novembre il Museum of West African Art (MOWAA) a Benin City, in Nigeria. Si tratterà, in realtà, del primo dei quattro edifici principali di un museo di ampie dimensioni che ha lo scopo di accogliere e reinterpretare l’eredità artistica dell’Africa occidentale.

Il MOWAA Institute si presenta come una struttura all’avanguardia di 4.500 metri quadrati, progettata dallo studio dell’architetto ghanese-britannico David Adjaye, il cui costo complessivo sarà di 50 milioni di dollari. L’area sarà dedicata alla conservazione, alla ricerca e all’archeologia delle varie collezioni.

Nei mesi a venire il Campus MOWAA e il centro di Benin City ospiteranno visite guidate, conferenze, workshop e proiezioni cinematografiche. Sarà anche un centro di formazione per ambientalisti e archeologi. E, naturalmente, ospiterà una serie di mostre.

Quella inaugurale sarà Nigeria Imaginary: Homecoming, curata da Aindrea Emelife, una presentazione ampliata di quella esposta al padiglione nigeriano della Biennale d’Arte di Venezia 2024.

Alle opere degli artisti presenti alla 60esima edizione della Biennale: Adeniyi-jones, Ndidi Dike, Onyeka Igwe, Toyin Ojih Odutola, Abraham Onoriode Oghobase, Precious Okoyomon, Fatimah Tuggar e Yinka Shonibare CBE RA, si aggiungeranno quattro nuovi artisti, Kelani Abass, Modupeola Fadugba, Ngozi-Omeje Ezema e Isaac Emokpae, le cui pratiche sono profondamente radicate nelle realtà contemporanee del paese.

L’inaugurazione presenterà anche la prima mostra di collezioni storiche del MOWAA, con opere mai esposte in Nigeria.

Tra simbolo e metafora

L’architettura vuole essere integrata con il territorio, con la storia di questi luoghi, ed essere al tempo stesso simbolo e metafora. E dunque terra battuta, muri di terra rossa e fango pressato. Così come simbolico è il luogo dove sorge questo museo: Benin City, capitale dello stato di Edo, nel sud della Nigeria.

Un tempo questa era la sede del Regno del Benin, un potente impero che fiorì dal XIII fino alla fine del XIX secolo, rinomato per i suoi sofisticati rituali di corte e la sua arte nella lavorazione del bronzo, dell’avorio e del legno.

Una storia interrotta nel 1897, quando le truppe britanniche invasero il paese, saccheggiarono migliaia di opere d’arte e le portarono in musei e collezioni private in Europa e negli Stati Uniti. E saranno proprio i celebri “Bronzi del Benin” a far parte della collezione più prestigiosa del Museo.

Opere trafugate cercasi

Si spera dal 2026, così come promesso da Londra con la restituzione delle opere saccheggiate. In realtà questi manufatti sono sparsi in decine e decine di istituzioni in tutto il mondo, tra Berlino, New York, Parigi, Londra.

La Germania si è impegnata a restituire centinaia di opere, così come l’Olanda, mentre altre istituzioni subiscono crescenti pressioni per fare altrettanto. Ma per Philip Ihenacho, direttore del MOWAA, il successo del luogo andrà oltre la semplice restituzione degli oggetti trafugati.

“Questo è un centro dedicato alla creatività – ha dichiarato a Forbes Africa -. Vogliamo valorizzare il patrimonio dell’Africa occidentale e sostenere artisti, curatori, archeologi e ambientalisti contemporanei. Giovani creativi e operatori culturali di tutta l’Africa occidentale verranno nel nostro campus, si sentiranno ispirati e orgogliosi e troveranno qui qualcosa che supporta la loro missione”.

Indotto per la città

Anche i residenti della città – è stato assicurato – ne trarranno beneficio in termini di posti di lavoro, opportunità e riconoscimento. Gli organizzatori stimano che il distretto museale potrebbe generare fino a 30mila posti di lavoro una volta completato. Turismo, ospitalità e trasporti ne trarranno beneficio, così come la crescente popolazione di artisti locali.

Il MOWAA Institute – finanziato da un mix di donatori globali – è stato progettato con il contributo dell’Istituto per la conservazione del patrimonio culturale dell’Università di Yale e prevede anche un rinnovamento dal punto di vista ambientale con la piantumazione di oltre mille alberi autoctoni.

Un ponte tra passato e futuro

Il MOWAA non arriva senza una scia di polemiche, come spesso accade. Molti, compreso l’ex presidente Muhammadu Buhari, vorrebbero che i famosi “bronzi” vengano esposti all’interno del Museo Reale del Benin. Altri contestano la demolizione dell’ospedale centrale per fare posto alla costruzione della struttura museale.

Ore Disu, altra direttrice del Museo insiste però sul fatto che esso sarà un “monumento intellettuale e culturale per la regione, dove si costruiranno connessioni tra antiche tradizioni artistiche e pratiche creative contemporanee”. Insomma, un luogo per ricercare e comprendere il passato e nello stesso tempo dare forza e celebrare la prossima generazione di creatori di cultura.

La speranza è che questa iniziativa non si trasformi in una delusione come in parte accaduto per il Museo delle civiltà nere di Dakar, in Senegal. Uno spazio immenso, interessante, ben realizzato ma con troppi ambienti chiusi e inutilizzati. Un progetto da cui ci si aspettava molto di più e che invece mostra il minimo delle sue potenzialità.

Uno dei motivi sarebbe proprio aver contato sulle promesse di restituzione di manufatti sottratti nei secoli scorsi. Invece, a sei anni dall’apertura, solo poche opere sono ritornare “a casa”. E solo una di quelle maggiori: “La Spada” di El Hadj Omar Tall, il leader della resistenza anticoloniale del XIX secolo.

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