Da Nigrizia di febbraio 2011: violenze ed elezioni
Se per molti nigeriani il 2010 è terminato nella violenza, il 2011 sembra incamminato sullo stesso binario. Nazione vasta e popolosa (150 milioni di abitanti), diversificata (36 stati confederati) e disuguale in termini etnici e religiosi, la Nigeria è facilmente teatro di abusi, turbolenze, rabbia e aggressività. Recenti attentati, scontri religiosi e conflitti tra guerriglieri e forze governative sono da collegare alle prossime elezioni di aprile.

A dicembre, la città di Jos, capitale dello stato centrale del Plateau, è stata teatro di sanguinosi scontri tra gruppi religiosi, con 80 morti e centinaia di feriti. Nella regione meridionale del Delta del Niger, invece, sono riapparse le tensioni e ripresi gli scontri armati. Il 1° ottobre, nel corso delle celebrazioni per il 50° d’indipendenza della Nigeria, anche la capitale Abuja, per la prima volta, è stata scossa da due attentati terroristici. Sebbene le tre aree colpite da questa velenosa aggressività e gli attori in essa coinvolti non siano strettamente correlati, è possibile elencare i denominatori comuni che hanno fatto da volano alle violenze: la competizione elettorale, la conquista del governo, la sete di potere, la voglia di mettere le mani sulle risorse.

 

Nell’agosto 2009, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), la principale organizzazione militante della regione petrolifera, accettò un’amnistia offerta dal governo. Da allora, sebbene non siano mancati incidenti, si è registrato un ritorno a una relativa normalità e la produzione di greggio è aumentata da 1,6 milioni a 2,1 milioni di barili. Il sequestro di ostaggi a scopo di riscatto ha continuato a essere un business redditizio. È diminuito il numero dei rapimenti di lavoratori stranieri, non però di operai e politici locali. Da ottobre, la pratica ha ripreso intensità e sono aumentati gli attacchi contro condutture petrolifere. E c’è stata una novità che ha sorpreso tutti: il Mend si è attribuito la responsabilità delle bombe di Abuja.

 

 

Le trasformazioni del Mend

Il Mend è un’organizzazione amorfa: la sua composizione muta; sorgono nuovi gruppi, che spesso si sovrappongono. Oggi sta emergendo la Forza di liberazione del Delta del Niger (Ndlf) del “generale” John Togo, che a dicembre ha rivendicato un attacco contro un oleodotto della compagnia di stato. Togo vanta passati legami con importanti leader guerriglieri della regione, ma, come molti di loro, è frustrato dal fatto di non aver goduto dei vantaggi offerti dal processo seguito all’amnistia.

 

Vari ex leader del Mend hanno ricevuto consistenti somme di danaro e trovato impiego in uffici amministrativi, sia locali sia statali. La stessa cosa, però, non è accaduta per un consistente numero di “soldati semplici” del movimento, rimasti senza lavoro e senza futuro. Il Mend, pertanto, si sta spaccando e trasformando. È presto per dire se continuerà a essere il principale gruppo militante, o se un’altra formazione sorgerà come forza trainante. Le squadre speciali federali d’intervento hanno subito lanciato un’offensiva contro la Ndlf nel tentativo di reprimerla sul nascere. Ci sono state vittime in entrambi gli schieramenti e tra i civili; numerosi gli sfollati.

 

La politica in Nigeria, in particolare nel Delta, è sempre stata contrassegnata da alte poste in palio, da contrapposizioni e da violenze. Anche i recenti scontri avvenuti nel Delta sono da legare alle prossime elezioni. Nello Stato di Bayelsa, un folto gruppo di persone radunatesi per ascoltare Timi Alaibe, ex consigliere speciale del presidente sui problemi del Delta del Niger e oggi potenziale candidato dell’opposizione al governatorato dello stato, è stato assaltato da delinquenti comuni, armati di coltelli e machete. A Yenagoa, la capitale dello stato, una manifestazione del Partito democratico del popolo (Pdp), la formazione di governo, è stata disturbata da lanci di bombe. Nello Stato di Rivers, Saboma George, noto militante implicato in passati brogli elettorali, è stato assassinato. Stessa sorte è toccata a un ex ufficiale del governo locale e attivista politico dello Stato del Delta. Nell’agosto 2010 un contendente al seggio dello Stato di Edo alla Camera dei rappresentanti è stato ucciso subito dopo aver manifestato la sua intenzione di concorrere. E il 6 gennaio scorso, nella ripetizione delle elezioni per il governatorato dello Stato del Delta, ci sono state proteste e disordini: l’esercizio si è potuto svolgere solo grazie a un forte dispiegamento di forze di sicurezza, ma uno degli uffici della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) è stato dato alle fiamme.

 

 

La maledizione del petrolio

Tutti questi fatti, certamente di natura politica, sono anche riconducibili a forme di violenza esasperate da torti, rancori e lagnanze, molto presenti tra le popolazioni e riconducibili ai problemi legati all’industria petrolifera. Gli stati del Delta del Niger sono tra i più ricchi della federazione, grazie all’accordo che consente di trattenere per sé il 13% delle entrate fiscali derivate dal petrolio e da altre risorse naturali estratte in loco. Ciò spiega perché le cariche di governatore e i seggi nelle assemblee degli stati federali, che aprono l’accesso a queste risorse, siano tanto appetibili. I candidati sono disposti a tutto pur di ottenerli, perfino a reclutare e armare bande di temerari per intimidire gli oppositori. Molte di queste bande mantengono le armi anche dopo il voto e spesso si trasformano in squadracce o gruppi guerriglieri. Numerosi i casi di leader di questi gruppi alleatisi con questo o quel candidato, cui offrono servizi di sicurezza in cambio di copertura per i loro furti di greggio.

 

Ma la violenza in concomitanza con un’elezione non è un fenomeno limitato al Delta. Lo Stato di Bauchi, nel nord, è stato teatro di una serie di attacchi politici. Un responsabile della sicurezza del governatore dello stato è stato ucciso in un’azione che è parsa a molti un attentato alla vita del governatore stesso. Nel vicino Stato di Kano, un litigio tra contendenti al posto di governatore è degenerato in un violento scontro a fuoco. Un’escalation di violenze e sequestri si è registrata anche negli stati dell’est.

 

Gli attentati compiuti ad Abuja, le bombe fatte scoppiare a Jos alla vigilia di Natale, la ripresa degli scontri armati nel Delta del Niger, il dispiegamento dell’esercito per riportare la calma dopo gli scontri fra cristiani e musulmani, a metà gennaio, in alcune località dello Stato del Plateau, stanno a dimostrare come la Nigeria sia un paese vulnerabile ad attentati terroristici. Quella della sicurezza è la maggior sfida che il presidente della Ceni, il prof. Attahiru Jega, dovrà affrontare nello svolgimento del voto di aprile. Malauguratamente, le elezioni in Nigeria inaspriscono sempre le tensioni nelle aree più soggette a violenze e conflitti, cioè il Delta del Niger e lo Stato del Plateau.





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