ALTRE AFRICHE
Davide Maggiore

La Nigeria ha più di un problema coi sosia: dopo il presidente Muhammadu Buhari, costretto addirittura a smentire ufficialmente la notizia (falsa) della sua morte e della sua sostituzione con un ‘doppio’ sudanese di nome Jubril, è stata la first lady Aisha a doversi difendere da un furto d’identità. Vero, stavolta.

Proprio il giorno successivo al quasi surreale annuncio di Buhari (“vi assicuro, sono davvero io!”) i servizi segreti del paese africano hanno annunciato di aver arrestato una sospetta truffatrice. La donna, secondo le accuse, sarebbe riuscita addirittura ad introdursi nella residenza della coppia presidenziale e ad evitare i teoricamente rigorosi controlli di sicurezza, sostenendo di essere la moglie di un importante politico locale. Poi, da lì – approfittando dell’assenza di Aisha Buhari e usandone il nome – avrebbe addirittura orchestrato un complesso imbroglio ai danni di almeno un ricco imprenditore, invitato alla villa e convinto a siglare un accordo economico fittizio.

Una coincidenza temporale sorprendente, che ha riaperto il dibattito sulle fake news, fonte di allarme anche in Africa. Con, però, una sfumaura differente: a dare il via alle dicerie sulla morte di Buhari è infatti stato il suo lungo – e reale – ricovero dello scorso anno nel Regno Unito, per una malattia mai resa nota. Una scelta molto diffusa tra i governanti africani (l’ultimo è stato il gabonese Ali Bongo Ondimba) e familiare agli stessi cittadini nigeriani: anche uno degli immediati predecessori dell’attuale capo dello Stato, Umaru Musa Yar’Adua, fece ricorso a cure all’estero, che in quel caso si rivelarono inutili. Le condizioni dell’anziano uomo politico, infatti erano critiche, tanto da causarne la morte a maggio 2010.

La scelta di Yar’Adua causò anche polemiche in patria, come è spesso avvenuto in casi simili, tra l’altro per la scarsa trasparenza sulle effettive condizioni dell’allora presidente. Tra i critici più accaniti, vi fu proprio Buhari, al tempo esponente di primo piano dell’opposizione, che arrivò a chiedere l’impeachment del capo dello Stato. Salvo poi dover affrontare le stesse critiche una volta arrivato al potere.

Il ‘caso Jubril’, insomma, resta una fake news, ma simbolica di un problema reale: l’incapacità di Buhari – eletto anche per segnare una discontinuità con una classe politica al potere da decenni – di portare il cambiamento che aveva promesso, anche nell’etica pubblica.

Allo stesso modo la vicenda della truffatrice che si è servita del nome della first lady ha messo in luce le falle in quello che dovrebbe essere uno dei luoghi più protetti del paese. Con l’effetto di sottolineare, di nuovo, i risultati inferiori alle attese ottenuti dal governo sia nella lotta alla corruzione, sia sul fronte della sicurezza. Temi sensibili, che durante la scorsa campagna elettorale giocarono a favore dell’ex generale Buhari. Ma che ora rischiano di essere un ostacolo verso la rielezione. Con le fake news a fare semplicemente da contorno a problemi reali.