È di circa 200 morti il bilancio degli scontri tra miliziani di JAS (Jama’tu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad) e combattenti di ISWAP (Islamic State West Africa Province) avvenuti tra il 5 il 9 novembre nella parte nord-orientale della Nigeria lungo le rive del lago Ciad. Tra gli epicentri della guerriglia l’isola di Dogon Chiku, nell’area in cui convergono i confini con Niger, Ciad e Camerun.
I primi ad attaccare sono stati i miliziani di JAS che hanno puntato avamposti di ISWAP a bordo di imbarcazioni a motore equipaggiate con armi pesanti. Da fonti sentite sul posto sentite da AFP e riportate da Jeune Afrique, risulta che la gran parte dei miliziani uccisi era affiliata a ISWAP.
Dalla scissione di Boko Haram nel 2016, culminata nel 2021 con la morte del leader storico del gruppo Abubakar Shekau, gli scontri tra fazioni jihadiste rivali si registrano con una certa frequenza.
L’episodio più grave risale al settembre del 2021 con settimane di combattimenti sull’isola di Kirta-Wulgo, controllata da ISWAP. Tra dicembre 2022 e gennaio 2023, JAS ha lanciato una serie di raid contro due basi di ISWAP nello stato di Borno, uccidendo oltre cento miliziani e prendendo il controllo di diversi depositi di armi.
Il controllo del Lago Ciad
A lungo molti analisti hanno evidenziato la superiorità militare di ISWAP nella parte nord-orientale della Nigeria. I fatti di inizio novembre dicono però che i rapporti di forza stanno cambiando e che attorno al Lago Ciad si sono ormai spostati a favore di JAS.
Il controllo del lago, prosciugatosi per oltre il 90% rispetto agli anni Sessanta a causa dei prolungati periodi di siccità e della progressiva desertificazione dell’area, è la più ambita posta in gioco tra le due fazioni che qui possono imporre tasse a pescatori, agricoltori, pastori e boscaioli.
Secondo ISS Africa (Institute for Security Studies), negli ultimi mesi il JAS ha impiantato una propria cellula anche a Shiroro vicino alla capitale Abuja dove ha stretto un’alleanza con il gruppo Lakurawa.
Il 9 novembre ISWAP ha subito altre perdite a causa di una serie di operazioni lanciate dall’aviazione nigeriana in particolare a Mallam Fatori e Shuwaram, nello stato di Borno, a Garin Dandi e Chigogo, nello stato di Kwara, e a Zango Hill, nello stato di Katsina.
Altre incursioni aeree sono state compiute negli stati di Zamfara, Kebbi e Kaduna tra Kakihum, Dankolo, Kotonkoro e Kuyello. I raid sono stati effettuati nell’ambito delle operazioni antiterrorismo “Hadin Kai” e “Fasnsan Yamma”, mirate a smantellare le reti terroristiche e criminali in tutta la parte settentrionale della Nigeria.
Il “Modello Borno”
All’ombra di queste mattanze, proprio nello stato di Borno, culla dei movimenti jihadisti nigeriani, le autorità locali stanno portando avanti un nuovo programma per il reinserimento sociale degli ex combattenti.
La dipartita di Shekau nel 2021 ha innescato un’ondata di diserzioni dal JAS. Da allora nello stato di Borno decine di migliaia tra uomini, donne e bambini si sono via via consegnati alle autorità. Tra questi è andato aumentando anche il numero di disertori tra le file di ISWAP.
A fine 2024 è stato calcolato che circa 160mila persone abbiano abbandonato i due gruppi, convinti a lasciare dalle campagne di sensibilizzazione lanciate dallo stato di Borno e, soprattutto, e dall’incessante scorrere del sangue tra le fazioni rivali, come testimoniano le decine di morti di inizio novembre.
La storia del “Modello Borno” viene ripercorsa sempre per ISS Africa dal ricercatore dell’istituto Taiwo Adebayo. Per convincere sempre più combattenti a deporre le armi lo stato di Borno ha trovato un compromesso con l’esercito che per anni aveva gestito i programmi di deradicalizzazione facendoli confluire quasi unicamente nell’operazione “Corridoio Sicuro”.
Dalla detenzione a campi per famiglie
Un percorso che prevedeva fondamentalmente due step: un duro periodo di permanenza nel centro di detenzione “Giwa barracks” a Maiduguri, famigerato per le detenzioni arbitrarie e le violente tecniche di interrogatorio documentate e condannate anche da Amnesty International; successivamente, in caso di idoneità, l’integrazione nelle forze armate.
Lo stato di Borno ha ottenuto che gli ex combattenti che si consegnano volontariamente alle autorità non passino per il centro di “Giwa barracks” e che vengano invece trasferiti in campi dove possono stare insieme alle loro famiglie.
«La militarizzazione è stata a lungo la risposta dominante a Boko Haram nel bacino del Lago Ciad, ma l’insurrezione è resiliente e in espansione», spiega Taiwo Adebayo. «L’abbandono dell’approccio militarizzato dell’operazione “Corridoio Sicuro” rappresenta un passo avanti fondamentale».
Le criticità del programma
Ovviamente il “Modello Borno” per funzionare e incidere deve far fronte quotidianamente a una serie ostacoli. Anzitutto la possibilità di un ricongiungimento dei nuclei famigliari all’interno dei campi gestiti dallo stato spesso può implicare per donne e ragazze la prosecuzione di una convivenza forzata con uomini che in molti casi le hanno rapite, stuprate e costrette a sposarsi con loro.
C’è poi da tenere conto delle possibili resistenze da parte delle comunità che sono chiamate a riaccogliere gli ex combattenti. Il fatto che i percorsi di reinserimento pensati dallo stato di Borno vengano verificati con cadenza bisettimanale sta garantendo dei risultati incoraggianti in tal senso.
Accade così che l’ostilità generale che veniva avvertita nei villaggi nei confronti dei disertori si stia gradualmente trasformando in un sentimento di graduale accettazione.
La nota forse più dolente riguarda la sostenibilità economica di questi programmi. Molti disertori si ripresentano alle comunità di appartenenza senza possedere alcuna competenza lavorativa, motivo per cui diventa da subito difficile per loro procurarsi da vivere in maniera legale.
Lo stato di Borno ha introdotto dei corsi di formazione professionale per falegnami, sarti, saldatori e meccanici e saltuariamente può permettersi di elargire anche dei pagamenti che però non vanno oltre i 70 dollari. Inoltre, i percorsi di reinserimento non vengono monitorati a sufficienza in modo da ricavarne dati utili per impostare nuove strategie per implementarli, farli durare nel tempo e, magari, iniziare a sperimentarli anche in altri stati della Nigeria.
Infine vanno resi più stringenti gli screening di ingresso nei campi di riabilitazione per evitare che i disertori possano schivare i percorsi di deradicalizzazione dichiarando di essere agricoltori piuttosto combattenti.
Per Taiwo Adebayo una mano dovrà poi arrivare dal governo federale e dall’estero, e non più solo sotto forma di armi ed equipaggiamenti militari. «Il governo federale nigeriano dovrebbe creare un quadro giuridico nazionale che armonizzi gli sforzi che vengono fatti al livello dei singoli stati», spiega. «I partner regionali e internazionali dovrebbero rafforzare il loro sostegno, non imponendo nuovi modelli, ma colmando le lacune di finanziamento e competenze per contribuire a migliorare quelli esistenti».