Nigeria / Petrolio

Nuova udienza ieri a Londra nell’ambito delle due class-actions intentate da altrettante comunità del Delta del Niger contro la multinazionale petrolifera anglo-olandese Royal Dutch Shell che accusano di contaminazione delle acque e dei terreni.

Nell’udienza di ieri la compagnia ha chiesto che il caso sia trattato da un tribunale in Nigeria, dove ha sede la filiale Shell Petroleum Development Company of Nigeria (Spdc) invece che a Londra o all’Aja.
Più di 40.000 membri delle comunità Ogale e Bille, sostengono che le fuoriuscite di petrolio dalle condutture Shell abbiano contaminato le falde idriche, inquinando i terreni e provocando malattie. “La gente della mia comunità soffre strani mali, alcuni hanno malattie della pelle e sterilità, mentre altri sono morti improvvisamente,” ha detto il capo della comunità Ogale, Emere Godwin Bebe Okpabi.
Per Shell invece, l’inquinamento ambientale sarebbe provocato da furti di petrolio, sabotaggi ai gasdotti e dalla creazione di raffinerie illegali ad opera delle stesse popolazioni locali.

Nel 2014 Amnesty International contò ben 553 perdite di greggio dagli impianti di Shell ed Eni, le due principali compagnie attive nella regione.

Non è la prima volta che la multinazionale viene citata in giudizio per i disastri ambientali provocati da decenni di estrazione petrolifera nel sud della Nigeria. Al termine di una battaglia legale durata tre anni, nel gennaio 2015 la Shell patteggiò un risarcimento di oltre 80 milioni di dollari a 15.600 pescatori di Bodo, comunità colpita da due grandi fuoriuscite di petrolio nel 2008.

Nel 2009 il gigante petrolifero patteggiò negli Stati Uniti – pagando 15,5 milioni di dollari – per l’accusa di complicità con il regime militare di Sani Abacha nell’impiccagione, il 10 novembre 1995, dello scrittore Ken-Saro Wiwa e di cinque militanti del movimento di resistenza dell’etnia Ogoni, che si batteva contro lo sfruttamento petrolio a danno delle popolazioni locali. (Africa News)