«Immaginate un territorio di 40 milioni di persone, grande quanto l’Italia, interamente da bonificare». Con queste parole Antonio Tricarico, campaigner e co-fondatore di ReCommon, ha descritto il Delta del Niger durante la conferenza dell’11 febbraio scorso, “Nigeria: le cicatrici del petrolio”.
L’incontro si è svolto nella sala eventi del Museo Africano di Verona, che dal 31 gennaio al 31 marzo ospita una mostra fotografica dedicata alla zona nel sud-est nigeriano, simbolo dei danni ambientali dell’industria petrolifera.
Il punto di partenza della discussione è stata l’inchiesta giornalistica realizzata da Irpi Media e pubblicata lo scorso novembre. A parlarne, in veste di co-relatore dell’incontro, c’era uno dei suoi autori e co-direttore di Irpi Media, Lorenzo Bagnoli. Mentre Roberto Valussi, giornalista di Nigrizia, figurava in veste di moderatore.
L’attenzione ai tempi di Ken Saro-Wiwa
In tempi di ritorno dell’euforia da esplorazione delle energie fossili (all’insegna dello slogan “drill, baby, drill”), le questioni ambientali del Delta del Niger appaiono lontane dai radar mediatici internazionali.
Eppure in passato hanno avuto grande risalto. Il picco di attenzione risale ai primi anni ’90, con le proteste guidate dallo scrittore, poeta e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa.
Quest’ultimo riuscì a organizzare un movimento nonviolento nella sua terra natale, l’Ogoniland, una delle zone più colpite dall’inquinamento dell’industria petrolifera.
Nel 1995, la sua mobilitazione terminò brutalmente. Sani Abacha, il generale a capo dell’allora dittatura nigeriana, lo fece impiccare insieme ad altri otto capi delle proteste, i cosiddetti Ogoni Nine. Un’uccisione che – ricorda Tricarico – avvenne «con la chiara connivenza di Shell, documentata da vari report al riguardo».
A poco più di trent’anni da quell’episodio, Bagnoli ha spiegato come «ad oggi, molte persone in Ogoniland – incluse figure che erano state molto vicine a Ken Saro-Wiwa e alla sua lotta – hanno smesso di credere nella possibilità di un Delta senza petrolio. Perciò cercano un modo di far parte delle attività industriali e trarne beneficio».
Il caso Bodo e la causa contro Shell
Ma come si è arrivati a una situazione così drammatica? Al pari dell’inchiesta pubblicata, la conferenza ha ripercorso le tappe più recenti.
A devastare un’area già segnata da decenni di inquinamento furono gli sversamenti dagli oleodotti della Shell del giugno e dicembre 2008. La località al centro della marea nera fu Bodo, un villaggio di pescatori nel Rivers State, uno dei nove stati della Repubblica federale nigeriana toccati dal Delta del Niger.
Le due fuoriuscite andarono avanti rispettivamente per 72 e 77 giorni, rilasciando circa 3.900 barili di greggio al giorno. È considerato tuttora uno dei peggiori disastri ecologici a livello mondiale. L’UNEP, nel 2011, ha qualificato la zona come una delle più inquinate del pianeta.
Nel 2010, la Shell si offrì di risarcire la comunità di 15.600 abitanti di Bodo con una somma complessiva di 4.500 euro. L’anno successivo, i cittadini portarono la società petrolifera davanti all’Alta Corte di Londra. Nel 2015 fu raggiunto un accordo per una compensazione di 75 milioni di euro.
In quel caso Shell ammise la responsabilità dei danni. Cosa tutt’altro che scontata per le grandi aziende petrolifere attive nella regione.
Il dibattito sulle responsabilità
Per le istituzioni locali, in campo di inquinamento nel Delta del Niger (quindi non solo nel caso di Bodo) il responsabile è raramente da cercare tra le società straniere.
La NOSDRA (acronimo in inglese di Agenzia nazionale per la rilevazione e la risposta alle perdite di petrolio) attribuisce la grande maggioranza delle perdite ad attività criminali, come l’assai diffuso furto di greggio (noto come “bunkeraggio”).
Nel corso della conferenza, Bagnoli ha messo in questione l’imparzialità della NOSDRA, che ha descritto come «finanziata dalle stesse società petrolifere che deve monitorare».
Ad attribuire maggiori responsabilità alle società, sotto forma di inadeguata manutenzione, sono numerose inchieste realizzate da organizzazioni indipendenti, tra cui Amnesty International.
Come procede la bonifica?
Oltre a pagare i danni alla comunità di Bodo, la Shell è tenuta a finanziare la bonifica della zona inquinata. Per eseguire i lavori, nel 2015 è stata creata l’Hyprep, con un budget di 1 miliardo di dollari. Una somma che può apparire ingente, ma che molti analisti giudicano insufficiente.
L’inchiesta di IrpiMedia riporta come la bonifica nel Golfo del Messico per il caso Deepwater Horizon (il più grande sversamento in mare mai registrato) del 2010, costò alla società petrolifera BP 30 miliardi di dollari.
In quel caso, la superficie su cui intervenire era più ampia rispetto a quella di Bodo. Quest’ultimo però necessitava di un trattamento più complesso, data l’ampia contaminazione di terreni e falde acquifere.
Alcuni risultati sono stati ottenuti. Hyprep dichiara di aver completato il 93% del ripristino delle mangrovie, corrispondente alla fase uno del suo piano d’intervento. La fase due, che riguarda la bonifica delle falde acquifere, è invece ancora ferma al punto di partenza.
Il bilancio dell’agenzia appare ancora più mitigato se si considera che Bodo è stata l’unica località capace di portare avanti un’azione legale comunitaria. Ma non è un’eccezione. Villaggi confinanti vivono la stessa condizione, in una regione dove l’inquinamento petrolifero è la norma più che l’eccezione.
Disinvestimento
Se la causa di Bodo ha aperto una breccia, il contesto attuale rischia però di richiuderla.
La vittoria giuridica offre un barlume di speranza di risarcimento alle comunità. Anche se replicare quell’exploit processuale è diventato più difficile da quando le società petrolifere hanno avviato il loro processo di disinvestimento.
Shell, TotalEnergies, ENI e Chevron hanno venduto le loro licenze nel Delta ad aziende nigeriane più piccole per concentrarsi sulle operazioni offshore, in alto mare.
Lontano dalle pressioni comunitarie e dalle possibili richieste di nuovi indennizzi, cercano di trasferire ogni responsabilità legale per la gestione passata a chi li ha sostituiti.
«Un territorio grande quanto l’Italia da bonificare»: a trent’anni dall’impiccagione di Saro-Wiwa, quella frase resta una fotografia attuale del Delta del Niger.