Da Nigrizia di febbraio: un anno pieno di sfide
Indipendente da 50 anni, il paese più popoloso d’Africa deve ancora trovare una propria fisionomia: la democrazia arranca, non c’è una leadership politica capace di riforme (a cominciare da quella che riguarda l’industria petrolifera), permangono tensioni nel Delta del Niger, e nel nord preoccupa l’estremismo islamista. In più, la malattia del presidente sta bloccando l’azione di governo. Eppure, ci sono le potenzialità per voltar pagina.

Dora Akunyili, ministra nigeriana dell’informazione, ha il suo bel daffare per tentare di migliorare l’immagine internazionale del suo paese. Nell’immaginario popolare mondiale, infatti, il gigante africano è noto soprattutto per essere la patria della “Truffa alla nigeriana”: un raggiro informatico che solo negli Usa ammonta a oltre 100 milioni di dollari l’anno. Nessuna meraviglia, quindi, se nei serial mandati in onda dalle tv occidentali i nigeriani figurano sempre come truffatori, falsari, gangster o trafficanti di droga. Ad aggravare la situazione, è giunta la vicenda del giovane nigeriano coinvolto, la vigilia di Natale 2009, nel fallito attentato contro il volo 253 Amsterdam-Detroit della compagnia americana Northwest Airlines.

 

L’immagine negativa che la Nigeria sta dando di sé ha molti fondamenti nella realtà. Anche nel recente passato, la nazione è parsa oberata di mali legati alla cronica debolezza delle istituzioni, alla corruzione, al sottosviluppo e alla mancanza di rispetto di ogni principio di legalità. Molto eterogeneo e spesso diviso, il paese ha un tremendo bisogno di una leadership forte che sappia varare riforme che rafforzino lo stato di diritto e la democrazia.

 

Purtroppo, dal 23 novembre scorso, il capo dello stato, Umaru Yar’Adua, è in Arabia Saudita per cure mediche e il suo vero stato di salute è tuttora un segreto di stato. Il 12 gennaio, dall’ospedale di Gedda, si è limitato a dichiarare di sentirsi meglio, augurandosi di tornare al più presto. In precedenza le autorità nigeriane si erano limitate ad affermare che il presidente era in contatto con il vicepresidente, Goodluck Jonathan, e con i presidenti di senato e camera. Tuttavia la sua prolungata assenza sta causando un diffuso nervosismo tra i nigeriani, soprattutto perché non è dato sapere chi, di fatto, stia prendendo le decisioni in seno al governo. Molti cominciano a dubitare della veridicità dei bollettini medici ufficiali. Tanto che i capi di stato della Comunità economica dell’Africa Occidentale (Cedeao) sembrano in procinto di designare un nuovo presidente dell’organizzazione per rimpiazzare Yar’Adua.

 

Secondo la costituzione, in caso di permanente incapacità del presidente, il vicepresidente gli succede. Ma c’è un problema: Goodluck proviene dal sud del paese, mentre, per un tacito accordo in seno al partito di governo (Partito democratico del popolo-Pdp) che prevede un avvicendamento alla presidenza, la suprema carica per questo mandato spetta al nord. Quindi, ufficialmente, Goodluck rimane solo vicepresidente, anche se, a metà gennaio, un giudice della Corte federale ha decretato che può avere alcune prerogative presidenziali. L’anomalia della situazione, però, ha portato alla paralisi del governo. Girano voci di una possibile crisi costituzionale. Ben tre azioni legali sono già state avviate con la richiesta del passaggio dei poteri. Esponenti dell’opposizione hanno perfino espresso il dubbio che la firma presidenziale, apposta al bilancio suppletivo di dicembre, sia stata falsificata.

 

D’altra parte, il fatto che la Nigeria, nonostante l’assenza del presidente, sia rimasta relativamente tranquilla, è un chiaro segno della sua volontà di rimanere unita e della sua accresciuta cultura democratica. Il paese continua a considerarsi una potenza leader nel continente e un importante attore sulla scena internazionale. Dal 1° gennaio, è membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

 

Anno cruciale
Ma il 2010 si presenta come un anno decisivo, durante il quale il paese dovrà riqualificarsi agli occhi del mondo, attrarre nuovi investimenti esteri, varare una nuova legge sull’industria petrolifera, preparare le elezioni del 2011 e gestire le difficili relazioni diplomatiche con gli Usa. Il governo non può certo permettersi di apparire vittima dell’immobilismo o di un vuoto di potere, che potrebbe facilmente suscitare preoccupazioni negli ambienti militari: un intervento dell’esercito, anche se meno probabile che in passato, non è del tutto da escludere.

 

Ci si sta preparando a varie elezioni: nell’aprile 2011 ci saranno le presidenziali, le parlamentari, le regionali e la scelta dei governatori degli stati federali; le primarie avranno luogo nel corso di quest’anno. E c’è chi già dà per scontati scontri dentro i vari partiti e casi di violenza in alcuni stati.

 

Il primo appuntamento saranno le elezioni del governatore dello stato di Abambra (6 febbraio 2010): cartina di tornasole per conoscere cosa potrebbe accadere nel 2011. Le aspettative della Commissione elettorale nazionale non sono buone, soprattutto alla luce di quanto è accaduto l’anno scorso nello stato di Ekiti.

 

Dal ritorno a un governo di civili nel 1999, le elezioni nigeriane sono state al di sotto dello standard internazionale. E se il primo passaggio di consegne da un governo civile all’altro nel 2007, avvenuto in modo pacifico, ha rappresentato un importante indicatore, i nigeriani si sentono frustrati per i mancati benefici attesi da un’amministrazione democratica: i più sono ancora senza corrente elettrica e servizi basilari; e la sicurezza non c’è.

 

Dopo le contestate elezioni dell’aprile 2007, il presidente Yar’Adua ha creato un comitato per la riforma della legge elettorale, per migliorare lo svolgimento delle consultazioni. La commissione ha terminato il suo lavoro e i suoi suggerimenti sono stati resi pubblici nel “Rapporto Uwais” (dal nome del presidente del comitato). Cruciale è la proposta che non sia il capo di stato a nominare il presidente della commissione elettorale, così da renderla davvero indipendente. Tuttavia, questa e altre raccomandazioni- che richiederebbero emendamenti costituzionali – hanno fatto sì che la bozza di legge sottoposta al parlamento sia parsa molto lontana dalle raccomandazioni del comitato ed è stata bocciata. È ancora possibile che alcune riforme siano approvate prima del 2011, ma quelle più critiche e necessarie non lo saranno certamente. E così cresce il timore che il paese si stia incamminando verso nuove elezioni viziate da brogli e violenze.

 

L’affaire petrolio
L’intensificarsi delle tensioni arriva in un momento di fragile tregua nella regione del Delta del Niger. Dopo una vigorosa offensiva nel maggio 2009 dell’esercito nigeriano contro il principale gruppo militante, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), il 25 giugno il presidente ha offerto l’amnistia a chi avesse deposto le armi. A metà luglio, il governo ha liberato Henry Okah, leader storico del Mend, arrestato in Angola nel settembre 2007 con l’accusa di traffico internazionale di armi e alto tradimen- to ed estradato in Nigeria nel febbraio 2008. Il Mend ha annunciato un cessate-il-fuoco unilaterale di 60 giorni e diversi gruppi hanno deposto le armi; il 15 settembre, si è arreso il gruppo guidato da Farah Dagogo, composto da circa 3.000 guerriglieri.

 

Tuttavia, la pace appare ancora fragile. Forse sono mancate una sufficiente preparazione e risorse adeguate a finanziare i programmi di riabilitazione dei combattenti disarmati. Forti anche i dubbi sulla vera portata del processo di disarmo, poiché non c’è stato un monitoraggio indipendente. In dicembre, infatti, il Mend è tornato ad attaccare impianti petroliferi della Shell e della Chevron – dimostrando così di possedere ancora sufficiente potenza di fuoco e di non essere stato decimato, come il governo aveva frettolosamente proclamato – e ha chiesto che si attuino i programmi previsti per il dopo-amnistia. Tutto sommato, quello che era già in partenza un labile accordo, con l’assenza del presidente si è rivelato del tutto precario.

 

Ci sono state, comunque, alcune iniziative che hanno fatto ben sperare. Tra queste, la promessa di assegnare alle comunità del Delta del Niger il 10% degli introiti petroliferi, più 1,4 miliardi di dollari alla Commissione per lo sviluppo di opere strutturali nella regione. I particolari dell’operazione sono però ancora tutti da stabilire. In Nigeria le idee brillanti non mancano: il problema di sempre è attuarle.

 

Comunque, che ci sia stata l’amnistia è un indubbio successo del presidente, probabilmente il più significativo del suo intero mandato. Un Delta pacificato è importante per l’approvazione del Petroleum Industry Bill, il disegno di legge – in discussione in parlamento – che mira a dare una struttura giuridica più solida e moderna all’industria petrolifera. Il testo, ampio e dettagliato, copre tutti gli aspetti del settore estrattivo (esplorazione, estrazione, vendita, distribuzione, rispetto dell’ambiente, diritti delle comunità locali…) e intende risolvere le molte questioni rimaste aperte negli ultimi 40 anni, in particolare quelle concernenti la proprietà delle risorse petrolifere, l’assegnazione delle zone di sfruttamento, le partecipazioni statali, gli oneri fiscali delle compagnie petrolifere e la trasparenza nell’amministrazione. Si prospetta lo smembramento della Compagnia petrolifera nazionale (Nnpc), con la creazione di nuovi enti, ciascuno incaricato di un settore. Data la complessità e l’ampiezza del progetto di legge, ci vorrà del tempo prima del voto finale, e si dà già per scontato che il testo finale sarà molto diverso dalla bozza originale.

 

Le compagnie petrolifere internazionali sono assai nervose: temono che la nuova legge porterà a un proliferare di regolamenti, controlli e lungaggini burocratiche e alla creazione di nuove tasse, disincentivando così futuri investimenti.

L’olandese Shell sta già cercando di ridurre la sua presenza in Nigeria con la vendita di pozzi petroliferi su terra ferma per un valore di 5 miliardi di dollari. In Nigeria da 70 anni, la compagnia ha sperimentato un crescendo di difficoltà, soprattutto in termini di relazioni pubbliche, contestazioni per la sua joint-venture con l’Nncp e insicurezza degli impianti. È possibile che i suoi pozzi siano acquistati da compagnie nazionali o cinesi, ma non è detto che questo passaggio di mani porti alla cessazione degli attacchi alle strutture da parte dei combattenti del Mend. Se l’amnistia e la consegna delle armi di alcuni gruppi armati fanno ben sperare, una pace duratura, caratterizzata da un vero clima di sicurezza e dal tanto atteso sviluppo della regione, è di là da venire.

 

Violenza religiosa
Il Delta del Niger non è stata la sola regione a essere percorsa dalla violenza nel 2009. In luglio, quattro stati del nord (Bauchi, Yobe, Kano e Borno) sono stati teatro degli attacchi terroristici di una setta islamica denominata “Bo- ko Haram” [in lingua hausa: “l’educazione occidentale (è) peccato”]. La setta e i suoi leader erano già noti ai servizi di sicurezza internazionali, ma il livello delle violenze e l’evidente coordinamento degli attacchi hanno colto tutti di sorpresa. E il mondo ha cominciato a preoccuparsi di una crescente minaccia dell’estremismo islamista in Nigeria, forse già sotto il controllo di gruppi terroristici stranieri.

 

Si sa che, per le limitate capacità militari, gli stati dell’Africa Occidentale si sono sempre trovati nell’impossibilità di pattugliare adeguatamente le acque dell’Oceano Atlantico a sud e le regioni desertiche al nord. Quindi, la presenza di individui stranieri impegnati in azioni di reclutamento in Nigeria non è da escludere a priori. Tuttavia, simili sette estremiste sono già apparse qua e là in varie parti del nord del paese, tutte però originarie del posto e regolarmente soffocate dall’amministrazione islamica locale, sempre poco tollerante nei loro confronti. Va sottolineato che il giovane nigeriano musulmano che ha tentato di farsi esplodere a Natale sull’aereo della Northwest Airlines viene da una famiglia della ricca élite del paese (figlio di uno dei principali banchieri del paese) e le evidenze fin qui raccolte suggeriscono che sia stato reclutato, addestrato e “radicalizzato” all’estero. Si può, tuttavia, dare per certa una proliferazione di gruppi estremisti nel grande nord nigeriano, che potrebbero mettersi in contatto con – o essere contattati da – elementi stranieri.

 

Per ora, le violenze registrate nel nord (nello stato del Plateau a gennaio ci sono state centinaia di vittime) sono da considerare simili a quelle che hanno caratterizzato alcuni stati del Delta del Niger: le une e le altre sono per lo più dovute alle condizioni di sottosviluppo, alla mancanza di opportunità e alle frustrazioni per un governo civile incapace – o non bramoso – di mantenere le promesse fatte.

 

Non saranno mesi facili quelli che separano i nigeriani dalle elezioni del 2011. Il problema più complicato è quello della leadership politica. È positivo il fatto che il paese non sia precipitato in una crisi profonda, ma non potrà continuare a fare a meno di un presidente in grado di agire come tale.

 

Tuttavia, la Nigeria ha già più volte dato prova di saper mantenere il controllo della situazione meglio di altre nazioni africane, grazie a una vivace società civile, un’eccellente classe di imprenditori e un folto gruppo di brillanti intellettuali, e soprattutto una sorprendente capacità dei suoi abitanti di far fronte a ogni tipo di avversità.

 

Mentre la Nigeria si sta avvicinando alla celebrazione del 50° anniversario dell’indipendenza dalla Gran Bretagna (1° ottobre 1960), soltanto la sua capacità di fare le giuste scelte e di portarle avanti con determinazione potrà definire la qualità del suo futuro.

 


 



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