Nigeria: sequestrati per riscatto dalla polizia antisequestri - Nigrizia
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Nigeria: sequestrati per riscatto dalla polizia antisequestri
Famiglie costrette a pagare decine di migliaia di euro, detenuti torturati, bambini spariti. Amnesty denuncia il sistema criminale costruito dentro un'unità delle forze dell'ordine nigeriane nello stato di Imo
05 Marzo 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 5 minuti
Credito: Amnesty International

Quella che dovrebbe essere la punta di diamante della polizia contro i sequestri di persona nello stato di Imo si è trasformata in un luogo di terrore e violenza.

Si chiama Anti-Kidnapping Unit, ma tutti la conoscono come Tiger Base. Ha base nello stato di Imo, nel sudest della Nigeria.

Secondo un’indagine pubblicata da Amnesty International nei primi mesi del 2026, quella stessa unità sarebbe diventata nel tempo un luogo di detenzioni arbitrarie, maltrattamenti sistematici ed estorsioni.

Il rapporto – intitolato Tiger Base of Atrocities: Human Rights Violations by the Nigeria Police Anti-Kidnapping Unit – è il frutto di un’indagine condotta tra maggio 2025 e febbraio 2026. Amnesty ha intervistato 23 persone, tra cui 14 donne che hanno denunciato detenzione prolungata, torture ed estorsioni, oltre a due avvocati e due difensori dei diritti umani.

Un mandato tradito

La Tiger Base nasce con uno scopo preciso: contrastare i crimini legati ai rapimenti in un’area del paese storicamente segnata da questo tipo di violenza.

Col tempo, tuttavia, l’unità avrebbe progressivamente deviato dal proprio mandato originario, trasformandosi – secondo quanto documentato da Amnesty – in uno strumento per regolare controversie private, in particolare dispute fondiarie e conflitti familiari.

Le persone vengono arrestate arbitrariamente, spesso senza accuse formali, e tenute in detenzione per settimane o mesi, in attesa che i familiari versino somme di denaro per ottenerne il rilascio.

Una famiglia ha dichiarato di aver pagato oltre 30 milioni di naira – l’equivalente di decine di migliaia di euro – nel tentativo, rivelatosi vano, di liberare un parente.

All’interno della struttura, secondo il rapporto, opererebbero stabilmente gestori di terminali pos attraverso i quali i familiari dei detenuti effettuerebbero i pagamenti richiesti dagli ufficiali.

Le condizioni di detenzione

Le celle in cui vengono rinchiusi i detenuti misurano circa dodici metri quadrati e arrivano ad ospitarne fino a 70 contemporaneamente. Non ci sono finestre. L’unico bagno disponibile per cella trabocca frequentemente, costringendo le persone a vivere in condizioni igieniche gravemente compromesse. La ventilazione è quasi assente, le infezioni dilagano e in alcuni casi la situazione ha portato alla morte.

I metodi di tortura

Le testimonianze raccolte descrivono pratiche di tortura finalizzate a estorcere confessioni: pestaggi con manganelli, bastoni e cavi elettrici, sospensione capovolta, waterboarding, tagli con oggetti appuntiti.

Alcuni detenuti sarebbero stati costretti a firmare dichiarazioni false sotto coercizione fisica. Altri, invece, sarebbero stati impiegati come manodopera non retribuita: alcune donne, stando al rapporto, sarebbero state obbligate per mesi a trasportare pietre e cemento in un cantiere interno alla base.

Due casi citati

Amnesty cita esplicitamente il caso di Okechukwu Ogbedagu, un giovane morto in custodia nel 2022: l’autopsia avrebbe rilevato la rottura delle ossa del collo e segni di strangolamento. Un altro detenuto, Japhet Njoku, guardia giurata accusata di furto, sarebbe morto il 5 maggio 2025 per polmonite acuta contratta in seguito alle condizioni in cui era tenuto.

La sorte dei bambini

Tra i casi documentati, Amnesty segnala quello di madri arrestate che avevano con sé figli piccoli. In alcune circostanze, i bambini sarebbero stati prelevati dagli ufficiali all’interno della struttura e non restituiti alle madri.

Una donna identificata con il nome Ihuoma ha denunciato la sparizione delle sue tre figlie – di sei anni, tre anni e diciotto mesi – dal 2023. Le autorità avrebbero persino suggerito alle madri di vendere propri terreni per poter riottenere i figli, forse affidati a orfanotrofi.

La risposta delle istituzioni

Amnesty International ha inviato le proprie conclusioni alla polizia nigeriana che ha risposto riconoscendo le accuse e comunicando che l’Ispettore generale della polizia aveva disposto un audit interno dell’unità, i cui risultati sarebbero stati resi noti al termine dell’indagine.

A oggi, nessun ufficiale della Tiger Base risulta essere stato formalmente perseguito.

Il direttore di Amnesty International Nigeria, Isa Sanusi, ha sottolineato come le violazioni documentate si inseriscano in un contesto più ampio di impunità strutturale all’interno delle forze dell’ordine.

Il precedente di #EndSARS

Il riferimento d’obbligo è al movimento #EndSARS: nel 2020, le proteste di massa che attraversarono la Nigeria chiedevano lo scioglimento della Special Anti-Robbery Squad, unità di polizia tristemente nota per abusi, torture e uccisioni extragiudiziali.

La SARS venne formalmente soppressa, ma secondo Amnesty quella stagione di mobilitazione civile non ha prodotto i cambiamenti profondi che si attendevano.

Le logiche di impunità che la alimentavano sembrano essersi semplicemente spostate altrove. «Invece di essere chiamati a rispondere delle proprie azioni», ha dichiarato Sanusi, «gli ufficiali corrotti sono stati incoraggiati dall’impunità di cui godono».

La legge contro la tortura

La Nigeria ha criminalizzato la tortura nel 2017 con l’Anti-Torture Act, ma l’applicazione della legge rimane lacunosa. La sezione 62 del Police Act prevede che i sospettati arrestati per reati non capitali vengano rilasciati entro 24 ore. Nella Tiger Base, questa norma sarebbe stata sistematicamente ignorata.

Il contesto carcerario nigeriano

Il caso della Tiger Base non si inserisce nel vuoto. Il sistema penitenziario nigeriano nel suo complesso è noto per condizioni di sovraffollamento estremo: molti istituti ospitano il doppio o il triplo dei detenuti per cui sono stati progettati. Nelle strutture urbane di Lagos, Port Harcourt e Kano, la capienza viene superata spesso del 200%.

Una percentuale rilevante della popolazione detenuta – in passato arrivata a oltre il 70% – è composta da persone in attesa di giudizio, alcune delle quali restano imprigionate per anni senza una condanna definitiva.

Le richieste di Amnesty International

Amnesty International chiede la chiusura o la riforma radicale dell’unità, l’apertura di un’indagine indipendente su tutte le morti e le sparizioni avvenute nella struttura, la persecuzione penale dei responsabili, indipendentemente dal grado rivestito e il risarcimento delle vittime.

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