Da Nigrizia di giugno 2011: dopo l’elezione di Goodluck Jonathan
Porre sotto controllo la violenza, far funzionare la macchina dello stato, combattere la corruzione, far crescere l’economia. È l’agenda dell’uomo che i nigeriani hanno scelto per la più alta magistratura dello stato.

Governatore per caso, dopo l’accusa di corruzione e l’uscita di scena del governatore, di cui era vice, del natale stato di Bayelsa, nel Delta del Niger, poi presidente per caso, dopo la morte di Umaru Yar’Adua (agosto 2010), di cui era vice, Goodluck Jonathan ha voluto e ottenuto la difficile investitura del suo partito, il Partito democratico del popolo (Pdp), sbaragliando l’opposizione interna, riuscendo a farsi eleggere al primo turno il 16 aprile scorso. La sua base elettorale è forte, con decise concentrazioni a sud, ma largamente diffusa in tutta la Nigeria.

 

Il capitale di fiducia di cui gode, gli interessi che coagula, la simpatia che suscita, il rispetto della comunità internazionale sono grandi. Conosce bene la complessa architettura istituzionale del paese, gli ingranaggi burocratici e normativi, la mappa dei poteri che già da oggi sono all’opera per condizionarne l’azione di governo. Insomma: date le circostanze, Jonathan parte nelle condizioni migliori.

 

Ma il presidente sa anche che nessuno è disposto a fargli sconti, dentro e fuori del paese. Le aspettative sono enormi, a tutti i livelli. Nelle grandi agglomerazioni urbane, nelle città medie e nei piccoli centri vive ormai il 40% della popolazione. In questo crogiuolo urbano sta funzionando a pieno ritmo il motore della metamorfosi sociale e territoriale, ben oltre gli stereotipi oppositivi: regionali (nord/sud), religiosi (cristiani/musulmani), etnici. Sta crescendo in numero e consapevolezza una piccola e media borghesia delle professioni e dei mestieri, degli affari e dell’economia innovante, efficientista, tecnocratica, abituata a fare da sé. Le nuove classi urbane si aspettano qualcosa dallo stato, certo, e quel qualcosa lo pretendono: in cima alle loro preoccupazioni pongono la vivibilità, il diritto di esistere nella loro quotidianità, senza rischiare la pelle, senza l’altissima probabilità di ammalarsi a causa della pessima qualità delle opere di urbanizzazione, delle cattive condizioni igieniche o dell’inquinamento atmosferico.

 

Di là di ogni vecchio stereotipo, duro a morire specie nei media occidentali, i nuovi interessi sociali si vanno agglutinando sui diritti che un minimo di statualità deve pur garantire. Quindi, cristiano o musulmano, yoruba o fulbé, settentrionale o meridionale, a Kano come a Ibadan, a Jos come a Kaduna o a Port Harcourt, ai poteri costituiti ogni nigeriano chiede di creare le condizioni di una vita “normale”, una quotidianità senza ingorghi allucinanti, senza corrente elettrica “epilettica” (come si dice da queste parti) e senza taglieggiamenti continui da parte di chiunque indossi una divisa o si trovi dietro uno sportello amministrativo. Chiede acqua da bere di cui si possa fidare, scuole decenti per i propri figli, qualche granello di efficienza nei servizi pubblici. Chiede – drammatico paradosso – benzina ai distributori, affinché, nel primo paese africano produttore di petrolio, quarto o quinto in seno all’Opep, si possa fare il pieno quando serve, senza code estenuanti e senza dover ricorrere alle reti mafiose del contrabbando.

 

Esempio Lagos

La questione urbana sta diventando il fattore politico cruciale, di fronte al quale tutti gli altri sono destinati a perdere slancio. Il caso di Lagos è emblematico. L’antica capitale ha una popolazione di circa 11 milioni di abitanti ed è la seconda città d’Africa dopo Il Cairo. Si stima che cresca al ritmo di mezzo milione di persone l’anno. Ebbene: a Lagos, in pieno sud, vince non il Pdp, ma l’opposizione. Il governatore Babatunde Fashola (Acn) è stato plebiscitato con 1,5 milioni di voti, contro appena 300mila del suo avversario, Adegboyega Dosunnu (Pdp), vincendo in tutte e 20 le circoscrizioni elettorali locali. Fashola è stato confermato sull’onda di una popolarità conquistata sul campo, migliorando le condizioni di sicurezza, quelle del trasporto pubblico, la salubrità dei quartieri, gli spazi verdi: zero ideologia, zero retorica, zero luoghi comuni.

 

Le attese sono grandi anche nei villaggi e nelle campagne, dove arrivano solo piccoli rivoli della ricchezza petrolifera e pallidi riflessi delle mutazioni tecnologiche e culturali che fanno di questo paese, nel bene e nel male, uno dei campioni dell’Africa di domani. Jonathan è il primo figlio del Delta a prendere il potere supremo: e questo conta, sia sul piano dei simboli che su quello delle azioni concrete. Perciò, è importante partire con il piede giusto, per far durare oltre i 100 giorni la luna di miele con tutti i nigeriani, di cui nei giorni della più cupa violenza elettorale si è dichiarato il fermo rappresentante con un discorso ispirato, mescolando buon senso e capacità di visione, in uno stile obamiano.

 

Quattro priorità

Nell’agenda di Jonathan ci sono quattro dossier prioritari rispetto ai quali il presidente deve dare segnali forti e decisi per rassicurare i cittadini sul fatto che egli ha preso il potere, non per “guidare la politica”, ma per governare un paese di cui ancora molti si chiedono se sia davvero “governabile”.

 

La violenza, anzitutto. Nelle sue molte sfaccettature, essa richiede un approccio decisamente politico, anche se ciò non esclude l’impegno per una maggiore efficienza dal punto di vista securitario. Siamo con ciò al secondo dossier, che riguarda il funzionamento della macchina dello stato. Ma attenzione: basta con le tattiche di rattoppo. Se il governo nigeriano corresse appresso alle emergenze, sarebbe un disastro civile, prima ancora che politico. Si devono costruire, invece, “buone pratiche” in tema di efficienza a tutti i livelli, sullo sfondo di una ripresa delle azioni di sviluppo rurale e di avvio di una pianificazione urbanistica rigorosa, sistematica, concreta.

 

Né la violenza né la ripresa di credibilità della macchina dello stato sono, però, pensabili senza una lotta decisa alla corruzione. Ecco il terzo dossier: cancrenoso, tentacolare, incombente. La Nigeria è collocata al 130° posto su 180 paesi nella classifica di Transparency International. Questo vuol dire, tra le molte cose avvelenate, che i denari pubblici spariscono a fiotti dalle casse federali e da quelle dei singoli stati. Si calcola che tra il 1970 e il 2008 circa 850 miliardi di dollari abbiano preso il volo illegalmente dall’Africa; oltre il 10% di questo flusso è originato dalla Nigeria.

 

Nessuno dei problemi legati alla corruzione potrà essere risolto nei primi 100 giorni, ma alcuni segnali forti possono e debbono essere dati subito. Il primo lo vedremo quando il presidente presenterà la compagine governativa. Qui i nomi parleranno come non mai, per farci capire se il presidente è in grado di rompere la morsa dei veti incrociati, dei debiti elettorali da pagare, delle alleanze politiche strumentali. Una tangibile presenza di tecnici nel governo, specie alla guida di ministeri chiave come quelli delle risorse minerarie e del petrolio, avrebbe un immenso effetto di adesione all’opera del presidente. Il secondo segnale deve servire a spezzare il circolo vizioso dell’impunità. Chi ruba deve pagare. Chi istiga alla violenza deve pagare. I responsabili politici delle violenze elettorali, i mandanti morali degli omicidi di massa, così come i beneficiari ultimi delle ruberie, devono pagare, al pari degli esecutori materiali dei delitti di sangue e della manovalanza dei colletti bianchi che mette concretamente le mani nei forzieri pubblici, o degli agitatori di strada che spingono all’odio settario.

 

La questione della corruzione è tanto più spinosa in quanto investe frontalmente l’economia nigeriana (è il quarto dossier). La Nigeria è la seconda economia subsahariana, dopo il Sudafrica. Dal 2003 al 2010 i tassi di crescita sono stati mediamente superiori al 7%. Eppure, ci troviamo di fronte a uno stato ricco abitato da gente povera: i tre quarti della popolazione vivono con 1 dollaro al giorno. Meno corruzione significa più efficienza e maggiori risorse per le politiche pubbliche. Queste devono tener conto di due esigenze di fondo. La prima è quella di produrre crescita per lo sviluppo. È il circolo virtuoso che dovrebbe dare risposta al problema dei problemi: la fortissima dipendenza dagli idrocarburi, che rappresentano il 40% del Pil, i nove decimi delle esportazioni, i quattro quinti delle entrate fiscali.

 

Sviluppo rurale e ambiente

Concentriamoci sulle entrate fiscali, perché è su di esse che si basa il potere politico, in quanto vanno ripartite tra il governo federale (53%), i singoli stati (27%) e i governi locali (20%). È per mettere le mani su questa enorme torta che, di fatto, le elezioni non riflettono mai qualcosa che richiami la normale fisiologia della lotta politica, ma somigliano sempre a una guerra civile. È come se, ogni volta, la conquista del potere fosse una questione di vita o di morte. Si capisce, quindi, come occorra sciogliere questo nodo, attraverso la revisione della “formula di assegnazione”, in perenne discussione, e il concomitante varo di una politica di responsabilità e trasparenza a tutti i livelli di governo. Tutto ciò, del resto, serve a porre le basi per affrontare altre questioni cruciali, come la disoccupazione galoppante, specialmente giovanile, l’ampliamento, il rafforzamento e la distribuzione geograficamente equilibrata della base industriale, la piena valorizzazione delle risorse tecnologiche e delle pulsioni innovanti, la partecipazione ai vantaggi della globalizzazione attraverso investimenti internazionali, di una parte almeno, delle ingenti risorse finanziarie.

 

Tutto questo va a incrociarsi con una seconda esigenza, ineludibile. Occorre ritornare alle campagne, avviare piani di sviluppo rurale a sostegno di un’agricoltura esangue e a tutela dell’ambiente, non in termini di pura preservazione, ma attraverso una valorizzazione conservativa delle risorse naturali. In parallelo, è necessario riconoscere i diritti delle popolazioni alla spartizione della ricchezza petrolifera e alla ricostituzione del loro ambiente gravemente compromesso dall’economia degli idrocarburi. Senza un riequilibrio territoriale, equità sociale e il rispetto dell’identità locale attraverso la salvaguardia delle qualità ambientali, non ci può essere sviluppo. E senza sviluppo – ecco il punto di sutura – non ci può essere pace.

 

Da politico reticente a politico vincente il passo è enorme. Jonathan è chiamato a dimostrare che l’immenso capitale di speranza che il popolo gli ha affidato non sarà dissipato. Una fetta importante di cittadini è convinta che la forza del presidente sia contenuta già nel suo nome. Allora, “buona fortuna”, Mister Goodluck!

 

 

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Democrazia possibile

Lo scorso aprile si è votato per eleggere il parlamento (109 senatori e 360 rappresentanti), il presidente (20 candidati) e i governatori di 24 stati su 36.

Le elezioni legislative sono state vinte dal Partito democratico del popolo (Pdp), la compagine politica al potere – e con maggioranze schiaccianti – dalla caduta del regime militare (1999). La novità importante è che il Pdp ha subito un severo ridimensionamento, cedendo terreno alle opposizioni: il Congresso d’azione della Nigeria (Acn), di Nuhu Ribadu, e il Congresso per il cambiamento progressista (Cpc), di Muhammadu Buhari.

Il presidente Goodluck Jonathan (del Pdp) ha vinto le presidenziali al primo turno con il 59,6% dei voti (contro il 32,3% del suo principale sfidante, Muhammadu Buhari) e più del 25% dei voti espressi in oltre i due terzi degli stati, come previsto dalla legge. I governatorati sono andati per due terzi al Pdp. La Nigeria è una federazione e l’architettura dei poteri complessa. Il processo è stato lungo, con un avvio tentennante, che ha fatto temere che la macchina organizzativa non reggesse la prova di 74 milioni di iscritti al voto, tra allestimento di sezioni (130mila), bollettini di voto, verifiche e controlli.

La prima verità di queste elezioni è mediatica: violenza, tribalismi, la solita Nigeria. Ci sono stati almeno 500 morti. Nel paese la violenza è diffusa e radicata, e le elezioni rappresentano sempre un punto alto di tensione.

La seconda verità è più sostanziale: le elezioni hanno dato il segnale netto di una crescente volontà della gente di voler cominciare a votare con la testa e non con la pancia. La sconfitta del Pdp alle legislative è significativa, specie se si aggiungono alcuni fatti eclatanti, come la mancata elezione di Ilyabo Obasanjo- Bello e Mariam Yar’Adua, figlie di due grandi figure del Pdp. Gli elettori hanno seguito logiche diverse nell’espressione del voto: chi ha abbandonato il Pdp alle legislative, ha poi votato Jonathan e scelto un governatore del Cpc. Nello Stato di Ogun, luogo di nascita di Olusegun Obasanjo, nel sud, ha vinto un governatore dell’Acn con il doppio dei voti del candidato del Pdp. Per contro, nel nord, a Kano e a Katsina, hanno prevalso governatori del Pdp, sebbene il candidato presidenziale vincente sia stato Buhari. La campagna d’aprile ha segnato una grande vittoria della democrazia. Tutte le partite si devono giocare da ora, e molte interpretazioni vanno sottoposte a verifica. È certo che alcuni luoghi comuni cominciano a scricchiolare e sarà sempre più difficile descrivere la Nigeria con comode, ma fuorvianti, categorie pre-politiche, nel momento in cui il processo elettorale consegna senza equivoci il paese alla responsabilità della politica. (A. T.)

 

 

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I molti nomi della violenza

La violenza in Nigeria presenta due sfaccettature maggiori. La prima è di tipo securitario e riguarda la prevenzione e la repressione. La prevenzione funziona male, come hanno dimostrato le recenti elezioni e come continua a testimoniare un alto tasso di criminalità comune e di microcriminalità urbana. La repressione è non solo inefficace, ma pericolosa, a causa della brutalità delle forze di sicurezza e degli abusi di ogni sorta da esse perpetrate: dall’arresto arbitrario fino alle esecuzioni extragiudiziarie.

C’è poi il problema della giustizia. Le carceri sono piene di detenuti senza processo. Mancanza di mezzi, certo, ma anche scandalosa compravendita delle sentenze, per cui la gente è convinta che, se hai i soldi, non vai in galera, non restituisci il maltolto e non paghi le multe.

La seconda sfaccettatura ha una fisionomia squisitamente politica. Qui si sviluppano varie declinazioni, che hanno un loro preciso impianto geografico.

 

Militantismo religioso nel nord – C’è una violenza che solo impropriamente può essere definita religiosa. Essa riguarda essenzialmente l’islam, inteso però non come religione che pone questioni teologiche o interrogazioni sulla fede, bensì come visione mondana e interpretazione terrena della Parola di Dio. Due le valenze di questo militantismo che si richiama abusivamente al Corano. La prima riguarda la lettura giuridico-formale che si vuol fare dell’islam, per usarlo come mezzo di pressione, acquisizione e mantenimento del potere politico. È in questa prospettiva che viene spesso usata la legge islamica (shari’a), che introduce nel corpo sociale elementi d’intolleranza tra credenti e non credenti e di discriminazione (ad esempio, tra uomini e donne), instaura dinamiche di conflitto tra la legislazione nazionale (basata su fondamenti laici) e quelle dei singoli stati che adottano la shari’a (su base confessionale e costitutivamente discriminative). La seconda valenza ha a che fare con il fondamentalismo puro e duro, la cui espressione più nota è il movimento Boko Haram.

 

Settarismo nella Middle Belt – Crescono le violenze denominate “settarie” nella fascia centrale del paese. Si stima che tra il 1999 e il 2002 ci siano stati almeno 8mila morti; nell’ultimo decennio, circa 4mila le vittime nel solo Stato del Plateau; a Jos, la capitale, 1.000 morti nel settembre 2001, 700 nel novembre 2008, tra 300 e 500 nel gennaio 2010, con un’altra ecatombe a marzo. Almeno 18mila persone, fuggite dalle violenze agli inizi dello scorso anno, sono finite chissà dove, con il loro carico di paura, miseria e rabbia. All’origine di queste violenze ci sono molti fattori, ma due prevalgono su tutti: la riforma delle circoscrizioni amministrative, voluta nel 1991 dal dittatore Babangida per favorire l’ascesa politica dei suoi sostenitori nelle amministrazioni locali; le normative locali che discriminano tra i residenti e gli altri (ai primi vanno in priorità l’uso della terra e delle risorse naturali, e l’accesso all’educazione scolastica e al pubblico impiego).

 

Conflittualità nel Delta del Niger – Da anni gli abitanti di questa regione vivono come sentimento di espropriazione l’economia degli idrocarburi, di cui ricevono solo le briciole. Aggressioni, rapimenti, estorsioni, distruzione di beni delle compagnie petrolifere sono continue ed estenuanti, capaci d’incidere sulla produzione stessa di petrolio (fino al 20% di oscillazione tra un anno e l’altro). La regione è oggi in quiescenza, grazie all’amnistia voluta nel 2009 dal presidente Yar’Adua per tutti i militanti del Delta, con la successiva dichiarazione di cessate-il-fuoco da parte del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), il principale gruppo combattente. Ma l’area ribolle e le violenze possono riprendere in un momento anche prossimo, se continuano a tardare le risposte politiche alle richieste delle popolazioni locali. (A.T).

 

 

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Eni in Nigeria / La protesta africana nel Cda della società

Risposte al buio

Osayande Omokaro, attivista nigeriano, ha ottenuto da Scaroni l’impegno di ridurre dal 17 al 5%, entro il 2015, la percentuale del gas bruciato, e altamente inquinante, nell’estrazione del petrolio nel Delta del Niger. Rimane solo una promessa l’impegno di riversare sulle comunità locali l’energia elettrica prodotta dal colosso italiano.

a cura di Luca Manes

 

Osayande Omokaro è un attivista dell’organizzazione non governativa nigeriana Environmental Rights Action. In occasione dell’assemblea degli azionisti dell’Eni, tenutasi a Roma lo scorso 5 maggio, è giunto in Italia per chiedere conto alla multinazionale italiana delle conseguenze delle sue attività, soprattutto in campo ambientale, nella regione petrolifera del Delta del Niger. Il suo intervento in assemblea, il primo di un esponente del sud del mondo, è rientrato nell’ambito dell’iniziativa di azionariato critico promossa dalla Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm) e dalla Fondazione culturale Responsabilità Etica.

 

Cosa ha chiesto ai vertici dell’Eni?

Prima di tutto, quanto gas brucia, a cielo aperto, l’Eni nel Delta del Niger, poi quali sono le sostanze contenute nel gas e quali le misure per ridurre la sua emissione.

 

Soddisfatto delle risposte?

In realtà, sono state parzialmente contraddittorie, visto che l’amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha detto che gli impianti dell’Eni bruciano, attualmente, il 17% del gas collegato all’estrazione del petrolio (gas flaring). Il loro obiettivo è di arrivare al 5% entro il 2014. Poi, però, ha parlato di 0% fra il 2012 e 2013…

 

Il dato di fatto è che il gas flaring continua a essere adottato da tutte le multinazionali presenti in Nigeria.

Sì. Nonostante sia stata dichiarata illegale già nel 1984 e che ci siano stati vari pronunciamenti legali al riguardo, la pratica è ancora utilizzata. Ora si parla del 2015 come termine massimo entro cui mettere fine a un fenomeno che in Europa o negli Stati Uniti non è nemmeno ipotizzabile.

 

Si spieghi meglio.

Il gas flaring ha impatti socio-ambientali devastanti, contribuendo ai cambiamenti climatici e causando perdite economiche enormi alla Nigeria, visto che si calcolano in 72 miliardi di dollari i mancati proventi fra il 1970 e il 2006. Un’attività che conferma appieno il doppio standard impiegato dalle compagnie petrolifere nelle loro operazioni: ciò che si può fare, e viene fatto, nel sud del mondo, non sarebbe mai accettato nel nord, dove queste aziende operano in ben altro modo.

 

La vostra organizzazione effettua molte missioni sul campo nel Delta del Niger, dove ha contatti continui con la popolazione locale. Di recente, lei ha contribuito alla stesura di un rapporto in cui si cita un importante progetto promosso dall’Eni.

Si tratta del Kwale-Okpai Independent Power Plant, un impianto che ha come obiettivo quello di “catturare” il gas collegato all’estrazione petrolifera per trasformarlo in energia elettrica, il tutto nell’alveo del Meccanismo dello sviluppo pulito inserito nel Protocollo di Kyoto. La centrale, quindi, produce anche dei crediti di carbonio, visto che è stata concepita per conseguire una riduzione delle emissioni di 14,9 milioni di tonnellate di Co2 per un periodo di dieci anni (2005-2015) e per fornire un contributo di circa 480 megawatt di energia elettrica alla rete elettrica nigeriana. Ben 50 megawatt sarebbero dovuti andare alla popolazione locale, ma le comunità ndokwa, interessate dal processo di estrazione petrolifera all’interno del bacino d’utenza dell’impianto, continuano a rimanere al buio. Nessun nucleo familiare, infatti, ha ricevuto forniture di energia elettrica.

 

Qual è stata la replica dell’Eni al riguardo?

Hanno fatto presente che loro passano tutta l’energia elettrica prodotta a Okpai all’azienda energetica nigeriana, che poi provvede a distribuirla a suo piacimento. Questa affermazione è senza dubbio vera. Ciò non toglie che l’Eni potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo maggiore in questa vicenda, anche per migliorare i rapporti con le comunità presso le quali opera. Visto anche che loro stessi hanno parlato di un accordo firmato nel 2004, secondo cui dovrebbero trasferire energia alle comunità locali.

 




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