Il fiume Nilo tocca le terre e gli interessi di ben sette diverse nazioni africane, ma la loro diversa capacità di sfruttamento e l’assenza di accordi che agevolino un utilizzo cooperativo tra i vari stati, costituisce un paradosso dai risvolti anche rischiosi.

Con i suoi 6.695 km di lunghezza e il suo bacino di 9.400.000 km quadrati, il fiume Nilo tocca le terre, e gli interessi, di ben sette diverse nazioni africane. Burundi, Ruanda, Tanzania,
Uganda, Etiopia, Sudan, Egitto. Anche la Rd Congo detiene interessi sul corso d’acqua, il cui percorso si snoda tra diverse realtà e situazioni, spesso contrastanti tra loro.
 
La situazione presenta un paradosso non da poco: c’è un maggior controllo e un maggior utilizzo della risorsa idrica da parte delle nazioni più a valle.
 
L’Egitto è senza ombra di dubbio il principale utilizzatore del fiume. Solo il 2,5% del territorio nazionale è adibito all’agricoltura: si tratta della fascia di terra che compone la Valle e il Delta del Nilo. Il paese è, tra quelli bagnati dal fiume, quello con il maggior tasso di crescita demografica ed industriale. Per cui è anche quello con il maggior fabbisogno idrico, sia dal punto di vista alimentare che dal punto di vista energetico.
 
Il Sudan ricopre un ruolo fondamentale, in quanto è a Khartoum, la capitale, che i due affluenti principali si incontrano, dando vita al corso del fiume vero e proprio. Ha quindi una posizione strategica nei confronti dell’Egitto, con cui vi sono già stati attriti in passato.
 
Nei monti dell’Etiopia nasce il principale affluente: il Nilo Azzurro, che contribuisce in maniera rilevante alla portata, che per esempio nel 1964, a causa di una siccità in territorio etiopico, diminuì del 16%. Tuttavia, pur avendo la possibilità teorica di esercitare un controllo sul fiume, utilizzandone la rapidità in quel tratto per la produzione idroelettrica, questa nazione non ha le risorse per attuare piani di sviluppo economico. La sua posizione è dunque meno decisiva di quanto la geografia potrebbe far supporre.
 
L’altro affluente principale, il Nilo Bianco, nasce nella regione dei grandi laghi, che coinvolge le altre nazioni elencate: Burundi, Ruanda, Tanzania e Uganda. Paradossalmente sono proprio questi paesi quelli che, pur trovandosi più in prossimità rispetto alle fonti d’acqua, ne presentano un utilizzo inferiore. Mentre in Egitto il 97% della popolazione ha accesso all’acqua potabile, la percentuale media di questi paesi si aggira intorno al 50%. Sebbene tali nazioni abbiano una quantità nettamente superiore di potenziali fonti presso cui attingere acqua.
 
Il motivo di questo paradosso? L’Egitto è protetto da trattati internazionali che regolamentano l’utilizzo del Nilo dalle sorgenti fino alla foce. Dal 1929 lo stato egiziano ha potere di controllo e di monitoraggio sui progetti di opere idrauliche che coinvolgano corsi d’acqua appartenenti al bacino del Nilo. Nel 1959 un accordo bilaterale tra Egitto e Sudan ha ribadito la cosa.
 
Inoltre l’Egitto possiede l’economia più forte, l’esercito più potente e una posizione internazionale più prestigiosa. Il grado di sviluppo dei paesi della regione dei grandi laghi non è sufficiente a permettere un uso soddisfacente delle risorse idriche.
 

Il bacino del Nilo coinvolge in tutto una decina di nazioni, e quasi 300 milioni di abitanti. Di fatto non esiste un accordo che agevoli un utilizzo cooperativo tra i vari stati lungo cui il fiume scorre. Di certo non il miglior panorama possibile: cosa succederebbe se, a causa della costruzione di una diga, atta a soddisfare il fabbisogno alimentare o energetico di uno stato a monte, la portata del fiume calasse a valle?