Diga della discordia
Come Nigrizia aveva evidenziato nel dossier dello scorso gennaio, ricevendo i rimbrotti dell’ambasciata d’Etiopia in Italia, la Grande diga della Rinascita, in costruzione sul Nilo Azzurro (appalto assegnato alla Salini Costruzioni), non piace affatto all’Egitto. Tanto che esponenti politici egiziani pensano ad azioni militari.

Potrebbero causare ulteriori tensioni tra Egitto ed Etiopia le dichiarazioni di esponenti politici egiziani che nel corso di un incontro con il presidente Morsi – non consapevoli di essere in diretta televisiva – hanno proposto di adottare azioni militari contro l’Etiopia impegnata nella costruzione della Grande diga della Rinascita sul Nilo Azzurro (foto), il principale affluente del fiume Nilo.

Ne ha dato notizia la BBC, spiegando che nella conversazione in onda sul canale di stato un politico egiziano ha suggerito di inviare forze speciali per distruggere la diga, definendola «una dichiarazione di guerra»; un altro politico ha suggerito di inviare jet da combattimento per spaventare gli etiopici; un terzo ha fatto appello all’Egitto perché sostenga gruppi ribelli che sono in lotta con il governo di Addis Abeba.

Muhammad Anwar al-Sadat, leader del partito laico della Riforma e Sviluppo, ha dato la colpa all’ufficio della presidenza per non aver avvertito gli interessati che la tivù trasmetteva in diretta. E ha poi tenuto a precisare che i discorsi fatti durante l’incontro non rappresentano la posizione ufficiale dell’Egitto, si trattava semplicemente di una conversazione tra politici che sono arrabbiati per il piano dell’Etiopia.

L’incidente della diretta televisiva va a incrementare la tensione tra l’Egitto e l’Etiopia già manifestatisi la settimana scorsa dopo la notizia dell’avvio dei lavori per la deviazione delle acque del Nilo Azzurro da parte del governo di Addis Abeba per progredire nella costruzione della diga destinata a diventare la più grande dell’Africa con una capacità produttiva di 6 mila megawatt. La reazione del presidente Mohammed Morsi era stata immediata:«L’Egitto non consentirà la perdita di una sola goccia d’acqua. Se quella diga avrà un impatto sulla quantità d’acqua che riceviamo dalla nostra quota del Nilo, che è pari a 55 miliardi di metri cubi, allora dovremo considerare che si è superata una linea rossa, ed il nostro paese è pronto a combattere per l’acqua».

Il Nilo provvede al 95 % del fabbisogno idrico dell’Egitto che, con una popolazione in aumento, avrà bisogno di una maggiore quota d’acqua. Secondo il Cairo, la decisione dell’Etiopia di costruire la Grande diga del Rinascita è una violazione del patto coloniale del 1929 che riservava all’Egitto lo sfruttamento del 66 % delle acque del fiume e il diritto di veto su ogni progetto idrico che ne intaccasse le sue prerogative. L’accordo coloniale è al centro di dispute da parte degli altri nove paesi rivieraschi che da tempo si battono per una revisione degli accordi e chiedono una condivisione più equa delle acque del Nilo.

Nigrizia nel lungo dossier di gennaio 2013 – “Condominio Nilo” – aveva messo in evidenza la complessità degli interessi in gioco per lo sfruttamento delle risorse idriche del fiume, che riguarda una popolazione complessiva di 437 milioni di persone che abitano gli undici paesi attraversati dal fiume. E la necessità di trovare con urgenza nuove strade per facilitare il dialogo e la cooperazione fra gli stati interessati, per evitare che i contrasti e le divergenze sfocino nella guerra per l’acqua.

In particolare, il dossier di Nigrizia aveva sottolineato la possibilità di una ritorsione da parte del Cairo contro il progetto della Grande diga della Rinascita, percepita come una diretta minaccia alla sicurezza economica dell’Egitto. Posizione che l’ambasciata d’Etiopia in Italia ha contestato in una lettera, pubblicata sul numero di maggio. Nella lettera si nega che il governo di Addis Abeba non sia in buoni rapporti con il Cairo e che circa il progetto della diga vi è cooperazione tra i due paesi. I fatti appena descritti dimostrano invece il contrario: c’è tensione e bisogna correre ai ripari con una strategia di confronto e dialogo prima che le cosi degenerino.

L’appalto è stato assegnato in trattativa privata alla società italiana Salini Costruttori. L’impianto è in costruzione nella regione etiopica di Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan.