Burundi / Voto scontato
Si apre nel segno dell’incertezza il nuovo e incostituzionale mandato presidenziale del leader burundese. La riconferma, contestata dalle opposizioni, dalla missione Onu e dalla comunità internazionale non allontana il rischio di una guerra civile.

Non poteva esserci nessuna sorpresa. E così è stato. I risultati delle elezioni presidenziali di martedì 21 luglio, ufficializzati venerdì 24, dicono che Pierre Nkurunziza è stato rieletto per un terzo mandato con il 69% delle preferenze. Il principale rivale Agathon Rwasa delle Forze per la liberazione nazionale ha ottenuto il 18%, anche se a Bujumbura è stato a un passo dal vincere. Nel resto del paese, l’affluenza maggiore l’ha fatta segnare la provincia di Ngozi, di dov’è originario Nkurunziza: 91,99%, il presidente ha preso il 79% dei voti.
Dopo settimane di violenze e notti insonni aspettando le rappresaglie di militari e polizia, e la pressione degli Imbonerakure (la gioventù armata del presidente, addestrata dalle milizie hutu del Fronte Popolare di Liberazione del Rwanda, attive in territorio congolese), la popolazione burundese si trova oggi a incassare il duro colpo che già si aspettava.
Del resto i cittadini burundesi hanno dovuto subire un colpo basso dietro l’altro sin dal 26 aprile, quando il presidente aveva annunciato la sua ricandidatura alle presidenziali, nonostante la Costituzione non preveda un terzo mandato consecutivo. Le speranze di vedere il suo governo despotico cadere sono andate in frantumi il 13 maggio, quando i berretti rossi (paracadutisti dell’esercito), hanno tentato di conquistare il potere con un colpo di stato (subito rientrato), mentre Nkurunziza si trovava in Tanzania per i negoziati.
Che cosa può accadere ora? Appena resi noti i risultati, il presidente dell’associazione burundese per i diritti umani (Aprodh) Pierre-Claver Mbonimpa ha subito accusato il governo di frode elettorale. Molta gente a quanto pare si è tolta l’inchiostro dalle dita (l’impronta digitale sancisce l’avvenuto voto) per andare a votare di nuovo; altri sono stati costretti con la forza ad andare alle urne; altri ancora si sono impossessati del documento elettorale di qualcun altro e hanno votato. Di fronte a questa denuncia, la comunità internazionale ha ribadito la minaccia di chiudere i finanziamenti.
Anche la missione Onu di osservazione del voto, in un comunicato diffuso ieri, afferma che lo scrutinio è stato segnato dalla violenza e non è stato «né libero, né credibile, né inclusivo».
E in effetti a Bujumbura sono stati giorni di forte tensione che non accenna a diminuire. La gente è tornata sì al lavoro ma non alla normalità. I giovani, senza prospettive, si preparano adesso al peggio. Si rischia una ricaduta nella violenza. Lo scorso fine settimana, nel sud del paese, si sono verificati scontri tra l’esercito e un gruppo armato non identificato.

Accuse e compromessi
Appena resi noti i risultati Agathon Rwasa si è affrettato ad affermare che la guerra non sarebbe una soluzione intelligente. Il leader dell’opposizione, che vive a Kiriri, il quartiere-bene della capitale Bujumbura, la vede così: «Questo governo in 10 anni non ha fatto nulla per la popolazione. Si è riempito le tasche, ci ha fatto regredire economicamente e ha fatto perdere la speranza ai giovani. Non so quale miracolo abbia in mente Nkurunziza, ma mi appello alla sua saggezza e gli chiedo di lasciare il governo. Perché non ritirarsi ora e ricandidarsi per prossimo mandato? Se è così amato come dice, sicuramente non avrà problemi!».
E chiede alla comunità internazionale di agire di fronte a questo voto fasullo: «Il regime ha fatto di tutto per ostacolarci. Non ci hanno lasciato fare la campagna elettorale e ci hanno minacciati. È chiaro che pensavano di perdere. Sono state elezioni incostituzionali e il mancato rispetto della volontà popolare è un problema serio».
E tuttavia ieri alla prima sessione del nuovo parlamento, alla quale si sono presentati 104 deputati su 121, Rwasa ha scelto di esserci. In piena contraddizione con quanto affermato pochi giorni prima. Ma lui non ha fatto una piega: «Occorre prendere atto che la pressante azione di Nkurunziza è riuscita. E ho il dovere di non abbandonare coloro che hanno votato per me». Charles Nditije, altro oppositore di Nkurunziza, ha fatto sapere che «il dialogo con Rwasa rimane aperto, ma non è possibile che si costituisca un governo fondato su un voto che noi contestiamo».

Forzature
Willy Nyamitué, portavoce ufficiale di Nkurunziza, vede tutto un altro scenario. Giovane e molto sicuro di sé, lavora nella bella sede del Cndd-Fdd, un palazzo tra i più prestigiosi della capitale. Sembra di entrare in un altro mondo rispetto alla realtà burundese (girano addirittura voci che ci sia persino un’aquila, simbolo del partito, in qualche stanza dell’edificio). Il portavoce accusa i manifestanti di voler fomentare una rivolta: «Se continueranno con la violenza, avranno quello che si meritano. Si barricano dietro trincee occasionali e lanciano pietre non per proteggersi dagli attacchi della polizia e degli Imbonerakure, ma per impedire alla gente di circolare liberamente e così ostacolano il ritorno alla normalità. Anche prima del voto ci sono stati attacchi con granate e fucili contro le forze dell’ordine: alcuni poliziotti sono morti. La polizia aveva avuto l’ordine di non sparare».
Non si ricorda delle decine di morti tra i manifestanti, che si sono registrate nei mesi scorsi. E poi la polizia ha avuto l’ordine di non sparare nei giorni precedenti al voto e in quelli immediatamente successivi. Che cosa succederà ora che le elezioni sono finite?
Nyabitué non pare preoccupato: «La nostra speranza è quella di vedere un Burundi in pace. Invitiamo tutti ad accettare la volontà elettorale del popolo. Anche la comunità internazionale. Le elezioni sono state dei burundesi, non degli europei o degli americani. Se ci taglieranno i fondi non c’è problema. Andremo avanti senza il loro diktat. Abbiamo dei grandi progetti per il futuro». Sembrano cancellati 10 anni di inerzia da parte del governo.

Nella foto sopra il presidente del Burundi appena rieletto, Pierre Nkurunziza. (Fonte:Keystone)