L'ARIA CHE TIRA – SETTEMBRE 2019
Gianni Silvestrini

Mentre negli Usa sono ben 100 gli impianti a carbone chiusi o in via di smantellamento dopo l’insediamento di Trump, uno schiaffo per il presidente, la protesta contro il carbone arriva anche in altri continenti.

In questo contesto, la Cina gioca un ruolo molto ambiguo. Pechino ha frenato con decisione, infatti, l’espansione del carbone a casa propria, ma la sua industria sta espandendosi all’estero, tanto che un quarto delle centrali a carbone in costruzione nel mondo, 8 solo in Africa, sono supportate dalla Cina.

È questo il caso dell’impianto da 1.050 MW che si vorrebbe realizzare in Kenya, con un costo stimato in 2 miliardi di dollari, per il 60% finanziato proprio da Pechino.

La centrale era stata oggetto di forti proteste anche per la vicinanza a Lamu, la cui città vecchia è iscritta tra i patrimoni dell’umanità quale “insediamento swahili più antico e meglio conservato dell’Africa orientale”.  Il movimento ambientalista ha raggiunto un primo importante risultato lo scorso giugno con il blocco dell’autorizzazione. Un tribunale, infatti, ha considerato irregolari le procedure e carente la partecipazione pubblica. A protestare per primo è stato l’ambasciatore Usa, sia per un riflesso pavloviano, sia per l’interesse di alcune industrie statunitensi.

Il progetto, peraltro, si inserisce in un contesto di sovrapproduzione elettrica. Insomma, è molto probabile che quella che sarebbe stata la prima centrale a carbone nell’Africa orientale non si costruirà più. Anche perché nel frattempo al contributo dell’energia geotermica e idroelettrica che già forniscono due terzi della produzione del paese, si stanno affiancando le nuove tecnologie del sole e del vento.

Sono già in fase di costruzione due parchi eolici, uno da 100 MW e l’altro da 310 MW, mentre le enormi potenzialità del solare sono utilizzate solo marginalmente con 3 progetti, per complessivi 150 MW e con una forte diffusione di sistemi decentrati. Considerando che l’80% della superficie è arida o semiarida e poco popolata ci sono notevoli possibilità di crescita già oggi favorite anche dalla economicità dei nuovi impianti. Basta pensare che il prezzo dell’elettricità della centrale a carbone, se mai dovesse essere costruita, sarebbe di un terzo superiore a quello delle ultime centrali solari.

Nella foto una manifestazione di protesta a Nairobi contro la costruzione di una centrale elettrica a carbone a Lamu. (Tony Karumba)


Lamu
Tra le più suggestive mete turistiche del paese, la contea è già minacciata da progetti che prevedono un nuovo porto e un terminal petrolifero proprio a Lamu.