Incontro alla Fnsi
Mobilitazione dell’informazione, della società civile e di pezzi della politica affinchè viale Mazzini non chiuda sei sedi all’estero, tra cui Nairobi, come è già stato annunciato. “Vorrebbe dire cancellare i suoi occhi sul mondo”. Una scelta miope.

La sintesi politica arriva dalla bocca dell’onorevole Melandri: “La chiusura delle sedi Rai all’estero è segno della chiusura e del provincialismo che dimostra la classe dirigente italiana. Dimostra come l’Italia percepisce sé stessa. Tutta chiusa in un piccolo provincialismo”.

 

Il suo è stato uno  tra gli oltre venti interventi che hanno caratterizzato l’incontro di stamani presso la Federazione nazionale della stampa di Roma. Appuntamento col mondo dell’informazione e della società civile che aveva lo scopo di riaccendere i fari sulla ventilata ipotesi (che sembra per la verità quasi una certezza) della chiusura di sei sede Rai all’estero (Nairobi, Beirut, Istanbul, Nuova Delhi, Buenos Aires e Mosca). Più il canale Rai Med, che si occupa dell’area mediterranea.

 

Incontro promosso, tra gli altri, dal Tavolo della pace, Articolo 21, Usigrai e dalle riviste missionarie, tra cui anche Nigrizia. I comboniani fin dal 2005 si sono battuti per l’apertura di una struttura del servizio pubblico italiano in Africa. A inaugurare il dibattito pubblico fu un editoriale della Federazione della stampa missionaria italiana (Fesmi) pubblicato dalle riviste del settore nel febbraio del 2006, con il titolo Notizie, non gossip. Nigrizia è poi stata presente al tavolo delle trattative che si sono intavolate con la dirigenza Rai. L’inaugurazione, nel 2007, dell’ufficio di corrispondenza Rai a Nairobi (Kenya) era stato quindi accolto con favore dai missionari.

 

Ma quella soddisfazione è durata poco. Non solo perché le notizie dall’Africa, quando passano dai canali informativi pubblici, arrivano spesso a ore impossibili o in format visti da poche persone. Ma anche perché già dal 2010 sono iniziate a circolare voci di chiusura di alcune redazioni all’estero. Tra queste proprio Nairobi.

 

Scelta dovuta ai costi, la versione dell’azienda. Scelta catastrofica e miope secondo i partecipanti all’incontro di ieri, tra cui alcuni membri della Commissione parlamentare di vigilanza Rai. Non solo perché il costo delle sei sedi sarebbe abbastanza irrisorio (928.500 euro, secondo Giorgio Merlo, vicepresidente della Commissione di Vigilanza) rispetto ad altre scelte aziendali (vedi costo delle due serate celentanesche a Sanremo). Ma perché chiudere gli occhi del servizio pubblico italiano su quel che accade in zone strategiche nella geopolitica del presente significa abbassare il livello culturale e di consapevolezza del cittadino italiano, utente Rai, come ha ricordato Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, tra i pochi quotidiani a seguire con continuità la politica estera. “La Rai non solo deve tenere aperti gli occhi sul mondo ma deve lasciare che siano contagiosi”.

 

 Visione supportata anche da Claudio Sardo, direttore dell’Unità: ” L’informazione italiana rischia il conformismo. L’omologazione. Realizziamo prodotti tutti uguali. Con la riduzione a spazi ridotti di tutto ciò che è legato alla solidarietà, ai diritti. Non possiamo lasciare i cittadini da soli davanti al mercato”.

 

Già oggi pomeriggio il direttore generale della Rai Lorenza Lei sarebbe stata sentita dalla Commissione di Vigilanza. Si spera in un suo ripensamento. Anche se sono reali le lamentele di alcuni operatori del settore sugli eccessivi sprechi o costi evidenziati dall’azienda pubblica. A partire proprio dalle spese per dirigenti, per direttori di testata, e al fatto che ci sono 13 testate giornalistiche Rai, quando la Bbc ne ha solo due.

 

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavolo della pace e promotore attivo dell’iniziativa, dopo aver ricordato che sono 2.537 i gruppi e le ong in Italia che hanno sottoscritto l’appello contro la chiusura degli uffici di rappresentanza all’estero Rai ha ribadito che iniziative come questa servono. Ma devono essere seguite da campagne di informazione capillare. “Perché la chiusura delle sedi Rai non è un problema sindacale interno all’azienda. Ma un fatto di democrazia e una battaglia per avere maggiore consapevolezza per ciò che accade a un passo da noi”.

 

Prossima data importante sembra essere il 28 marzo, quando il provvedimento di chiusura delle sedi ritornerà sul tavolo del consiglio d’amministrazione di viale Mazzini.