COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

Lo specifico dei comboniani è mettere le tende tra le lacrime di chi soffre. Fuori dai palazzi e lontano dai privilegi. Ce lo ha insegnato il fondatore che oggi sarebbe, con i fatti, a fianco dei migranti e alzerebbe la voce contro l’arroganza razzista.

Khartoum,10 ottobre 1881, ore 22.00: il primo vescovo del Sudan, monsignor Daniele Comboni, moriva nel cuore dell’Africa, circondato dai suoi pochi missionari e missionarie. Aveva 50 anni. Umanamente il suo sogno e la sua opera sembravano morire con lui. Aveva fondato i suoi istituti, maschile e femminile, una decina di anni prima, e ora rischiavano di rimanere orfani e senza futuro.

Ma quel 10 ottobre, giorno di dolore e morte, si trasformò in un giorno di vita per la sua opera e i suoi istituti: il 1º giugno 1867, l’Istituto per le missioni della Nigrizia (i missionari comboniani) e il 1º gennaio 1872, le Pie madri della Nigrizia (le suore missionarie comboniane). La testimonianza di quel vescovo che aveva amato, sofferto e vissuto per l’Africa, fece reagire i suoi missionari e missionarie. Tutti, davanti al sacrificio del loro padre Daniele, decisero unanimemente di continuarne l’opera: «Noi siamo risoluti a continuare la missione iniziata da Comboni con le forze che Dio ci darà».

Sì, fu veramente la missione a salvare gli istituti comboniani. Fu l’Africa a farli rinascere. La risposta non venne dalle congregazioni romane o da chi non aveva mai visto la missione. Venne da chi con Comboni aveva sofferto, e da Comboni era stato contagiato e formato alla vita missionaria.

Comboni non era uno che parlasse o scrivesse in favore dei poveri e dei dimenticati standosene lontano e senza correre rischi personali. Al contrario, si lanciava nell’azione e attaccava a volto scoperto i predatori e gli oppressori del suo tempo. Era uomo di un’audacia straordinaria e di una visione ampia della storia. Lanciato verso il futuro, la sua voce mai tacque davanti alle ingiustizie. Lottò contro la schiavitù e difese la causa dell’Africa, sognando un’Africa nuova, un’Africa che occupasse il suo posto nella Chiesa e tra i popoli.

La storia gli ha dato ragione, nonostante l’opinione contraria dei “prudenti del suo tempo”. In lui, le sue parole e i suoi ideali si trasformavano in vita. Non si accontentò di parlare in favore dell’Africa: pagò di persona fino alla morte. Comboni aveva un indirizzo chiaro: i popoli dell’Africa centrale, che in quel momento storico gli apparivano come «i più necessitosi e derelitti dell’universo». L’Africa «abbandonata e dimenticata» diventò la sua passione.

Alla sua scuola

Comboni ha insegnato a noi comboniani che il nostro specifico è la missione di frontiera: mettere le nostre tende tra le lacrime di chi soffre. Comboni ha predicato che chi vive trincerato nei palazzi dorati non può proprio capire la missione e le lacrime degli ultimi. Per lui, solamente chi vive con il povero Lazzaro può gridare contro le ingiustizie del ricco epulone. Per lui, missione è guardare le sofferenze del popolo e ascoltarne il grido di dolore, come ha fatto Dio. È abbandonare il palazzo del faraone, come fece Mosè, per vivere tra i fratelli e le sorelle oppressi e “fare causa comune” con loro.

Per Comboni missione oggi è stare con. È scegliere e abitare nella geografia della sofferenza, che va sempre più diffondendosi. Missione oggi è vivere da buoni samaritani, con gli occhi dell’amore sull’altro, sul viaggiatore e migrante aggredito dai banditi e abbandonato ai margini della strada.

I missionari, laici e consacrati, hanno molto da imparare dalla vita di Daniele Comboni. Certo, si parla di cambiamenti profondi, di giustizia, di liberazione integrale dell’uomo, ma quanti sono disposti a rischiare e a pagare di persona? In molti casi sembrerebbe che la parola abbia sostituito l’azione. Si proclama un ideale a voce alta, gridando anche, ma per cambiare il mondo non basta parlare o gridare; occorre donarsi a un ideale, uscire, esporsi, lottare e sacrificarsi.

150 anni dopo, nelle periferie

Guardando ai suoi istituti dopo 150 anni, Comboni può considerarsi soddisfatto, perché hanno seguito i suoi passi e hanno ascoltato la sua voce. Le missionarie e i missionari comboniani identificati, generosi e disposti a dare la vita per Cristo e per la missione sono moltissimi: senza rumore si spendono ogni giorno nei vari servizi che sono loro affidati. La loro presenza tra i poveri e gli emarginati è una grazia per tutta la Chiesa missionaria. Diverse comunità comboniane si trovano nelle periferie pericolose: zone di conflitto o di guerra, contesti a rischio continuo, di repressione politica, violenza sociale e ambientale.

Ma, per Comboni, non bisogna mai accontentarsi, adagiarsi e fermarsi. Oggi Comboni darebbe un’occhiata veloce all’Europa che sta cambiando colore, religione e cultura, per spronare i suoi a esservi più presenti perché è in Europa che si gioca buona parte dei destini dell’Africa e dei suoi popoli. E dove aumenta il razzismo e l’esclusione più disumana. Un’Europa che ha spesso calpestato e depredato l’Africa, e che si ritrova ora a temere una “invasione” di popoli di diverse etnie, lingue e religioni.

Comboni, che ha amato l’Africa lontana, si muoverebbe ora per quella parte di Africa che ha raggiunto l’Europa e che non tornerà più indietro, nonostante si stiano elevando muri e barriere. Direbbe che non è più sufficiente pensare al continente europeo come territorio dove svolgere solamente animazione missionaria e promozione vocazionale. Anche in Europa, terra di missione, siamo chiamati ad avere «il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno di speranza e della luce del vangelo» (Evangelii gaudium, 20).

Spiritualità e denuncia

La spiritualità di Comboni insegna che missione è accogliere e accompagnare chi fugge in cerca di sicurezza, di un pezzo di pane e di un bicchier d’acqua. Oggi non esiterebbe a mettersi al fianco di papa Francesco, rimasto quasi solo nelle sue lotte contro le politiche false e passive, in favore dei migranti, considerati come merce di scarto. Griderebbe, come fece sempre, contro i vari politici del nostro tempo che parlano con arroganza razzista per dire niente, mentre si godono le ferie nuotando in quel Mediterraneo divenuto cimitero di disperati e di senza patria.

Nel suo grido, non risparmierebbe quella parte di Chiesa, chiusa e passiva, che dimentica la sua ragione di essere: la missione tra i più bisognosi. E griderebbe anche contro i suoi discepoli, che si sono accomodati occupandosi in servizi poco missionari, allontanandosi dal cammino da lui tracciato. Si lamenterebbe sì del troppo silenzio da parte di non pochi istituti religiosi e missionari, un silenzio che non difende la giustizia e la verità. Si lamenterebbe forse anche delle troppe assemblee e incontri per parlare dei poveri, degli ultimi e dei migranti. Ha dimostrato, Comboni, che chi lavora e vive con i poveri non ha molto tempo per incontri e assemblee senza fine. E aprirebbe, certamente, le porte di quelle case e quei castelli blindati dove è impossibile ascoltare il grido disperato dei poveri.

Ricorderebbe inoltre alla Chiesa di non amare falsi privilegi, perché il suo vero privilegio è servire i poveri e per loro sacrificarsi. Il vero privilegio oggi è essere pescatori di uomini, donne e bambini, che aspettano di essere salvati da quel mare di ingiustizie, razzismo ed esclusione che è il nostro.

Chi è nato per la missione in prima linea non può fermarsi e accontentarsi del bene fatto senza guardare al futuro, che richiede sacrificio e impegno per accompagnare il numero dei poveri e degli esclusi, sempre in aumento. Dio ci chiama dal futuro per impegnarci in questo presente, che ha bisogno di seminatori di speranza e di profeti mai stanchi di schierarsi in difesa dei più deboli.

Nella foto: Sud Sudan, comunità cristiana in preghiera.