Burundi / Nkurunziza
In Burundi, un’intesa tra governo e opposizione per porre fine alle violenze sembra sempre più lontana. La Corte penale internazionale ha avviato un’indagine per fare luce sulle responsabilità nel conflitto scoppiato lo scorso anno, ma il clima politico nel paese continua a peggiorare.

Come previsto da chi se ne intende del Burundi, gli attesi colloqui che ad Arusha (Tanzania), dal 2 fino al 6 maggio, avrebbero dovuto vedere riuniti i rappresentanti del governo burundese e i leader dell’opposizione in esilio, sono stati rimandati. Si terranno a fine mese?
Dialogo inter-burundese dunque al punto morto e bloccato da dicembre 2015. Si allontana la speranza di porre fine alle violenze e alla crisi politica scatenata un anno fa dall’annuncio di una terza candidatura del presidente Pierre Nkurunziza. Il governo di Bujumbura, infatti, non accetta di sedere allo stesso tavolo del gruppo di opposizione in esilio, il Cnared (Consiglio nazionale per il rispetto degli accordi di Arusha e dello stato di diritto in Burundi), bestia nera del regime che lo accusa di aver preso parte al tentato golpe del maggio 2015.

Promesse non mantenute
Il problema del Burundi, piccolo paese nella regione dei Grandi Laghi, è che si ritrova di fronte un presidente sempre più schizofrenico: Pierre Nkurunziza dice una cosa e fa esattamente l’opposto. E nonostante gli sforzi dell’Onu, dell’Unione africana, dell’Unione europea (che finanzia il dialogo inter-burundese) e della comunità internazionale tutta, il piccolo Burundi non trova pace.
Nella questione burundese è intervenuto anche l’inviato speciale degli Stati Uniti per la regione dei Grandi Laghi, Thomas Perriello, a detta del quale il governo burundese è “l’elemento scatenante, e non la vittima della crisi attuale, sia sul piano politico che economico”.
Secondo Perriello, il linguaggio di Nkurunziza è biforcuto. Il governo si era impegnato, per bocca del presidente stesso, a liberare i prigionieri politici. Ebbene, nessun prigioniero ha lasciato il carcere. L’esecutivo di Bujumbura aveva accettato l’arrivo di 200 osservatori dell’Unione africana, ma si evita di abbordare la questione. Si afferma di fare l’impossibile perché i burundesi possano rientrare in tutta sicurezza nel paese, e intanto vengono riportati casi sistematici di tortura ed esecuzioni extragiudiziarie. 
Ad aggravare la già caotica situazione economica del Burundi, per via della crisi, sono intervenute le misure del governo riguardanti il settore bancario, misure che favorirebbero la fuga di capitali all’estero. Questa rimane senza dubbio il modo migliore per rendere impossibile ai partner del paese di aiutare la gente del Burundi e la sua economia.

La Cpi avvia un’indagine
Lunedì 25 aprile il procuratore della Corte penale internazionale, la signora Fatou Bensouda, ha aperto un fascicolo per avviare un esame preliminare, presupposto a ogni inchiesta, sulle violenze commesse in Burundi da un anno a questa parte. È infatti dall’ aprile 2015 che il paese è tornato a vivere nella violenza, cioè da quando Nkurunziza aveva annunciato – contro il parere di tutta l’opposizione in Burundi e di tutta l’opinione pubblica internazionale – che si sarebbe presentato per un terzo mandato presidenziale. Il mandato lo ottenne a luglio dopo una elezione controversa, violando la Costituzione e lo spirito degli Accordi di Arusha che avevano messo fine a una guerra civile nella quale, dal 1993 al 2006, ci furono più di 300,000 morti. Secondo le stime del responsabile Onu a Bujumbura, il recente conflitto causato da Nkurunziza ha provocato nel giro di un anno più di 500 morti e costretto 270 mila persone ad abbandonare il paese per rifugiarsi oltreconfine.
È dopo aver esaminato rapporti che parlano di “uccisioni, carcerazioni, atti di tortura (345 casi da gennaio, secondo l’Onu), stupri e altre violenze sulle donne” che Fatou Bensouda ha dichiarato che questi atti sembrano essere di competenza della Cpi.

Agguati politici
Infine, sempre lunedì 25, è stato ucciso in un agguato a Bujumbura il generale di brigata Athanase Kararuza. Con lui sono morte la moglie e la guardia del corpo. Ferita gravemente, invece, la figlia che il padre stava accompagnando a scuola.
Questo è l’ultimo nel tempo dei tentati assassinii di matrice politica che si sono moltiplicati nelle ultime settimane. Vanno ricordati l’attacco contro il ministro dei diritti della persona umana e degli affari sociali, Martin Nivyabandi, e altri attacchi contro membri eminenti delle forze di sicurezza. Il generale Kararuza, un tutsi, aveva guidato la Missione internazionale in Centrafrica (Misca) e poi quella integrata dell’Onu, sempre in Centrafrica, la Minusca.
Chi lo ha ucciso? Il governo punta il dito contro l’opposizione, naturalmente, ma in una città in cui i posti di blocco e controlli sono onnipresenti, solo uomini del potere (un commando di venti persone!) possono aver agito indisturbati. Regolamento di conti tra fazioni al potere? C’è da scommetterci. E pensare che a gennaio Nkurunziza aveva garantito alla delegazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, in visita a Bujumbura per sollecitarlo a porre fine alle violenze, che il paese era in sicurezza al 99%!

Nella foto in alto, il presidente burundese Pierre Nkurunziza mentre rilascia una dichiarazione ai media.