TATALITA – APRILE 2018
Elianna Baldi

C’è un proverbio che dice: “il tam-tam si fabbrica nella foresta, ed è solo quando è finito che si invita la gente a danzare”. Se la si invita prima e poi per varie ragioni il tam-tam non riesce, la gente rimarrà delusa e perderà la fiducia. Il nostro tam-tam lo stiamo costruendo e quindi è precoce parlarne, ma non riesco a pensare ad altro, e così condivido con voi un incontro straordinario vissuto in questo laboratorio della foresta.

Siamo nel salotto di un Centro d’accoglienza missionario, luogo di condivisione di vita e di sogni tra un viaggio e l’altro. Tre centrafricani, un congolese, un togolese, un’egiziana, un’italiana, un’austriaca, una tedesca. Un religioso cattolico, un pastore evangelico, tre consacrate, un artista, un antropologo, una cooperatrice internazionale.

Dialogo con tre amici del Movimento internazionale di riconciliazione (Mir) venuti da Francia, Togo e Congo Brazzaville. Erano arrivati in Centrafrica per lavorare con un’altra celebre istituzione che, con comportamenti poco accoglienti e troppo presa da problemi di gestione interna, non ha colto l’opportunità. Una missione fallita si è trasformata, grazie a degli incontri al tavolo della colazione, in una bella avventura di collaborazione con la diocesi di Berberati. Da novembre ci danno una mano ad animare delle sessioni di incontro tra le diverse parti della società – vittime e carnefici insieme e – per cercare cammini veri di riconciliazione, guarigione dai traumi, rifondazione del vivere insieme.

Noi approfittiamo della loro presenza per arricchirci delle loro esperienze e condividere i nostri sogni.

Ci incoraggiano a non aver paura di sognare, di credere alla pace. Esprimono varie volte la loro convinzione: appartiene a ogni popolo o comunità il compito di riflettere e trovare il modo per mettersi in piedi e trovare il proprio cammino che porta alla pace. Nessuno può farlo al posto di un altro. E questo richiede tempo, perché richiede un lavoro di prossimità, un cammino di discesa nell’intimo delle persone per risalirne rinnovati, un lavoro “dal basso” che porti le comunità a influenzare “l’alto” e dettare le proprie scelte ai responsabili. E le istituzioni religiose devono giocare fino in fondo il loro ruolo di sentinelle nella società, aiutare a chiamare per nome le cause lontane dei conflitti e dei mali odierni, per cercare soluzioni vere e quindi durature.

Quando ciò è affermato da un magistrato, cattolico impegnato, che ha rischiato la vita scommettendo sulla possibilità di cambiare degli efferati miliziani congolesi; quando ciò è detto da un pastore che, da segretario delle chiese evangeliche, ha partecipato all’organizzazione della marcia dei religiosi che nel 2005 in Togo ha portato alle dimissioni del golpista Gnassingbé Eyadéma e alle elezioni, e, di recente. In quanto membro della Commissione nazionale per i diritti umani, ha denunciato all’Onu le torture su dei carcerati; quando ciò è detto da una formatrice alla nonviolenza ricercata in un paese africano; quando queste parole provengono da testimoni credibili, riescono a infondere coraggio e perseveranza a chi ancora cerca di sognare ad occhi aperti e lavorare perché questi sogni prendano corpo. E il tam-tam della giustizia possa finalmente suonare.

Movimento internazionale di riconciliazione
È un movimento, a base spirituale, composto di donne e uomini che sono impegnati nel praticare la nonviolenza attiva come stile di vita, come mezzo di riconciliazione nella verità e mezzo di trasformazione personale, sociale, economica e politica. Il Mir italiano, sorto nel 1952, ha scelto come simbolo il charkha, l’arcolaio a ruota per filare il cotone. «Per noi rappresenta un richiamo alla semplicità di vita, ad un lavoro senza sfruttati e sfruttatori, rispettoso dell’ambiente; il modello di vita che perseguiamo».