Quel che Daniele ci dice

Alle radici della congregazione comboniana la spinta a stare nella storia umana e ad agire per la trasformazione sociale. Una missione che va ben oltre la pratica dell’aiuto ai poveri e che chiede un istituto multiministeriale, non clericale.

2013: meno imperi e più primavere

Se facciamo il confronto tra oggi e dieci anni fa, un elemento colpisce profondamente: nel 2003 il mondo era ancora in mano ai grandi imperi, all’America di George Bush, inventore della grande impostura delle Torri Gemelle (attentato di Al-Qaida a New York l’11 settembre 2001) e creatore di della personificazione del male in Saddam Hussein, identificato con le armi di distruzione di massa, che di fatto solo gli Stati Uniti avevano e hanno. L’impero del bene con la missione di distruggere l’impero del male. La verniciatura biblico-religiosa fu una importantissima dimensione della messa in scena.

L’istinto dei popoli rigettò le logiche dell’impero. Nel febbraio 2003, si tennero in tutto il mondo manifestazioni contro la guerra all’Iraq. Ma l’impero non ascolta i popoli: li usa per i suoi fini.

Nel 2013 gli imperi hanno molta meno credibilità ovunque, a cominciare dagli Stati Uniti. Anche imperi allo stato nascente, come la Cina, rivelano debolezze e piedi di argilla. Assistiamo alle infinite incertezze del presidente americano Barack Obama di fronte alle sfide delle “primavere arabe”, la vera novità nei dinamismi della storia dell’attuale decennio. Le “primavere” sono la manifestazione di energie positive in popoli che si svegliano dal letargo e che non intendono più essere manipolati, dove il rapporto fra religione e potere politico sta vivendo una fase di profonda evoluzione e revisione.

Oggi, i mezzi di comunicazione rendono accessibili alle grandi masse, ai giovani in particolare, informazioni sulle dinamiche politiche ed economiche, e una mentalità analitica e critica sta aprendosi un varco in tutti gli strati sociali e in tutti i continenti. I popoli sono meno vulnerabili alle grandi manipolazioni, come quelle attuate dai due Bush nelle guerre del Golfo, spacciate al resto del mondo tramite l’americana CNN.

Le primavere indicano la presenza dello Spirito di Dio nella storia. Il che non significa che tutto sia chiaro. Gesù ci ha detto che nella vita quotidiana, dell’individuo come dei popoli, alle energie positive, alle intuizioni, alla generosità, allo slancio e alla gratuità si mescolano l’egoismo, la violenza, l’aggressività, il guadagno senza scrupoli. Nel linguaggio biblico: frumento e zizzania.

Nelle primavere si possono cogliere con chiarezza energie positive, legate alla presenza del Risorto, come ha detto quel grande documento che è La giustizia nel mondo (Sinodo del vescovi, 1971). La risurrezione è dentro la storia. Il regno di Dio non è solo un progetto, ma è l’energia del Dio Trino che agisce nelle vicende umane, anche quando – e la parabola del seminatore, Matteo 13,1-23, Marco 4,1-20 e Luca 8,4-15, ci mette in guardia – sembra che tutto dorma e la staticità dell’inverno sembra avere l’ultima parola.

Nelle primavere i popoli manifestano fede e speranza in un futuro senza oppressioni e ingiustizie planetarie, oltre che una profonda convinzione nella possibilità di un cambiamento che vogliono orientare e gestire.

Certo, nelle primavere ci sono anche energie negative, come la violenza e la manipolazione della religione a servizio della violenza. Una delle più grandi sfide delle primavere è lanciata proprio alle religioni, usate molto spesso dagli imperi per giustificare la violenza che si oppone a ogni cambiamento.

Comboni credette nella primavera, soprattutto a quella africana. La rielaborò nel concetto di rigenerazione. Vi credette quando nessuno la intravedeva: la Chiesa, il papa, le grandi potenze europee affamate solo delle ricchezze del continente. Nessuno credeva che l’Africa potesse avere un futuro primaverile. Qui sta la grandissima novità profetica di Comboni. È qui che io vedo la prima sfida della canonizzazione di Comboni: credere nelle primavere, identificarne le energie positive, mettersi a loro servizio, non lasciarsi spaventare dai segni negativi né travolgere dalle nostalgie di un passato da restaurare. Ma, purtroppo, vedo nella Chiesa e anche nella società civile e nella politica, nostalgie anti-primavera. Nostalgia d’inverno, dove tutto è uniforme, statico, dormiente. Non c’è dubbio che papa Francesco è un grande operatore del nuovo clima primaverile. Primavera fu la parola-simbolo usata da Giovanni XXIII nell’aprire la stagione del Vaticano II.

 

Il mistero nella storia: croce – contemplazione – scienza

Elaboro queste riflessioni, mentre da più di un mese sono degente all’ospedale San Giovanni Calabria a Negrar (Verona). Il dolore e l’incertezza del futuro stanno tormentandomi, obbligandomi a chiedermi se per caso le primavere abbiano bisogno del dolore e della sofferenza. O meglio, se la sofferenza sia la negazione della primavera o la sua condizione.

Mi viene allo spirito un altro grande uomo di fede che continua ad accompagnarmi nel cammino della vita: Giorgio La Pira. Nel 1957, il carismatico uomo politico, il “santo sindaco” di Firenze, volò a Hanoi (Vietnam del nord) per incontravi Ho Chi Minh. Il presidente vietnamita gli chiese quale fosse la più grande forza di trasformazione della storia. «La preghiera», rispose candidamente La Pira. Un libro di Jean Daniélou, uno dei grandi teologi che prepararono il Concilio Vaticano II, s’intitola La forza politica della preghiera.

Sto leggendo le riflessioni di Carlo Maria Martini (il 31 agosto ne abbiamo celebrato l’anniversario della morte) nel suo libro Credo la vita eterna (San Paolo Edizioni 2012). La croce e la sofferenza rappresentano un ostacolo o un servizio alla primavera? Ecco la sfida della fede! La sfida di credere che la croce è parte essenziale della primavera con un Gesù che non parla mai della morte senza la risurrezione.

La numerose esperienze e le riflessioni di Comboni sulle sofferenze fisiche e morali, sulle persecuzioni dentro e fuori della Chiesa, sulle tensioni nel condurre la missione, dovrebbero essere rivisitate con grande attenzione da un punto storico scientifico. Le piste potrebbero essere i quattro reponatur (accantonamenti) che bloccarono la causa di canonizzazione per decenni.

Qui in ospedale, la croce si traduce in sofferenza fisica, incertezza della diagnosi, prelievi, esami colturali, ricerche… Spesso le grandi scoperte scientifiche sono state motivate dalle sfide della vita: dal dolore all’incombere della morte. Senza lo stimolo del dolore non ci sarebbero esplosioni di primavere neanche a livello scientifico.

In effetti, siamo costantemente creati e ricreati da una storia personale e cosmica, in cui il mistero della morte che genera vita è visibile ovunque: dalle grandi galassie all’atomo, dal macrocosmo al microcosmo. Senza la sofferenza dell’evoluzione, delle incertezze, delle ipotesi incerte non vi sarebbeeo né storia né crescita.

Il 2013 dovrebbe rafforzare questa visione contemplativa della storia. Che sola permette di sentire pulsare nella storia il mistero di Cristo risorto e vivente le cui piaghe restano aperte: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37b). Credo profondamente nella scienza e qui, all’ospedale di Negrar, qualsiasi cosa succeda, l’imperativo è la ricerca. Niente si può dare per scontato. La religione non può sostituire la scienza. È questa un’altra grande sfida di Comboni e della tradizione del suo maestro don Nicola Mazza, che vedeva la preparazione scientifica dei ministri della Chiesa curata nel seminario di Verona come totalmente inadeguata.

Un altro grande che in questi giorni mi sta accompagnando è Antonio Rosmini. Comboni e Mazza furono discepoli, in qualche modo, di Rosmini, che sfidò la Chiesa a vari livelli: si pensi alle grandi denunce nel libro scritto nel 1848, Le cinque piaghe della Santa Chiesa. Oggi la scienza è molto più seria che in passato. Ciò che a me dispiace è il rigurgito (almeno fino a papa Francesco) di un “religiosismo” che aliena e che ha paura della scienza. La preparazione scientifica dei ministri di oggi, laici o sacerdoti che siano, è fortemente inadeguata. Vedo le nuove generazioni di ministri ordinati rifugiarsi nel pietismo e in una religione alienante, fatta di piccole pratiche, di orpelli esterni, di candele e benedizioni. Pretendono di rispondere con un’avemaria o con un’ora di adorazione o con un pellegrinaggio ai problemi quotidiani della violenza, delle nuove schiavitù, delle infinite forme di razzismo, della lenta ma progressiva distruzione dell’ambiente, delle nuove geografie della distribuzioni dei popoli attraverso migrazioni inarrestabili.

Uno dei grandi collaboratori di don Calabria fu fratel Francesco Perez, nobile e laureato. Nell’Istituto don Calabria, i fratelli hanno una tradizione di preparazione scientifica notevolmente più alta dei sacerdoti. Apertura alla scienza e affermazione dei laici nella Chiesa sembrano essere fattori interdipendenti. I laici vanno coinvolti non come esecutori degli ordini dei preti, ma come creatori della storia, come analisti della vita, come inventori di strategie, oltre che esecutori. Don Calabria lottò per liberarsi dall’imposizione romana che la sua congregazione fosse clericale, cioè sotto l’autorità dei preti. La voleva “mista”, cioè con autorità condivisa rispetto alle competenze e alle necessità, non legata alla ordinazione sacerdotale.

Comboni concepì la missione come multiministeriale, molto al di là dell’ambito del prete. Basti pensare come esaltò il ruolo della donna e del fratello missionario. Sfortunatamente, la dimensione clericale ha prevalso fortemente nella storia comboniana. Un rinnovamento strutturale profetico, nel contesto del decimo anniversario, significherebbe riprendere quanto fu suggerito dai capitoli speciali del dopo-Vaticano II: ridiventare una congregazione mista dove la ministerialità, la competenza e la esperienza contano per il governo e la gestione dell’istituto. Porre l’ordinazione sacerdotale come condizione per entrare nella leadership oggi non ha nessun fondamento nella scienza moderna della governance, né nella visione della missione elaborata da Comboni.

 

La circolarità del religioso e del sociale: missione e trasformazione sociale

La profonda “convivenza” a Negrar con don Calabria e fratel Perez, Rosmini, Mazza e Daniele Comboni ha accentuato in me l’interesse sul fecondissimo legame tra il religioso e il sociale: il comandamento dell’amore di Dio che si concretizza, diventa visibile e credibile in chiari impegni sociali che danno corpo e sistematicità all’amore del prossimo.

Che ispirazione e gioia trovarmi in compagnia di don Mazza, Comboni, don Calabria e tanti fondatori di istituti nel 1800, tutti “campioni” nella ricerca di un rinnovo del concetto e delle modalità dell’amore verso il prossimo, in un momento in cui l’insegnamento ufficiale dei papi affermava che è volontà di Dio che il 10% degli uomini siano ricchi e il 90% poveri.

Il rigetto di questa visione iniziò ufficialmente con l’enciclica sociale di papa Leone XIII, Rerum Novarum (1891). Ma per la Chiesa non è stato facile assorbire questa prospettiva “altra”. La visione sociale di Pio X (1903-1914) fu esattamente quella del 10% e del 90%. E cioè: i ricchi si salvano facendo l’elemosina ai poveri, mentre i poveri si salvava accettando la loro miseria con santa pazienza.

Noi comboniani – ma anche tanti altri istituti nati nel 1800 – siamo figli del superamento di quella visione di una società immobile e fatalistica. Il mondo comboniano e missionario dell’Ottocento nacque quando la Chiesa rigettò una visione statica della società. E ciò avvenne con l’aiuto delle scienze sociali che stavano emergendo (cito Auguste Comte, Émile Durkheim, Karl Marx, in quanto “inventori” delle scienze sociali).

Come essere oggi agenti di trasformazione sociale, ispirandosi agli insegnamenti della Chiesa, sia universale che continentale, è parte costitutiva del nostro Dna comboniano. Non è una sfida semplice. Vedo, soprattutto nel mondo clericale, la paura dell’impegno sociale. Vedo un ritorno al ritualismo, fatto di camici, stole e cotte. Se questo è ciò che identifica il comboniano, allora è meglio non celebrare il decimo anniversario della canonizzazione di Comboni. Noi siamo nati come missionari al tempo della graduale definizione di una riconfigurazione della Chiesa come attore di trasformazione sociale, che va ben oltre la pratica dell’aiuto ai poveri. Siamo chiamati a essere agenti di trasformazione sociale, ispirati dalle grandi categorie bibliche di Regno di Dio e popolo messianico. Il capitale dell’insegnamento sociale della Chiesa è costitutivo del grande messaggio che, come evangelizzatori, dobbiamo proporre nei vari continenti, contestualizzandolo a seconda delle situazioni sociali.

 

Liberarsi dalla omologazione ecclesiale

Mi sembra di poter concludere con un’affermazione che sa di paradossale, ma che contiene un nucleo poderoso: il decimo anniversario deve aiutare il mondo comboniano a passare dalla omologazione ecclesiale di Comboni alla piena liberazione delle potenzialità profetiche; a passare, mi si perdoni l’espressione, da un “Comboni della fede”, quello omologato attraverso il processo di canonizzazione, al “Comboni storico”, quello vero, non condizionato dall’aureola. Omologazione non vuol dire che il processo di canonizzazione è stato una manipolazione della figura di Comboni per farlo santo ad ogni costo. Vuol dire che, tutto considerato, c’è un cliché di santità entro cui i santi, formalmente dichiarati tali, devono entrare, pur nella fedeltà a un processo di ricerca storico-scientifica assicurato dallo Studio Comboniano a Roma. Ma ora che quella fase è finita, è urgente una nuova riscoperta di Comboni: bisogna liberarlo dall’aureola che, volere o volare, lo lega fin troppo alla Chiesa, per riconfiguralo nella storia umana, soprattutto europea e africana degli ultimi tre secoli.

* missionario comboniano