Giufà – luglio/agosto 2016
Gad Lerner

Medici senza Frontiere ha comunicato, lo scorso 17 giugno, che non accetterà più alcun sostegno finanziario dall’Unione europea e dai suoi stati membri. Una scelta di coerenza, maturata in risposta alla scellerata politica che “esternalizza” l’accoglienza dei profughi, calpestando il diritto internazionale e, in particolare, la Convenzione di Ginevra in materia di asilo politico.

Per la verità, le operazioni di soccorso di Msf erano già sostenute solo in minima parte (solo l’8%) da istituzioni governative. Ma la decisione di farne a meno, confidando solo sulla filantropia privata, rappresenta un segnale di estrema gravità: la ricca Europa si sta macchiando di una grave colpa storica e rinnega i valori su cui si era rigenerata dopo la seconda guerra mondiale. I suoi figli migliori non possono scendere a compromessi con chi calpesta i diritti umani. Chi ha giurato di dedicare il proprio impegno alla guarigione dei malati e alla salvezza di chi rischia una morte violenta, non può rendersi complice di quel vero e proprio mercimonio rappresentato dall’accordo fra Ue e Turchia.

I governanti europei si compiacciono pubblicamente di avere stoppato la cosiddetta rotta balcanica, respingendo i profughi e ricompensando lautamente per questo le autorità di Ankara. Mentre i militari turchi giungono a sparare sui fuggiaschi che cercano di attraversare la frontiera siriana –uccidendo anche donne e bambini –, l’Ue si adopera per instaurare trattati di contenimento analoghi con altri paesi africani, asiatici e mediorientali, come il Sudan, l’Eritrea, la Somalia e l’Afghanistan.

Molte organizzazioni umanitarie si sono trovate a dover affrontare un dilemma straziante: continuare a fornire assistenza all’interno dei campi profughi greci trasformati in luoghi di detenzione, nell’attesa che abbiano luogo i respingimenti? Ridursi a una partnership subalterna di chi mira solo ad allontanare i bisognosi?

Sospendere ogni forma di collaborazione con le pubbliche autorità, soprattutto quando esse agiscono sotto il coordinamento di organismi sovranazionali, come l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Acnur), sarebbe impensabile. Ma separare le proprie responsabilità da chi pratica una sistematica violazione del diritto d’asilo, è divenuta un’ineludibile necessità.

Un rapporto pubblicato nel giugno scorso dall’Acnur calcola che nel 2017 le persone vulnerabili, per cui sarà necessario provvedere a un reinsediamento, saranno 1 milione e 190 mila. Sulla base delle quote di disponibilità fornite dai diversi stati, dovrebbero trovare collocazione l’anno prossimo 170 mila rifugiati (meno del 10% del fabbisogno). Per il 40% si tratta di profughi siriani; seguiti da un 11% di sudanesi, da un 10% di afgani e da un 9% di cittadini della Repubblica democratica del Congo. È fin troppo facile prevedere che la gran parte di questi reinsediamenti, come già negli anni passati, resterà sulla carta.

Di fronte a una tale vergognosa inadempienza, e al tentativo di stravolgere il diritto internazionale con accordi bilaterali che hanno l’unico scopo di abbandonare i profughi al loro destino, la decisione di MSF risulta più che fondata.

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