Parla Malik Agar, leader dell’opposizione

Il presidente dell’Splm-n spiega che è Khartoum a volere la guerra e che lui sta lavorando per una soluzione politica, che coinvolge tutti i gruppi di opposizione e che prevede l’autonomia per Nilo Azzurro e Sud Kordofan. Una strada lunga e complicata ma la sola che può tenere insieme il paese.

Incontro Malik Agar in una base molto ben difesa e mimetizzata nella foresta al confine tra lo stato sudanese del Nilo Azzurro e il Sud Sudan. Malik, originario delle colline dell’Ingessina, è il presidente del Movimento popolare per la liberazione del Sudan-nord (Splm-n) dalla sua nascita, nel 2011, quando l’Splm, il movimento di liberazione che sarebbe diventato il partito di governo nel Sud Sudan, si riorganizzò al nord come partito indipendente. Dal 2012 è anche presidente del Fronte rivoluzionario del Sudan (Srf), nato dall’alleanza tra l’Splm-n e i movimenti di opposizione armata del Darfur (Jem e le due ali dell’Sla, guidate rispettivamente da Minnie Arcua Minnawi e da Abdel Wahid al-Nur), con l’obiettivo di coordinare gli sforzi per provocare un cambio di governo a Khartoum.

Malik milita nell’Splm dal 1983 e ha partecipato alla lotta di liberazione a fianco di John Garang, di cui ha condiviso la visione di un Sudan democratico e laico. Nelle elezioni del 2010 è stato eletto governatore del Nilo Azzurro. È stato l’unico governatore eletto non membro del Partito del congresso nazionale (Ncp) – la formazione del presidente Omar El-Bashir al governo da 25 anni a Khartoum ?. È stato deposto con un colpo di mano militare il 2 settembre 2011, e da allora guida l’opposizione armata.

 

Qual è l’origine dei problemi del Sudan?

La radice dei problemi sta nella storia stessa della valle del Nilo dove il Sudan si trova. E sono questioni antiche e profonde. In questa zona, per migliaia di anni, si sono incontrati e scontrati gruppi etnici e civiltà diverse che ancora vi convivono. Ma lo stato moderno del Sudan non ha tenuto conto di questa complessità ed è stato fondato su due parametri: l’arabismo e l’islamismo. In questa prospettiva, è stato messo in piedi un regime di apartheid, religioso ed etnico. C’è, però, anche la dimensione dello scontro di classe, tra chi ha e chi non ha. C’è, infine, l’aspetto organizzativo dello stato, che si può descrivere come il centro che sfrutta le periferie. Il gruppo al potere deve difendere le proprie risorse e per farlo ha messo in piedi un sistema complesso. Questo ha causato i numerosi conflitti.

 

E i motivi di questa guerra?

Con l’evolversi della società e l’aumento della scolarizzazione, la gente è diventata cosciente dei propri diritti, ecco perché ora ci sono conflitti in molte parti del Sudan. In questa guerra siamo stati trascinati, e siamo costretti a combatterla per cambiare la situazione. In Europa potete cambiare il governo attraverso l’azione dei sindacati e le coalizioni della società civile. Noi non abbiamo niente di simile. L’unica voce che il governo di Khartoum conosce è quella delle armi.

 

Non c’è alcuna possibilità di una soluzione pacifica?

Stiamo lavorando anche a una soluzione politica. Fin dal 2012 abbiamo presentato il nostro caso all’Onu, che si è espressa con la risoluzione 2046 del Consiglio di Sicurezza, e poi all’Unione africana. Abbiamo posizioni chiare: vogliamo l’interruzione delle ostilità e l’accesso umanitario per la nostra gente. Solo allora potremo discutere della sostanza, cioè della situazione nel Nilo Azzurro e Sud Kordofan. Sottolineo: quello che succede nelle due aree va visto nel contesto sudanese. E, infine, si potranno definire gli accordi sulla sicurezza.

 

Sul piano politico che cosa chiedete?

Una grande autonomia per Nilo Azzurro e Sud Kordofan. Penso che anche altre regioni, come il Darfur, faranno la stessa richiesta. In molti paesi ci sono regioni autonome e la cosa funziona. Questa decentralizzazione effettiva è l’unico modo per tenere insieme genti e situazioni diverse. Bisogna dare spazio al popolo perché possa esercitare i suoi diritti specifici. È l’unico modo per risolvere i problemi del Sudan.

 

E il governo?

Non ne vuole sentir parlare perché dice che si tratta di secessione. Ma l’autonomia non ha nessuna relazione con la secessione. Lo dicono molti casi in Europa e in Africa. Kenya e Sudafrica, ad esempio, sono due paesi fortemente decentralizzati e nessuno chiede la secessione.

 

Com’è la situazione militare?

Siamo forti. Il governo ha annunciato anche quest’anno la campagna militare della stagione secca. Noi li respingeremo e andremo all’offensiva. Dal punto di vista militare, potremmo facilmente arrivare a Khartoum, ma per ora Khartoum è troppo lontana dal punto di vista politico.

 

Cioè?

Non abbiamo ancora fatto un lavoro sufficiente per raggiungere un accordo con l’opposizione politica. Ci siamo accordati con i maggiori partiti di opposizione, ma non basta. Come forze che vengono dalla periferia, potremmo raggiungere Khartoum, tuttavia in questo momento sarebbe per noi difficile restarci. Dobbiamo arrivare a un punto in cui tutti siano convinti che non vogliamo rivincite, ma riforme. E perciò dobbiamo chiarire quali saranno le riforme, in modo che nessuno se ne senta minacciato.

 

State dunque tentando di instaurare un clima di fiducia con le forze di opposizione politica?

È esattamente quello che stiamo facendo. Questo è il senso della dichiarazione di Parigi e degli incontri che abbiamo avuto a Berlino e ad Addis Abeba. Stiamo lavorando sulla coerenza, che è il presupposto per la nascita di una coalizione; solo dopo potremo parlare di governance.

 

Questo lavoro ha o no una relazione con il dialogo nazionale promosso dal governo?

L’obiettivo ultimo del lavoro di questi mesi è un meeting preliminare al dialogo nazionale. In questo meeting dovrebbe essere lanciato il processo per la soluzione dei problemi del Sudan, che dovrebbe portare a una conferenza costituzionale nazionale. Dunque, il dialogo nazionale può diventare effettivo, ed efficace, solo superando questi stadi. Ci sono molti dettagli da definire prima di arrivare a un dialogo nazionale vero: chi parteciperà, in quale proporzione, per discutere quali questioni. Quale sarà la durata del periodo transitorio prima della formazione di un nuovo governo? E ancora prima, siamo tutti d’accordo su un periodo transitorio?

 

Ma l’attuale contesto sudanese permetterà una discussione libera e franca?

Infatti, ci sarà bisogno di libertà di associazione e di parola, dovranno essere abrogate leggi che violano i diritti umani e la democrazia; bisogna dare agibilità politica a chi sta combattendo, rilasciare i detenuti politici, i prigionieri di guerra… E tutto questo ha bisogno di procedure condivise prima di essere messo in pratica. Io stesso non posso tornare a Khartoum prima che tutto questo sia diventato realtà.

Intervista estratta dal numero di Aprile 2015 di Nigrizia.

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