Editoriale Nigrizia, settembre 2012

Se ci si dovesse basare sul vociare popolare abbarbicato sulle immagini di violenza rimandate dalla tivù, la risposta non conoscerebbe spigoli. Il mercato delle armi, quello che ha ucciso 750mila civili nel 2011 e che, anche in queste ore, alimenta conflitti in mezzo mondo, scatenando l’inferno in Siria, nel nord del Mali, in Somalia, nel Kivu congolese… ecco, quel mercato, nell’immaginario di molti, dovrebbe essere cancellato. O, perlomeno, regolamentato. Si dovrebbero alzare barriere insormontabili per chi volesse sguazzare nel mare torbido del commercio illegale di armi, rendendo più responsabile quello ritenuto lecito.

Che cosa è accaduto, invece, nel silenzio quasi generale (almeno in Italia)? Che, dopo almeno 10 anni di campagne internazionali, di speranze, di trattative e 4 settimane (2-27 luglio) di negoziati presso la sede delle Nazioni Unite a New York, è fallita miseramente la Conferenza dell’Onu per la stipulazione di un trattato per regolare il commercio internazionale delle armi. Non è stato trovato il consenso su un testo comune. Tutto rinviato a quest’autunno. Forse.

C’è chi, nonostante lo schiaffo ricevuto, rimane ottimista, come Anna McDonald, direttrice della Campagna per il controllo delle armi della ong britannica Oxfam: «La firma è solo questione di tempo».

La verità è che, dopo una vigilia carica di attese, tutto è andato secondo copione. Troppi gli interessi da garantire. I paesi esportatori erano ansiosi di proteggere i loro business finanziari, in un mercato bellico che, lungi dal conoscere flessioni, rappresenta una delle principali voci di bilancio di molte economie. La stessa Unione europea riconosce il contributo che l’industria degli armamenti fornisce alla creazione di posti di lavoro e alla crescita economica.

Il mercato delle armi (si stima che siano almeno 875 milioni i pezzi in circolazione di armi leggere, prodotti da circa un migliaio di aziende in 100 paesi) si aggira tra i 60 e i 70 miliardi di euro. Dodici miliardi le pallottole prodotte ogni anno. La spesa militare complessiva, secondo i dati dell’istituto svedese Sipri, si aggira sui 1.740 miliardi di dollari, pari al 2,5% del prodotto interno lordo globale. Cifre che non ammettono tentennamenti etici da parte dei mercanti di morte.

I responsabili del fallimento del Trattato hanno un nome e un cognome: si chiamano Stati Uniti, Russia e Cina, che, assieme a Germania, Francia e Regno Unito, producono circa il 74% degli ordigni bellici in circolazione. Per qualche secondo, ha destato clamore che proprio gli Usa del premio Nobel della pace 2009, Barack Obama, abbiano voluto temporeggiare, facendo chiudere l’incontro con un nulla di fatto. Suzanne Nassel, direttrice di Amnesty International Usa, ha definito «codardo» l’inquilino della Casa Bianca. Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha espresso tutto il suo disappunto per come si sono conclusi i lavori.

Ma Obama aveva bisogno di quel rinvio come dell’aria: non voleva, infatti, attirare le ire della lobby armiera a stelle e strisce, che conta assai in quel paese, proprio in un periodo di vigilia elettorale così delicato nella corsa al secondo mandato. Già 51 senatori americani avevano sottoscritto una lettera in cui invitavano il presidente a non firmare il Trattato, in quanto in seria contraddizione con la costituzione, che prevede il possesso delle armi come uno dei principi delle libertà individuali. E Obama ha nascosto la penna. Nonostante gli Stati Uniti siano tra i paesi dove la vendita delle armi ha provocato il maggior numero di stragi di innocenti. Dal 2001 al 2010 le vittime di armi leggere negli Usa sono state 162.767 (6.311 in Italia).

L’Italia, per bocca del ministro degli esteri Giulio Terzi, si era detta «impegnata a rafforzare il sistema internazionale di protezione dei diritti umani e le norme del diritto internazionale umanitario». Ma poi, quando c’è stato da tutelare qualche interesse del Belpaese, le parole hanno lasciato posto agli atti: l’Italia ha chiesto che venissero inserite nel Trattato solo le armi leggere a uso militare, ma non quelle a uso civile. Perché il nostro paese è tra i maggiori produttori ed esportatori di armi o componenti di piccolo calibro a uso civile (fucili da caccia, carabine, pistole per uso personale…). Che, tuttavia, finiscono, spesso, anche in aree di crisi.

I sostenitori del Trattato non chiedevano la luna, ma maggiore trasparenza e più informazioni. Oggi l’anonimato nella fabbricazione e il sostanziale segreto sulla destinazione delle armi, così come sulla tipologia e sulla quantità commercializzata, rendono difficili gli sforzi internazionali per arginare il fenomeno. E così capita ciò che l’Oxfam ha testimoniato in un suo studio: dal 2000 al 2010 sono state importate dai paesi sotto embargo armi per un valore di 2,2 miliardi di dollari. Nel silenzio generale.

Ancora oggi i grandi del mondo, farisaicamente, si dicono scandalizzati delle stragi e si commuovono davanti alla telecamere. La mancata firma sul Trattato certifica che le loro sono lacrime di coccodrillo.

(nella foto, monumento “Guerra alle armi”, New York)

 


 



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