Kenya
Nelle contee costiere si susseguono gli attentati terroristici. Un centinaio di morti nell’ultimo mese e mezzo. Tra le cause dell’instabilità, le discriminazioni di cui si sentono oggetto le etnie musulmane e alcuni interessi economici.

L’arrivo nel weekend di due voli charter da Roma e Milano con 700 turisti italiani per una vacanza a Malindi e Watamu, località della costa kenyana, è stata riportata dai mass media locali come un avvenimento di grande importanza per l’economia della zona. Grazie a questa presenza, dice il Daily Nation, alcuni alberghi, chiusi ormai da mesi, hanno riaperto, richiamando così al lavoro il personale. Negli ultimi mesi circa 3.000 persone hanno perso il lavoro per la crisi del settore.

Infatti, a causa dei continui attentati terroristici, molti paesi hanno fortemente disincentivato i viaggi non strettamente necessari in Kenya. Già in maggio importanti agenzie turistiche inglesi e americane avevano cancellato tutte le prenotazioni e rimpatriato i dipendenti stranieri, attirandosi il biasimo del governo kenyano, ovviamente preoccupato dell’impatto della decisione sull’economia del paese.

Sta di fatto, però, che la situazione sulla costa si complica di giorno in giorno. Solo la scorsa settimana ci sono stati due attacchi: nel villaggio popolare di Soweto, a Likoni, 3 morti, compreso un bambino di 11 anni; e nelle vie di Mombasa, di cui è stata vittima una turista tedesca. È ormai difficile tenere il conto di tutti gli episodi. Dalla metà di giugno sono oltre un centinaio i morti, la gran parte kenyani, in attentati terroristici nelle contee costiere.

Nella contea di Lamu dal 20 luglio è addirittura in vigore il coprifuoco di dodici ore, dalle 18 alle 6 del mattino, dopo che nell’attacco ad un autobus, sono state uccise sette persone, tra cui quattro poliziotti. Il provvedimento ha suscitato un aspro dibattito con le autorità religiose, in quanto cadeva durante il mese di Ramadan e impediva la vita sociale tradizionale del periodo, che si svolgeva tutta durante le ore notturne.

A seguito degli ultimi avvenimenti, Stati Uniti e Australia hanno deciso di richiamare anche i propri volontari, mettendo a rischio numerosi interventi di sviluppo soprattutto nel settore sanitario e dell’educazione.

 

Accuse

La situazione ha aperto profonde contraddizioni nella leadership politica locale e nazionale. E il partito di governo, a partire dal presidente Kenyatta stesso fino al capo della contea di Mombasa, accusa l’opposizione di Raila Odinga di fomentare l’insicurezza sulla costa. L’accusa è respinta con sdegno, mentre diversi opinionisti sottolineano come politicizzare le questioni di sicurezza sia molto pericoloso per la sicurezza stessa e potrebbe portare alla polarizzazione del paese su basi etniche.

La questione, dice un’analisi riportata dal sito IRIN News di Ocha (l’agenzia dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari), è che le etnie musulmane della costa si sentono da tempo fatte oggetto di politiche discriminatorie. Secondo il gruppo per la difesa dei diritti umani Haki Africa, sarebbero 21 i capi religiosi assassinati negli ultimi due anni: 20 di loro sono stati accusati di sostenere l’islam radicale che giustifica il terrorismo. È forte il sospetto che, almeno in alcuni casi, si tratti di esecuzioni extragiudiziali, cosa evidentemente negata dalle autorità competenti. La loro morte violenta non ha fatto che aumentarne il prestigio tra i giovani, tra cui è altissimo il tasso di disoccupazione; così Mombasa è diventata un bacino importante di reclutamento per il gruppo somalo Al-Shabaab.

Se si aggiungono i fortissimi interessi economici in gioco, quali il progetto del corridoio di Lamu, un’infrastruttura di trasporto per la commercializzazione dei beni di Etiopia e Sud Sudan (petrolio in quest’ultimo caso) e la questione della terra, accaparrata dalle etnie dominanti fin dai tempi dell’indipendenza, si capisce perché la costa kenyana è diventata instabile ed insicura. E la situazione potrebbe diventare addirittura esplosiva in mancanza di politiche efficaci di riconciliazione e di sviluppo economico inclusivo.

Sicuramente le compagnie turistiche italiane saranno ben consapevoli del contesto in cui operano. Ci si augura che anche i clienti ne siano stati informati.