Da Nigrizia di settembre 2011: difficile cambio di stagione
A nove mesi dalle prime manifestazioni, nel mondo arabo la democrazia continua a restare un miraggio. Proseguono le manifestazioni di piazza in Tunisia, Marocco ed Egitto. In Libia, Gheddafi è alla fine, ma la Nato non ha alcuna idea per il dopo. La transizione, nella sponda sud del Mediterraneo, si sta rivelando problematica.

La primavera araba delle rivolte popolari, nata nell’autunno del Sahara Occidentale occupato, passata attraverso l’inverno tunisino, egiziano e libico – senza dimenticare i movimenti in corso in Algeria e Marocco -, non ha ancora trovato il sole di un orizzonte certo. La transizione verso una democrazia reale si rivela lunga e problematica.

 

Nell’ansiosa attesa del nuovo, ci si è fatti trascinare dall’impressione dei primi momenti travolgenti e inaspettati. Il percorso da fare appare molto più lungo. A ben guardare, non dovrebbe sorprendere. La caduta di regimi autoritari, senza vera presa sul popolo, può anche essere repentina, come in Tunisia ed Egitto, ma la costruzione di nuove istituzioni e di nuove politiche è un’impresa necessariamente più lunga, dove i molti limiti della fase precedente sono altrettanti freni per la fase che si è aperta. Il mancato esercizio della democrazia ha privato la società della necessaria articolazione in ideologie, organizzazioni, partiti sufficientemente forti e rappresentativi, se si eccettua la cultura e le organizzazioni che si rifanno all’islam fondamentalista. Di qui, il tentativo delle forze un tempo al potere di riciclarsi e di mantenere l’influenza sul paese.

 

Fare i conti con il passato recente si rivela difficile. I processi ai regimi sono inficiati da una condanna politica già pronunciata. Oggi come ieri, la giustizia e la sua cultura evidenziano la propria debolezza. La comunità internazionale, Europa e Africa in primis, sono chiamate a un cambio di politica. Ciò che è stato fatto finora lascia ancora molte zone d’ombra.

 

 

Il caso Libia

Il caso più emblematico è quello della Libia. Il movimento popolare di protesta si era improvvisamente animato con il fuoco delle armi. Questa specificità pesa non solo sulla costituzione del Comitato nazionale di transizione (Cnt), ma condizionerà l’evoluzione del movimento.

 

L’uccisione, a fine luglio, del generale Abdel Fattah Younes, comandante militare della resistenza, dopo essere stato un ministro del regime, solleva interrogativi, anche perché il personaggio si era trovato al centro della vera questione politica in Libia: la trattativa con Gheddafi. Una delle ipotesi in campo, infatti, è che Younes facesse il doppio gioco e che il colonnello, alla fine, abbia deciso di sacrificarlo, “vendendolo ai ribelli” e fornendo loro le prove del tradimento.

 

La resistenza armata, dopo oltre 5 mesi, il 22 agosto è riuscita a conquistare Tripoli e a costringere Gheddafi a rifugiarsi in qualche bunker. L’intervento della Nato, seppure a geometria variabile e asimmetrica, con il disimpegno della Germania e l’impegno limitato degli Usa, non si è rivelato risolutivo come si pensava. E la ragione non è stata militare, bensì politica. Dietro l’intervento armato non c’era a marzo – e non c’è ancora oggi – un piano politico. La Nato, ad esempio, aveva tra i suoi compiti anche la difesa della popolazione civile, mentre non si è posta alcun problema di quale tipo di rapporto avere con l’organo della resistenza, il Cnt. Ancora una volta, si è creduto che una guerra, ancorché “umanitaria”, potesse da sola risolvere i problemi: cacciare Gheddafi, voltare pagina e iscrivere su quella nuova le “legittime aspettative” dei salvatori di turno. L’intervento armato ha, paradossalmente, ampliato questi problemi. Ha mostrato tutti i limiti offensivi della resistenza e ha esaltato, al contrario, la capacità di Gheddafi di difendersi. La Nato ha dimostrato di non avere mai avuto un’idea chiara per il dopo- Gheddafi. Dapprima, ha tentato inutilmente di ucciderlo, andando ben oltre il mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu; poi, la coalizione si è interrogata sulle possibili vie d’uscita; ora si appresta a dialogare con il Cnt. Non era meglio pensarci prima e avere un piano al quale subordinare l’azione militare?

 

Paradossale è il dilemma su cui si è confrontata la comunità mondiale sul tema della giustizia internazionale. Il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale contro Gheddafi, il figlio Saïf Al-Islam e il capo dei servizi segreti, anziché essere un elemento positivo nella ricerca della soluzione, è stato un impedimento al compromesso.

 

Ora, la stessa resistenza armata deve ridare alla politica il posto che le compete. Tutte le lotte di liberazione in Africa hanno dimostrato che la vittoria è sempre colta sul piano politico, e che l’opzione militare è in grado solo di preparare la soluzione politica. Ma quanto più è stata esclusiva la lotta armata, tanto più difficile sarà la transizione alla politica, quantomeno a una politica di pace per l’insieme del paese. E più difficile sarà arrivare alla trattativa con il nemico, che necessariamente chiude ogni conflitto.

 

 

Passi indietro

Nelle due rivoluzioni di piazza, quella tunisina e quella egiziana, la prospettiva si sta già lentamente disegnando. Non deve sorprendere che in entrambi i casi l’elezione dei nuovi parlamenti sia stata più volte rinviata. In Tunisia, in particolare, è in atto lo scontro tra una società che cerca di riorganizzarsi nella sfera politica e gli apparati del vecchio regime, che tentano di resistere, di mantenere almeno una parte delle posizioni, e si candidano a guidare le sorti del paese, se questo dovesse piombare nel caos.

 

Le vecchie abitudini ritornano in superficie. Il primo ministro tunisino, Béji Caïd Essebsi, accusa le opposizioni, fondamentaliste e di sinistra, di voler destabilizzare il paese, poiché cavalcano le manifestazioni di piazza. Le sue reazioni sono le stesse del tempo di Ben Ali. A metà luglio, l’intervento della polizia ha causato la morte di un adolescente di 14 anni nella cittadina di Sidi Bouzid, il centro da dove era partita a dicembre la rivolta. La Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh) ha presentato, a luglio, un rapporto nel quale si evidenziano le vecchie pratiche degli interventi “muscolosi” nelle piazze, le intimidazioni, gli arresti arbitrari, i pestaggi. Rimane, soprattutto, l’impunità per i responsabili – vecchi e nuovi – di questi fatti. Il processo a Ben Ali e al suo clan appare, in questo senso, una via d’uscita fin troppo facile per una giustizia incapace di fare i conti, non solo con il passato, ma anche e soprattutto con il presente. Certo, i manifestanti si esprimono, talvolta, in modo violento, anche nei confronti della polizia, che per difendersi, oltre a rispondere con le armi, ha fondato un sindacato (una novità assoluta nel mondo arabo).

 

Anche tenuto conto delle possibili provocazioni e manipolazioni che possono aver esacerbato la protesta, la gente è sempre più insoddisfatta di fronte a un cambiamento che non si vede. Sono ancora numerosi i membri del clan di Ben Ali, del suo governo e del suo partito, il Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), che occupano posizioni chiave o che sono in grado di influenzare le scelte politiche.

 

L’appuntamento per le elezioni del 23 ottobre è più che mai necessario per dotare il paese di istituzioni credibili, ma, nello stesso tempo, manifesta tutte le difficoltà a mettere in piedi una competizione democratica. In primo luogo, per votare è necessario iscriversi volontariamente nelle liste degli elettori. A causa della scarsa informazione e della disorganizzazione, il rischio è che solo una minoranza deciderà per l’insieme. La molteplicità dei partiti concorrenti sarà certo una dimostrazione di apertura del campo politico, ma favorirà necessariamente le organizzazioni più strutturate, cioè gli ex del partito al potere con Ben Ali.

 

Quanto al partito Ennahda e al connesso pericolo fondamentalista, il vero motivo del sostegno di cui esso gode va trovato nella crisi economica che ha colpito il paese, in particolare la sua industria principale, quella del turismo. Come in tutti i paesi arabo-musulmani, è l’incapacità della politica di dare risposte ai bisogni essenziali che alimenta l’esasperazione e la delega politica a chi sa rappresentare i disagi e la disperazione, oltre che essere in grado di portare sul piano concreto gli aiuti di cui molte famiglie sentono drammaticamente il bisogno.

 

 

L’Europa alla finestra

L’Europa, nel frattempo, sta a guardare. In primo luogo, guarda le sue frontiere a sud, come ha dimostrato la gestione degli arrivi e dei respingimenti di coloro che fuggono o dalla guerra o da una situazione politica ed economica ancora incerta. Sono state decise misure a sostegno dei paesi che affrontano la difficile transizione. Si tratta, come sempre, di interventi ad hoc, a favore delle singole situazioni. Mancano una visione d’insieme e una strategia per l’intera regione. Del resto, se le politiche nei confronti degli immigrati e dei richiedenti asilo rimangono quelle attuali, è chiaro che nessuna strategia che si faccia davvero carico degli interessi delle due sponde potrà mai vedere la luce. Mentre, a parole, si sostiene la primavera, si esaltano le acrobazie di chi la primavera non vuole neppure sentirla arrivare, come Mohammed VI, re del Marocco. Le difficoltà nella conduzione della guerra in Libia riflettono anche questa mancanza di chiarezza.

 

In un’epoca di cambiamenti climatici le stagioni si susseguono ormai senza rispettare i vecchi e collaudati canoni di un tempo. Ma la “primavera araba” che abbiamo creduto di vedere rischia di apparire ancora molto lontana.

 


 



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