Repubblica democratica del Congo
Nell’est della Repubblica democratica del Congo decine di gruppi armati continuano a compiere attacchi contro i villaggi, furti e massacri indiscriminati. Sempre più numerosi e violenti, si finanziano attraverso il traffico di risorse naturali e con i sequestri di persona. Ad accrescere la paura l'ipotesi di infiltrazioni jihadiste.

Tra i tanti conflitti che colpiscono alcune regioni del continente africano sotto gli occhi indifferenti del mondo, alcuni hanno ormai assunto caratteristiche endemiche, fra questi c’è certamente quello affligge da decenni l’Est della Repubblica democratica del Congo (Rdc) e in particolare le due regioni amministrative del Nord e Sud Kivu.
Una zona da sempre povera, emarginata e instabile a causa di conflitti etnici alimentati dal traffico illegale delle immense ricchezze minerarie nel suo sottosuolo. Decine di gruppi armati ribelli di origini ugandesi, rwandesi e burundesi sono ancora attivi nella regione e anzi sono in aumento. Attacchi armati contro i villaggi, massacri, furti, sequestri di persone, stupri, estorsioni perpetrati contro le popolazioni civili rendono il contesto umanitario fortemente degradato con 1,6 mln di persone sfollate. L’azione della missione di pace dell’Onu, Monusco, presente sul campo dal 1999 con più di 20mila uomini, appare ancora inefficace. Alcuni fatti di cronaca recenti, per lo più ad opera del movimento ribelle ugandese Forze Democratiche Alleate (Adf), uniti a rapporti sulla situazione pubblicati da Ong e Nazioni Unite, confermano che le circostanze non stanno affatto migliorando.

Ultime violenze
Partiamo dagli ultimi fatti di cronaca. Il 29 novembre scorso i ribelli Adf hanno compiuto un violento attacco a Eringeti nel territorio di Beni, nel Nord Kivu. È un classico esempio di ciò che avviene con frequente regolarità nella regione. Nei feroci scontri che sono scaturiti con le forze armate della Rdc (Fardc), durati ben 10 ore secondo le ricostruzioni, sono morte almeno 30 persone e ci sono stati decine di feriti. Tra le vittime 7 sono civili innocenti uccisi a colpi di machete dai guerriglieri. Ben 43 edifici sono stati dati alle fiamme dai ribelli, compreso il centro sanitario di Eringeti, con la completa distruzione dello stock di farmaci. La maggior parte degli abitanti sono fuggiti nella foresta.
I risultati di un’inchiesta dell’autorità giudiziaria locale, parlano di almeno 3675 violazioni dei diritti umani solo durante questo recente attacco. Si, perché gli attacchi di questi miliziani sono spesso ai danni della popolazione civile inerte che viene massacrata a colpi di machete. Il responsabile dell’ufficio locale dell’Onu per i diritti dell’Uomo (Bcnudh), José Maria Aranaz, ha infatti confermato che si tratta di “raid sistematici e di estrema crudeltà commessi in maniera indiscriminata contro i civili”.
Il governo congolese e la Monusco da tempo accusano il gruppo Adf di essere responsabile di molti massacri, violenze e stupri che si sono ripetuti costantemente a partire dall’ottobre 2014 e hanno fatto oltre 600 vittime fra i civili, per lo più nella zona attorno alla città di Beni.

Sempre più milizie armate
Come detto, questo è solo un episodio e riguarda soltanto uno dei gruppi ribelli attivi della zona. Ma quanti ce ne sono? Un recente rapporto elaborato dal Gruppo di Studio sul Congo (Gec) e citato dalla Rete pace per il Congo ha rilevato una inquietante proliferazione dei gruppi armati. Dati aggiornati ad ottobre scorso indicano che sono 69 quelli attualmente attivi, mentre nel 2008 erano solo una ventina. Secondo i ricercatori alcuni dei vecchi gruppi si sono frammentati in tante piccole formazioni da non più di 200 uomini, di solito reclutati su base etnica.
I ricercatori hanno poi notato che questi gruppi sono sempre più indipendenti. L’ingerenza dei paesi vicini sull’est della Rdc, i quali da sempre tentano di destabilizzare la zona per poterne sfruttare le risorse minerali attraverso il traffico illegale, sarebbe al suo livello più basso, in particolare quella del vicino Rwanda. Paradossalmente, però, i gruppi armati più forti attivi nella regione restano comunque prevalentemente stranieri. Ancora radicate le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr) con tra i 1000 e i 2500 membri fra i suoi ranghi, le Forze Nazionali di Liberazione del Burundi (Fnl), ultimamente implicati per lo più in furti di bestiame e incursioni transfrontaliere, e le sopracitate e attualmente più pericolose Adf ugandesi.

Adf, ombra jihadismo
Su quest’ultimo gruppo va fatto un approfondimento.  Milizia a carattere musulmano e inizialmente opposta al presidente ugandese Yoweri Museveni, secondo la Rete pace per il Congo, l’Adf sarebbe formato da un numero compreso tra i 300 e i 500 uomini.  Questi ribelli sono presenti in Rdc da oltre 20 anni e, secondo fonti locali, avrebbero in gran parte abbandonato la loro ambizione di rovesciare il governo ugandese, mentre sono responsabili dei frequenti massacri nella regione di Beni.
Ultime indiscrezioni su questo gruppo fanno però emergere risvolti inquietanti. Alcune Ong locali affermano che le Adf sarebbero state rafforzate con reclute straniere e avrebbero intrapreso in questi ultimi mesi una “svolta jihadista”. Non è la prima volta che si sente parlare di infiltrazioni jihadiste fra i ribelli di queste regioni. Già lo scorso luglio alcune ong sul posto (es. Aiuto alla Chiesa che Soffre, Acs) avevano denunciato la presenza di campi di addestramento jihadisti nel Nord Kivu vicino alle montagne del Ruwenzori, nei quali più di un migliaio di bambini tra i 9 e i 15 anni venivano attratti con l’inganno o sequestrati e poi costretti all’addestramento estremista islamico.
Ora però la minaccia sembra seria anche per la Monusco. Interrogato su questa tesi, il generale Jean Baillaud, comandante ad interim della missione Onu, ha dichiarato: «È un’ipotesi da prendere molto sul serio. Nei ribelli Adf, si nota una nuova aggressività. Il loro numero è aumentato. Hanno armi pesanti, mortai, mitragliatrici, molte munizioni. Non era così pochi mesi fa. E questo solleva la questione di chi li rifornisca. Al Shabaab della Somalia? Gli ex membri dell’ex M23 fuggiti dal Kivu in Uganda dopo la loro sconfitta? Comandanti dello stesso esercito congolese?…Occorre verificare».

Come si autofinanziano? Risorse naturali e sequestri
Oltre a probabili aiuti e rinforzi esterni è ormai acclarato che tutti i gruppi ribelli si autosostengono principalmente grazie commercio illegale di risorse naturali, come la cassiterite, il coltan, l’oro e il legname, sia attraverso una partecipazione diretta a questo tipo di attività commerciale, sia attraverso l’imposizione di tasse illegali sulla produzione e il trasporto delle risorse stesse. A queste angherie si aggiungono attacchi ai villaggi, massacri, furti, stupri, estorsioni perpetrati contro le popolazioni civili, per costringerle a fuggire dalle loro case e dai loro campi. Anche il Gruppo di Esperti dell’Onu sulla Rdc nel suo rapporto intermedio per l’anno 2015 pubblicato lo scorso novembre, conferma la persistenza del legame tra commercio illegale e finanziamento illecito di gruppi armati (Un tema ampiamente trattato da Nigrizia).
Un’altra fonte di arricchimento che starebbe prendendo piede fra i gruppi armati diventando la norma nella regione negli ultimi mesi, è quella del sequestro di persona. Un rapporto pubblicato la scorsa settimana da Human Rights Watch, ha esaminato i casi di rapimento a scopo di riscatto: nel 2015 sono stati 175, ma molti casi non vengono denunciati per paura ed è quindi probabile che siano molti di più, in maggioranza nel territorio di Rutshuru e le somme richieste per il rilascio dell’ostaggio andavano dai 200 ai 30.000 dollari. Molte delle vittime sono operatori umanitari o collaboratori delle Nazioni Unite.

Terra dimenticata
Ci si trova dunque di fronte a piccole e medie imprese del crimine organizzato che lavorano indisturbate in una terra abbandonata dalle istituzioni dopo 20 anni di conflitti. Proprio perché frammentati in piccole “bande”, i gruppi armati appaiono meno pericolosi per chi detiene il potere a Kinshasa che finisce col sottovalutarli guardando altrove e lasciando la popolazione indifesa. Un disinteresse ora più che mai amplificato, dato che l’attenzione è concentrata sulle prossime elezioni previste per il 2016. Il presidente Joseph Kabila sembra voler ritardare l’organizzazione del voto per le presidenziali e allungare il proprio mandato che però non prorogabile e le opposizioni sono sulle barricate.
La missione Monusco dal canto suo ha provato, non senza attriti, a coordinarsi assieme all’esercito congolese in operazioni militari volte a debellare la piaga, ma ha raccolto solo fallimenti.
La verità, come sostenuto anche dalla Rete pace per il Congo, è che sola soluzione militare non è sufficiente. Lo sottosviluppo economico del Kivu che spinge i giovani a diventare ribelli è stato dimenticato dalle autorità congolesi e le sanzioni contro i militari implicati nell’appoggio ai gruppi armati sono ancora poco severe.