Proteste a Bengasi (Credit: aljazeera.com)

Oggi parliamo delle proteste in diverse città della Libia orientale e delle dimissioni del governo del generale Haftar, della vittoria del partito al potere nelle elezioni per il parlamento della regione etiopica del Tigray e di nuovi passi verso una transizione politica in Mali.

Libia: proteste nel settore orientale, si dimette il primo ministro

Il governo con sede nell’est della Libia, guidato da Abdallah al-Thani, ha presentato ieri le sue dimissioni alla Camera dei rappresentanti dopo tre giorni di proteste in diverse città dell’area orientale del paese, soprattutto a Bengasi. Proteste scoppiate per la mancanza di servizi di base, principalmente elettricità, assistenza sanitaria e fondi nelle banche locali. Un centinaio di persone ha manifestato ieri anche a Tripoli.

In una situazione caratterizzata dall’insicurezza e dall’escalation della violenza, la Libia rimane sempre divisa tra i governi dell’est e dell’ovest, entrambi in competizione per il dominio del paese. Il governo di Al-Thani con sede a est non è riconosciuto a livello internazionale, a differenza dell’esecutivo di Accordo nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite e con sede a Tripoli.

Etiopia: il Fronte di liberazione del Tigrai ottiene la maggioranza al parlamento locale

In Etiopia il partito di governo nella regione settentrionale del Tigray, Fronte di liberazione popolare del Tigray, ha vinto 152 dei 190 seggi del locale parlamento. I restanti 38 seggi saranno assegnati dopo negoziati tra i cinque partiti politici all’opposizione che hanno partecipato al voto.

Le elezioni si sono svolte mercoledì, nonostante il governo federale, guidato dal primo ministro Abiy Ahmed, abbia rinviato il voto nazionale, inizialmente previsto ad agosto 2020, a marzo del prossimo anno a causa del Covid-19. Alle elezioni, considerate illegali dal parlamento di Addis Abeba, ha preso parte il 97% degli oltre 2,6 milioni di elettori.

Mali: accordo tra le parti per una transizione di 18 mesi

Tre giorni di concertazione hanno consentito all’insieme delle forze che gestiscono questa fase delicata del Mali di trovare un accordo di massima, dopo il colpo di stato del 18 agosto che ha costretto alle dimissioni il presidente Boubacar Keïta. Un documento stabilisce che la fase di transizione che dovrà sfociare nel voto durerà 18 mesi e funzionerà grazie a un consiglio nazionale – che avrà le prerogative di un parlamento e sarà rappresentativo di tutte le forze in campo – e a un governo con 25 ministri e un primo ministro.

Sono tuttavia già emersi problemi sull’aspetto più delicato e cioè se a gestire la transizione debba un presidente militare o civile. Il Movimento 5 Giugno, coalizione dell’opposizione, ha già fatto sapere che dal dibattito della concertazione è emersa una maggioranza favorevole a un presidente civile.