Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed

Oggi parliamo del rifiuto dell’Etiopia di una mediazione africana per risolvere il conflitto con la regione del Tigray, dell’aumento degli sbarchi di migranti nelle isole Canarie e delle elezioni presidenziali di ieri in Burkina Faso.

Etiopia: ultimatum per la resa alle forze della regione ribelle del Tigray

Ieri il primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha dato un ultimatum di 72 ore alle forze della regione ribelle del Tigray per arrendersi prima di un’offensiva militare sulla capitale regionale Macallè, sulla quale l’esercito sta marciando dopo aver conquistato le città circostanti.

Stamattina le Nazioni Unite hanno esortato l’Etiopia a garantire la protezione dei civili ai quali le autorità hanno chiesto di lasciare la città in vista di un imminente raid. Intanto nel fine settimana Abiy Ahmed ha respinto la proposta di mediazione del presidente dell’Unione africana Cyril Ramaphosa, che venerdì ha nominato tre inviati di alto livello per mediare una risoluzione pacifica del conflitto.

Migranti: da gennaio quasi 17mila arrivati via mare nelle isole Canarie 

Quasi 17mila dall’inizio dell’anno. La rotta migrante per le Canarie si conferma la rotta più battuta sull’Atlantico. Nell’arcipelago sono arrivate più persone che sulla penisola spagnola. E, nonostante la capacità di accoglienza delle isole sia al collasso, il governo decide di trattenere i migranti sulle isole. Per non incentivare gli sbarchi.

A rinforzare la politica spagnola dei respingimenti arriva anche la sentenza della Corte costituzionale con cui si dà il via libera alla pratica delle “espulsioni a caldo” per chi scavalca le recinzioni di Ceuta e Melilla. Tranne in caso di minori, anziani e donne incinte, respingere è legale, per “ripristinare uno stato di legalità violato dal tentativo di stranieri di attraversare quella specifica frontiera terrestre in modo irregolare”.

Burkina Faso, elezioni presidenziali: diritto al voto negato in 224 seggi su 335

In Burkina Faso, le urne si sono chiuse ieri alle 18.00. 6,5 milioni di burkinabè sono stati chiamati a eleggere il nuovo presidente della repubblica e a rinnovare il parlamento. Ma il diritto di voto non è stato garantito su tutto il territorio nazionale. Il presidente della Commissione elettorale ha dichiarato che nella regione di Tapoa, nell’est, 224 seggi di voto su 335 non sono stati nemmeno aperti, perché i militari non erano in grado di garantire la sicurezza del voto.

Lo stesso è accaduto a nord, nell’area saheliana dove si valuta che circa 300 elettori non abbiano potuto esprimersi. A contendersi la presidenza, Christian Kaboré, presidente uscente che punta al secondo mandato, e Zéphirin Diabré, leader del principale partito di opposizione, che già si era presentato nel 2015.