Rifugiati burundesi in Tanzania (Credit: intahe.net)

Oggi parliamo di rifugiati burundesi sequestrati e torturati in Tanzania, di un’inchiesta della magistratura su sequestri e abusi di una confraternita islamica in Senegal e della convalida di una sentenza di condanna della Shell per inquinamento ambientale in Nigeria.

HRW denuncia: rifugiati burundesi arrestati e torturati in Tanzania

I servizi di sicurezza della Tanzania nel 2020 hanno arrestato, torturato o fatto sparire con la forza e in modo arbitrario almeno 18 rifugiati burundesi provenienti dai campi profughi del paese. È la denuncia di Human Rights Watch. Molti rifugiati sono stati torturati in una stazione di polizia a Kibondo. Dei 18, 7 risultano ancora dispersi, 3 sono stati rilasciati e 8 consegnati alle autorità del Burundi e imprigionati «in condizioni pessime e senza un giusto processo».

Per l’ong risulta evidente sia la pressione sui rifugiati affinché tornino a casa, sia la presunta repressione continua sotto il nuovo Burundi. Molti degli oltre 150mila rifugiati burundesi in Tanzania sono fuggiti dal loro paese dopo i disordini politici mortali nel 2015, quando c’è stata una pesante repressione delle proteste contro la candidatura del defunto presidente Pierre Nkurunziza per un altro mandato.

Senegal: inchiesta della magistratura su sequestri e abusi della confraternita Muriddia

Un’inchiesta della magistratura senegalese sta mettendo in ginocchio un ramo importante della confraternita della Muriddia legata all’imam Modou Kara e alla sua rete di centri di rieducazione per giovani nella capitale Dakar e nelle periferie adiacenti. La settimana scorsa, tra venerdì e domenica, una quarantina di persone sono state arrestate con l’accusa di sequestro di persona, maltrattamenti e torture nei confronti dei giovani.

Nel corso dell’operazione della magistratura sarebbero stati liberati oltre 350 giovani tra cui alcuni minori. Mentre l’inchiesta prosegue, l’islam senegalese, che ha celebrato nell’ottobre scorso l’imponente festa annuale del Gran Magal con eccezionali misure di sicurezza anti Covid, è sottoposto a dura prova.

Nigeria: confermata la sentenza di condanna della Shell per inquinamento ambientale 

La Corte suprema nigeriana ha confermato la condanna della Shell, multinazionale petrolifera anglo-olandese, per sversamenti di petrolio in mare avvenuti nel 1970, che hanno causato gravi danni alle comunità ejama-ebubu dello stato di Rivers che guarda sul Golfo di Guinea. La Shell deve ora risarcire con 467 milioni di dollari le conseguenze della marea nera causata dalle sue attività produttive nel 1970.

La multinazionale aveva chiesto di annullare la sentenza pronunciata nel 2010, sostenendo di aver compiuto le necessarie operazioni di pulizia dell’area interessata dall’inquinamento. La compagnia è accusata di aver provocato altre maree nere nell’area del delta del Niger e deve far fronte a numerose procedure giudiziarie in Nigeria, in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi.