Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed (Credit: La Presse)

Oggi parliamo delle tensioni in aumento in Etiopia in vista del controverso voto di domani nella regione del Tigray, delle 150.000 firme raccolte da Amnesty Italia per la scarcerazione di Patrick Zaky in Egitto e del rilascio chiesto in Rwanda per l’oppositore Rusesabagina.

Etiopia: tensione alta per il voto nella regione del Tigrai, illegale per Addis Abeba

Resta alta la tensione politica e sociale in Etiopia dove domani la regione del Tigray, una delle dieci regioni autonome su base etnica, terrà elezioni locali, nonostante il governo federale abbia rinviato il voto nazionale al prossimo anno a causa del Covid-19.

Ieri ad Addis Abeba agenti dell’intelligence hanno impedito ad almeno quattro giornalisti di imbarcarsi su un volo diretto nella regione settentrionale, dove avrebbero dovuto dare copertura mediatica alla controversa elezione.

Sabato il parlamento federale etiopico ha stabilito che le elezioni nel Tigray saranno considerate illegali, ma il governo regionale – guidato dall’ex partito al potere in Etiopia, il Tigray Liberation Front – ha affermato che qualsiasi tentativo di impedire il voto sarà considerato come una “dichiarazione di guerra”.

Egitto: oltre 150.000 firme raccolte da Amnesty per la liberazione di Partrick Zaky

Oltre 150mila firme raccolte per chiedere la libertà di Patrick George Zaky, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato in patria per propaganda sovversiva. In occasione dei 7 mesi dall’arresto del ricercatore e attivista, una delegazione di Amnesty International Italia consegna stamani all’ambasciata d’Egitto a Roma il documento con le firme.

Amnesty Italia si dice preoccupata per la salute fisica e mentale di Patrick. Nella prigione di Tora, nella quale è detenuto, si continua a morire di Covid-19. A questo si aggiungono la frammentarietà delle comunicazioni con l’esterno e l’incertezza sul futuro. Il 30 agosto scorso le autorità egiziane avevano concesso alla madre di Zaky di visitare per la prima volta il figlio in carcere dopo oltre sei mesi di detenzione.

Rwanda: gli avvocati dell’oppositore Rusesabagina ne chiedono la scarcerazione

Gli avvocati internazionali di Paul Rusesabagina – l’oppositore rwandese che fino al 27 agosto scorso viveva in esilio tra Belgio e Stati Uniti e che il 28 agosto è apparso agli arresti a Kigali con l’accusa di sostenere movimenti ribelli rwandesi – hanno denunciato che non hanno ancora potuto vedere il loro cliente e ne hanno chiesto la liberazione, perché le procedure con cui è stato arrestato non sono per nulla chiare.

Rusesabagina, noto per aver ispirato il film Hotel Rwanda ambientato durante il genocidio del 1994 che costò la vita a 500mila rwandesi, è stato prelevato – sostiene la famiglia – mentre si trovava a Dubai. Il regime rwandese si è finora limitato a dire che l’operazione ha beneficiato di una non meglio definita «cooperazione internazionale».