L'avvocata e attivista libica Hanan al-Barassi, uccisa ieri a Bengasi (Credit: specialelibia.it)

Oggi parliamo dell’uccisione a Bengasi dell’avvocata e attivista libica Hanan al-Barassi, dell’offensiva militare etiopica nella regione del Tigray e del mandato d’arresto in Sudafrica per il segretario generale dell’Anc.

Libia: uccisa a Bengasi l’avvocata e attivista Hanan al-Barassi

L’attivista libica Hanan al-Barassi è stata assassinata ieri in pieno centro a Bengasi, il capoluogo della Cirenaica sotto il controllo del generale Khalifa Haftar. La donna, 46 anni, era molto conosciuta e si era conquistata l’epiteto di “Azouz Barqa”, Signora della Cirenaica.

Nei suoi video postati in rete, dava voce a donne vittime di violenze e criticava la corruzione di diverse persone affiliate alle milizie di Haftar. E solo il giorno prima di essere assassinata, ricorda Amnesty International, l’avvocata aveva annunciato che avrebbe pubblicato «video che denunciano la corruzione di Saddam Haftar», il figlio dell’uomo forte della Cirenaica. In uno dei suo ultimi video, aveva criticato la nomina del rampollo di Haftar a posti-chiave della città.

Etiopia: continua l’offensiva militare di Addis Abeba sulla regione del Tigray

In una settimana di attacchi aerei e pesanti combattimenti, almeno 6mila etiopici sono fuggiti attraverso il confine con il Sudan dalla regione settentrionale del Tigray, fa sapere la Commissione sudanese per i rifugiati. Ieri l’Unione africana ha chiesto un cessate il fuoco immediato.

L’emittente statale Fana ha riferito di 550 “estremisti” tigrini uccisi ma con internet e le comunicazioni in gran parte interrotte nella regione etiopica è difficile verificare lo stato del conflitto civile. Sempre ieri il presidente del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha accusato il governo eritreo d’aver inviato truppe oltre confine per attaccare le forze locali ma non ha fornito prove e il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh Mohammed ha negato che l’Eritrea sia “parte del conflitto”.

Sudafrica: ricercato per corruzione il segretario generale dell’Anc

Ace Magashule, segretario generale dell’African national congress (Anc), il partito al potere in Sudafrica, è stato raggiunto da un mandato d’arresto e ha tempo fino a venerdì per costituirsi. L’accusa di corruzione risale al 2014, quando era governatore della provincia del Free State, e riguarda un contratto di 15 milioni di dollari per bonificare dall’amianto il quartiere di una cittadina.

Magashule è un uomo politico legato all’ex presidente Jacob Zuma, costretto alle dimissioni da una serie di scandali che hanno punteggiato i nove anni di presidenza. Dalla sua posizione di segretario è il punto di riferimento del gruppo che si oppone all’attuale presidente Cyril Ramaphosa, subentrato a Zuma nel febbraio del 2018 e poi confermato presidente con il voto del maggio 2019.