Oggi parliamo di un massacro di centinaia di civili nella regione etiopica del Tigray, dei costi dell’evasione fiscale nel continente e del sostegno dell’imam Diko alla giunta militare golpista in Mali. 

Etiopia: almeno 600 civili uccisi il 9 novembre a Mai Kadra, nella regione del Tigray

Almeno 600 civili sono stati uccisi in un massacro di matrice etnica il 9 novembre nella città di Mai Kadra, nella regione etiopica del Tigray. La conferma è arrivata ieri, al termine di un’inchiesta compiuta dalla Commissione etiopica per i diritti umani (Ehcr). I massacri erano stati segnalati da Amnesty International che parla oggi di “crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.

Il rapporto afferma che gli autori “hanno ucciso centinaia di persone, picchiandole con bastoni, pugnalandole con coltelli, machete e accette, e strangolandole con corde”. Gli autori, giovani locali sostenuti dalla polizia e da una milizia, hanno anche saccheggiato e distrutto numerose proprietà. Si tratta dell’attacco più noto contro i civili durante il conflitto interno in corso in Etiopia.

L’evasione fiscale costa all’Africa più di 25 miliardi di dollari all’anno

È quanto emerge da uno studio condotto da una rete di ong, tra cui la Global Alliance for Tax Justice. In un momento di lotta alla pandemia di Covid-19, questa fuga è considerata “inaccettabile”, anzi riduce le entrate che i paesi africani potrebbero dedicare alla salute dei loro cittadini.

Ventitré miliardi di dollari è la cifra stimata dell’ “evaso” dalle multinazionali, locali o estere, che operano in Africa. A questa somma si aggiungono poco più di due miliardi di dollari nascosti dai ricchi africani in paradisi fiscali. Il paese più colpito da questo fenomeno è la Nigeria, seguita da Sudafrica, Egitto e Angola. Ma anche un paese come Maurizio, considerato da alcuni un paradiso fiscale, è vittima del fenomeno con una perdita stimata di 60 milioni di dollari.

Mali: l’imam Dicko sostiene il capo della giunta militare golpista per la presidenza del parlamento

In Mali dopo un lungo silenzio, il movimento che fa capo all’imam Mahmoud Dicko si è fatto vivo e ha preso le parti dei militari nel contenzioso per costituire un parlamento di transizione che ha il compito di portare il paese al voto.

Il colpo di stato, che lo scorso 18 agosto ha destituito il presidente Boubacar Keïta, ha aperto una delicata fase politica con i militari che dicono di voler riconsegnare il potere ai civili e la coalizione dell’opposizione che contesta l’ingombrante presenza di alti gradi dell’esercito nel Consiglio nazionale di transizione. L’imam Dicko, che ha avuto un ruolo rilevante nelle manifestazioni che hanno indebolito il regime di Keïta, ha indicato per la presidenza del parlamento di transizione Malick Diaw, capo della giunta militare.