Badges degli osservatori alle elezioni in Etiopia (Credit: NEBE)

Oggi parliamo della vicenda dei rifiuti italiani smaltiti illegalmente in Tunisia, del ritiro degli osservatori europei alle elezioni in Etiopia e del varo di una legge contro i reati sessuali in Uganda.

Tunisia: 44 ong chiedono intervengono sul caso dei rifiuti speciali esportati dall’Italia 

Quarantaquattro associazioni e gruppi ambientalisti tunisini e internazionali chiedono al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e al commissario europeo per l’ambiente, Virginijus Sinkevičius, di rispettare le scadenze e ordinare l’immediata restituzione di 282 container di rifiuti pericolosi importati lo scorso anno illegalmente dall’Italia e sotto sequestro nel porto di Sousse.
La vicenda risale all’estate 2020 quando le dogane di Tunisi scoprirono questi rifiuti, presentati dall’azienda importatrice come rifiuti plastici “non pericolosi”. Sul caso venne aperta in Tunisia un’indagine penale che ha visto indagate 26 persone per corruzione, compresi i funzionari della dogana e l’ex ministro dell’ambiente, Mustapha Aroui, poi arrestato.

Eritrea: l’Ue annulla la sua missione di osservazione delle elezioni di giugno

L’Unione europea ha annullato la sua missione di osservazione alle elezioni parlamentari in Etiopia il 5 giugno, sostenendo che non siano state soddisfatte le condizioni sull’indipendenza della missione.
Il principale punto critico sono i sistemi di comunicazione. La portavoce del ministero degli Esteri etiopico, Dina Mufti, ha spiegato che la missione europea avrebbe dovuto importare “apparecchiature di comunicazione V-SAT che sono estranee al sistema tecnologico dell’Etiopia”, sostenendo che gli osservatori avrebbero potuto usare invece il sistema di telecomunicazioni nazionali.
Intanto da ieri è in Sudan il presidente eritreo Isaias Afwerki, per discutere della disputa di confine tra Sudan ed Etiopia, e delle tensione regionali attorno alla Gerd, la diga etiopica sul Nilo.

Uganda: approvata una legge che penalizza i reati sessuali

Il parlamento ugandese ha approvato una legge radicale contro i reati sessuali, che prevede tra l’altro, l’istituzione di un registro nazionale degli autori di tali reati.
Per la prima volta, è stata inoltre introdotta una legge sulle molestie di strada, le violenze sessuali in pubblico e le molestie o la richiesta di favori sessuali in contesti professionali.
La legge prevede inoltre almeno sette anni di reclusione per chiunque condivida contenuti digitali espliciti su Internet e social media, e criminalizza il turismo sessuale e il lavoro sessuale minorile.
Una clausola che legifera contro cosiddetti “reati sessuali innaturali” ha fatto però infuriare la comunità LGBT, che continua ad essere fortemente stigmatizzata e penalizzata nel paese.