Miniera di carbone a Moatize (Mozambico)

Oggi parliamo delle attività in Mozambico del colosso minerario Vale, delle contestate elezioni di febbraio in Somalia e della condanna dell’Italia per i respingimenti di migranti sulla rotta balcanica.

Mozambico: l’azienda brasiliana Vale cede la miniera di Moatize

La multinazionale brasiliana Vale, una delle principali compagnie minerarie che operano in Mozambico, ha annunciato che abbandonerà l’estrazione del carbone a Moatize e starebbe cercando un’azienda interessata a comprare la miniera. La miniera ha una capacità di produrre 12 milioni di tonnellate di carbone all’anno, ma è in perdita a causa del calo della domanda di carbone, dovuta al rallentamento dell’economia globale.

Il carbone è attualmente uno dei principali prodotti di esportazione del Mozambico, destinato principalmente all’Asia. L’operazione dovrebbe concludersi il 30 giugno e secondo il governo, il processo di vendita e ristrutturazione salvaguarderà i diritti dei lavoratori e delle comunità. Vale ha anche annunciato l’abbandono dei progetti ferroviari e portuali del corridoio di Nacala.

Somalia: il governo annuncia elezioni a febbraio, nonostante le contestazioni delle opposizioni

Il primo ministro somalo Mohamed Hussein Roble ha annunciato che il governo federale ha deciso di tenere le elezioni, l’8 febbraio, nonostante il mancato accordo sulla composizione del comitato elettorale e senza la partecipazione degli stati del Jubbaland e del Puntland.

Una decisione che potrebbe minare l’intero processo elettorale, denunciano le opposizioni, riunite nel Consiglio dei candidati presidenziali che comprende gli ex presidenti Sheikh Shariff Ahmed e Hassan Sheikh Mahmoud. Il consiglio accusa il presidente Muhammed Abdullahi Farmajo di aver insediato ufficiali dell’intelligence, funzionari pubblici e i suoi lealisti nel comitato elettorale.

Migranti: il tribunale di Roma condanna il ministero dell’Interno italiano per i respingimenti sulla rotta balcanica

Le riammissioni dei migranti tra Italia e Slovenia sono illegittime. A condannare la consueta pratica italiana, e quindi il ministero dell’Interno del nostro paese, è il tribunale di Roma, in seguito a un ricorso di un migrante pachistano, respinto dalla polizia di Trieste verso il confine sloveno, la scorsa estate.

La prassi delle riammissioni di chi attraversa la rotta balcanica si basa su una presunta legalità fondata su un accordo bilaterale siglato nel 1996 con la Slovenia. Accordo che però non è mai stato ratificato dal nostro parlamento. Per cui, come hanno scritto le due avvocate dell’Asgi che hanno difeso il migrante, «non può prevedere modifiche o deroghe alle leggi vigenti in Italia o alle norme dell’Unione europea o derivanti da fonti di diritto internazionale».