Oggi parliamo dell’ennesima strage di migranti nel Mediterraneo, delle proteste nella regione etiopica Amhara e delle dichiarazioni della Conferenza episcopale del Ciad dopo la presa del potere da parte dei militari.

Migranti: ennesima strage al largo delle coste libiche, i morti potrebbero essere 170

Una strage annunciata quella avvenuta ieri. Decine di migranti risultano dispersi dopo il naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, secondo l’allarme lanciato da Sos Mediterranee. L’equipaggio della Ocean Viking riferisce che 130 persone erano a bordo dell’imbarcazione. 13 i cadaveri che sono stati finora avvistati in mare, ma che non è stato possibile recuperare. Il timore è che non si sia salvato nessuno.

Ieri mattina Alarm Phone aveva avvisato tre imbarcazioni in pericolo e un aereo di Frontex aveva individuato il relitto di un gommone. A oggi, secondo Sos Mediterranee, sono 350 i morti nel Mediterraneo centrale, senza tener conto delle persone decedute in quest’ultimo naufragio e delle 40 segnalate in difficoltà martedì scorso, di cui non si ha più alcuna notizia.

Etiopia: quarto giorno di proteste nello stato federale Amhara

Per il quarto giorno consecutivo ieri centinaia di migliaia di persone sono scese in strada nelle principali città dello stato federale etiopico Amhara protestando contro i recenti rapporti di uccisioni mirate, attacchi e sfollamenti di membri della comunità Amhara che risiedono in particolare nell’Oromia occidentale e nella zona di Metekel nello stato del Benishangul-Gumuz.

Le proteste sono esplose anche per le violenze nella zona speciale Oromo, e nelle zone di Sud Wollo e Nord Shewa della regione di Amhara, che ora sono sotto il comando dell’esercito federale. I manifestanti contestano il primo ministro Abiy Ahmed e il suo Partito della prosperità, coalizione politica in cui gli Amhara sono alleati chiave, in vista delle elezioni del 5 giugno.

Ciad: i vescovi chiedono ai militari al potere l’apertura di un dialogo inclusivo

La Conferenza episcopale del Ciad prende posizione sul Consiglio militare di transizione che ha preso il potere, sciogliendo governo, parlamento e accantonando la Costituzione, dopo l’uccisione martedì scorso del presidente Idriss Déby nel corso di uno scontro tra esercito e ribelli. Alla vigilia dei funerali di Déby, che si stanno tenendo stamani, i vescovi sottolineano la necessità di aprire un dialogo inclusivo che porti alla riconciliazione nazionale.

Il dialogo, affermano i vescovi, deve essere condotto «da una istanza politicamente indipendente, credibile e sopra le parti ed esige due condizioni preliminari: «che tutti belligeranti dichiarino unilateralmente un cessate il fuoco senza condizioni e depongano le armi; e che la transizione sia condotta nello stretto rispetto dell’ordine costituzionale».

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