È una responsabilità recensire l’ultimo romanzo di Nathacha Appanah, per il modo viscerale in cui racconta la violenza di genere e si cala nella “buca” – per usare una sua metafora – vertiginosa che conduce al femminicidio. La morte di due donne per mano dei loro mariti, Emma e Chahinez, riaccende nell’autrice i sei anni di abusi vissuti negli anni successivi all’adolescenza, quando rinnega la famiglia per andare a vivere con HC, rimanendo intrappolata nel suo giogo paranoico e distruttivo.
Nata alle Maurizio e residente da anni in Francia, Appanah intreccia spazi e tempi diversi. Attraverso Emma, anche lei delle Maurizio, e Chahinez, di origine algerina ed emigrata in Francia, l’autrice riprende per mano la sé stessa di un tempo, la “cosa” che sentiva di essere diventata quando era ormai annientata dall’abuso. Il suo è un meticoloso lavoro di ricostruzione dell’umanità delle vittime, che solo tali non sono. Sono persone, donne con sogni, abitudini, desideri e contraddizioni.
L’autrice intraprende una vera e propria caccia al dettaglio, all’inquadratura capace di abbracciare l’umanità di Emma e Chahinez, oltre alla propria. Ricostruisce ciò che amavano, ciò che le rendeva felici. Le immagina nei momenti di tregua, negli abbagli di serenità che la quotidianità concede anche quando si è travolti dalla tempesta. Fa di tutto perché dentro il libro ci sia anche la loro risata, preservata come un oggetto prezioso.
Nella scrittura di Appanah sono le donne a occupare il centro della scena. Agli abusanti e agli assassini viene dedicato solo il capitolo iniziale, dove le loro storie vengono brevemente tratteggiate. Poi, il sipario cala su di loro, lo spazio che hanno occupato con la forza nelle vite delle tre protagoniste viene rovesciato. Diventano una sigla, le loro due iniziali. Restano loro: Nathacha, Emma e Chahinez. Storie accomunate da un medesimo momento di rottura: la fuga, la corsa nella notte per salvarsi mentre chi diceva di “amarle tanto” tentava di ucciderle.
La violenza è una spirale asfissiante e le storie di queste tre donne sono pervase di terrore. Eppure Appanah non smarrisce mai il lettore nel labirinto. È come se organizzasse il pensiero in una serie ordinata di stanze che accompagnano gradualmente verso i passaggi più difficili da attraversare. Quando restare accanto a queste vite sembra diventare insostenibile, apre una finestra da cui entra una folata d’aria che ristabilisce l’equilibrio della scrittura e permette di proseguire senza esserne sopraffatti.
Non c’è pietismo né semplificazioni. C’è invece tutta la complessità che attraversa le vite delle persone abusate: la difficoltà di tornare in superficie, la forza della manipolazione, la tentazione costante di tornare indietro verso quell’identità devastata che, per quanto mutilata, è ormai l’unica conosciuta.
È proprio qui che risiede la forza del romanzo: nella capacità di raccontare la violenza senza ridurre chi la subisce alla violenza stessa. Di ricostruire, attraverso una scrittura delicata e rispettosa, nomi, volti, desideri e memoria di chi spesso viene ricordata soltanto per la propria morte.