Equilibri geopolitici nel Mar Rosso
Una coalizione tra otto nazioni che si affacciano sul Mar Rosso, guidata dall’Arabia Saudita, rischia di esacerbare le tensioni nell’area con l’altro blocco, composto da Turchia, Iran e Qatar. Uno degli obiettivi primari, quello della sicurezza, gli ha già fatto guadagnare il supporto europeo.

Il 7 gennaio è nata una nuova alleanza regionale, sotto l’egida dell’Arabia Saudita, in uno degli scacchieri più delicati per gli equilibri mondiali. A Riyadh i ministri degli esteri di otto paesi – Arabia Saudita, Sudan, Gibuti, Somalia, Eritrea, Egitto, Yemen e Giordania – hanno firmato la carta costitutiva del Consiglio degli stati arabi ed africani che si affacciano sul Mar Rosso e il Golfo di Aden (Council of arab and african coastal states of the Red Sea and Gulf of Aden).

L’alleanza, in discussione da tempo nei circoli diplomatici dei paesi interessati e della comunità internazionale, nasce in un momento delicatissimo per diversi paesi dell’Africa settentrionale e orientale e del Medio Oriente, e per le relazioni di questi con l’Europa e gli Stati Uniti.

Non si può non osservare che, negli stessi giorni, la Turchia entrava a gamba tesa nella crisi libica a fianco del governo di Tripoli e, si può supporre, in cambio, acquisiva i diritti di sfruttamento petrolifero sulla piattaforma continentale libica del Mar Mediterraneo. Nei giorni successivi il presidente Erdogan faceva sapere che la Turchia era stata invitata dal governo somalo allo sfruttamento delle risorse petrolifere del paese nelle acque dell’Oceano Indiano. In contemporanea si acuivano le già gravi tensioni tra Stati Uniti ed Iran, a causa della morte del generale Qasem Soleimani, obiettivo di un attacco missilistico americano in Iraq.

L’alleanza regionale appena formata potrebbe porsi come il baluardo degli interessi sauditi e dei loro migliori alleati, gli americani, esacerbando le tensioni già esistenti nell’area con l’altro blocco regionale, formato da Turchia, Qatar ed Iran. L’intenzione è chiara per diversi esperti della zona.  

Per Camille Lons, ricercatrice presso l’International Institute for Strategic Studies (IISS) per il Medio Oriente in Bahrain, «l’obiettivo dell’Arabia Saudita è salvaguardare il Mar Rosso da influenze esterne, specialmente da quelle dei suoi rivali politici (Turchia, Qatar, Iran) e creare una piattaforma dei paesi rivieraschi è un modo efficace per affermare che non hanno nulla a che fare con le questioni che lo riguardano».

Ma proprio per questo potrebbe addirittura determinare il coinvolgimento dei paesi firmatari nell’eventuale aggravarsi della situazione regionale che da tempo diversi osservatori temono possa sfociare in un confronto aperto.

Timori non mancano tra gli stessi paesi firmatari. Secondo un rapporto diffuso in novembre dal Brookings Doha Center (parte delle Brookings Institutions, fondate nel 1916, con sede centrale a Washington, che si occupano di ricerche sociali, economiche e politiche), “funzionari egiziani ed eritrei sono inflessibili nell’affermare che non permetteranno che il forum venga usato come strumento dall’Arabia Saudita nelle sue rivalità con l’Iran, la Turchia o il Qatar”.

Anche la Somalia, pur avendo sottoscritto l’alleanza, ha immediatamente confermato la continuità dei suo forti rapporti con Ankara, mettendo in chiaro che il patto regionale non si pone come un sostegno alla politica saudita. Mentre in Yemen il governo allineato agli Houti ha ovviamente affermato di non far parte “di uno strumento di aggressione” saudita.

Il blocco regionale avrebbe dovuto avere obiettivi ampi, spaziando dalla cooperazione economica agli scambi culturali, alle questioni ambientali, ma per ora si ferma ad affrontare i problemi della sicurezza, quali la pirateria, la minaccia terroristica e i vari tipi di traffici – uomini, armi, droga – che fioriscono nella zona. E’ proprio il rafforzamento della sicurezza in un’area tanto delicata che ha fatto guadagnare al nuovo blocco regionale il supporto europeo.

“La stabilitá del Corno d’Africa e la libertà di navigazione dall’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso il Mar Rosso, entrambi cruciali per l’Europa, sono messi a rischio dagli sviluppi nella regione del Mar Rosso” si disse nel giugno dell’anno scorso, durante una riunione del Consiglio europeo. “La ricerca di influenze e di assetti strategici, insieme alla crescente militarizzazione della costa del Mar Rosso, determinano l’aumento dei rischi nella regione, con potenziali conseguenze globali”.

D’altra parte la sicurezza è forse l’unico tema che il blocco puó affrontare, viste le differenze su tutti gli altri e la diffidenza nei confronti della supremazia saudita. E non è detto che la sua nascita potrà avere un effetto stabilizzatore effettivo e duraturo.

Nella regione stessa ha suscitato timori e perfino malumori. Etiopia e Kenya sono esclusi dal Consiglio, ma i loro interessi nell’area sono fortissimi. L’Etiopia per i suoi strettissimi rapporti con Gibuti e il suo crescente peso diplomatico, politico, economico e demografico; il Kenya per le acque territoriali e il confronto con la Somalia sulla loro estensione, lontano dall’essere risolto.

Escluso anche il Somaliland, che ha 850 chilometri di costa in posizione strategica nell’area. Il suo ministro degli esteri ha fatto sapere che “non riconosce la formazione di nessun blocco che esclude stakeholder legittimi sulla base di criteri arbitrari, irrilevanti e discriminatori”.

Insomma, il Consiglio degli stati arabi ed africani che si affacciano sul Mar Rosso e il Golfo di Aden nasce con diversi problemi irrisolti nei rapporti con altri attori regionali e tra i suoi stessi membri. E potrebbe far fatica a trovare obiettivi comuni e un modo di raggiungerli accettabile per tutti.