Nuove e vecchie strade della violenza politica in Africa occidentale
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Un nuovo studio esamina i legami tra infrastrutture di trasporto e violenza armata
Nuove e vecchie strade della violenza politica in Africa occidentale
Strade, corridoi commerciali e reti di trasporto sono sempre più al centro della strategia dei gruppi jihadisti: luoghi di sviluppo trasformati in campi di battaglia, tra rapimenti, imboscate e un’economia del terrore che colpisce soprattutto le comunità locali
29 Dicembre 2025
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 6 minuti

L’incremento del terrorismo di matrice islamista nel Sahel e dei tanti gruppi che lo esercitano oltre a portare instabilità, violenza e paura, negli anni ha notevolmente aumentato il numero dei rapimenti. Una tendenza determinata anche dal sistema dei trasporti e le varie reti di collegamento.

Strade, ferrovie e porti sono essenziali per lo sviluppo economico e la circolazione di merci e persone, ma sono diventati sempre di più frequenti canali di attacchi. Queste reti vengono sfruttate dai jihadisti per mettere a rischio la governance, destabilizzare le regioni e isolare le comunità. 

Lo afferma un’analisi che copre un arco di 24 anni, dal 2000 al 2024, elaborata da un gruppo di studiosi ed esperti dell’area. Il rapporto evidenzia la duplice dinamica delle infrastrutture, che rappresentano sia risorsa strategica per lo sviluppo che un obiettivo per gli attacchi, un campo di battaglia conteso.

Nella sintesi del lavoro si evidenzia che imboscate, rapimenti, violenze, blocchi e distruzione delle infrastrutture di trasporto sono intensi soprattutto nel Sahel centrale, nel bacino del Lago Ciad e, più recentemente, nel Camerun nord-occidentale. 

Dai centri urbani a quelli locali

Il rapporto, “Strade e conflitti nell’Africa settentrionale e occidentale”, attraverso l’analisi di oltre 70mila eventi violenti e 230mila vittime riportati nell’archivio dell’Armed Conflict Location and Event Data (ACLED), esamina dunque i legami tra infrastrutture di trasporto e violenza, dimostrando come questi sistemi siano profondamente interconnessi con la stabilità sociale, economica e politica. 

Secondo il report, circa il 70% degli eventi violenti e il 65% delle vittime si verificano entro un solo chilometro da una strada; ma emerge anche che in Africa occidentale gli insorti stanno spostando sempre più le loro operazioni in aree remote e piccoli centri urbani, destabilizzando le regioni rurali ed espandendo la loro influenza. Oggi, al contrario del passato, gli obiettivi sono perlopiù locali. 

JNIM come volano dei rapimenti 

Il rapporto rivela che rapimenti e sparizioni forzate sono aumentati di venti volte da quando Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) è stata fondata nel 2017. Rapimenti che tendono a verificarsi sia lungo i principali corridoi di trasporto che nelle aree rurali. Nel Sahel centrale, questa economia basata sui sequestri si è diffusa nella maggior parte delle aree rurali, dal sud della foresta di Wagadou in Mali al W National Park, al confine tra Burkina Faso, Benin e Niger. 

Rapimenti anche massicci, come nel caso degli oltre 300 bambini sequestrati, lo scorso novembre, da uomini armati non identificati in una scuola cattolica nella Nigeria occidentale. L’analisi mostra inoltre che circa un terzo di questi eventi riguarda rapimenti di ragazze e donne, che spesso sono costrette a matrimoni forzati.

Di solito i civili vengono rilasciati illesi dopo che le loro motociclette, generi alimentari, telefoni e animali sono stati rubati, oppure dopo che è stato pagato un riscatto. Rotte vitali per il commercio e la connettività sono diventate epicentri della violenza, con conseguenti interruzioni degli scambi commerciali, isolamento delle comunità e indebolimento dell’autorità statale. 

Motocicletta come mezzo prediletto 

I gruppi jihadisti fanno sempre più affidamento su motociclette e veicoli leggeri per muoversi su terreni difficili e superare in astuzia le forze statali più lente e che utilizzano mezzi più pesanti. Il rapporto evidenzia quanto questa mobilità tattica consenta agli insorti di sfruttare le vulnerabilità delle reti di trasporto, tendere imboscate lungo le rotte chiave ed eludere le risposte militari.

Al contrario, la dipendenza delle forze statali da basi fisse e rotte di trasporto prevedibili le rende vulnerabili a tattiche altamente mobili. 

Insomma, suggerisce il rapporto, se si vuole combattere il jihadismo bisogna mettere in sicurezza i corridoi commerciali, le reti di trasporto, le strade. Anche quelle più isolate. 

Un’esigenza particolarmente urgente poiché i conflitti continuano a estendersi a paesi costieri come Benin, Costa d’Avorio, Ghana e Togo e, come si sa, una volta che il conflitto prende piede, tende a persistere e a consolidare l’instabilità nel tempo. 

Il business del rapimento

Dunque, i rapimenti sono diventati una vera e propria industria nel Sahel con governi disposti a pagare riscatti per liberare i propri connazionali. Un’industria che ha alimentato di fatto l’espansione dei gruppi jihadisti.

Si ricorda ancora il caso del lontano 1974 quando un gruppo di ribelli guidato dal futuro presidente del Ciad, Hissène Habré, sequestrarono alcuni operatori umanitari e un’archeologa francese chiedendo, tra le altre cose, il rilascio di prigionieri politici.

Uno dei rapimenti più spettacolari fu quello di 32 turisti europei nel 2003. Fu eseguito dal Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (GSPC) nel Sahara algerino. Secondo quanto riferito, per gli ostaggi fu pagato un riscatto di 5 milioni di euro. 

Come si legge su The Conversation, sia gli ostaggi occidentali che quelli locali rappresentano risorse redditizie che, in ultima analisi, alimentano le insurrezioni nel Sahel dell’Africa occidentale. Gli autori citano un articolo del New York Times secondo il quale si stima che i paesi europei abbiano pagato, dal 2008 al 2014, circa 125 milioni di dollari per liberare gli ostaggi catturati da al-Qaida e dai suoi affiliati in questa regione. 

Ovviamente è difficile conoscere cifre esatte a causa dell’opacità dei negoziati e del numero di intermediari coinvolti. Recentemente anche gli Emirati Arabi Uniti avrebbero pagato un riscatto di 50 milioni di dollari e consegnato materiale bellico a militanti affiliati ad al-Qaida per il rilascio di ostaggi emiratini in Mali. 

Bersagli in cambiamento

Negli ultimi tempi la tendenza, come dicevamo, era mutata. La maggior parte delle vittime di rapimenti a scopo di estorsione erano occidentali fino alla fine degli anni 2010, ma questi, messi in allerta dagli avvisi dei loro governi e dalle informazioni che giungono dall’area del Sahel viaggiano meno in quei territori. Così i rapimenti hanno coinvolto sempre di più la popolazione del posto. 

Oggi però ci sono nuovi elementi su cui riflettere. Il 2025, riporta l’ACLED, già nei suoi primi mesi ha mostrato un’inversione di rotta con l’incremento di rapimenti di cittadini stranieri nel Sahel centrale ad opera dell’ISSP (Provincia del Sahel dello Stato Islamico). Si sarebbe trattato – spiega ACLED – di un’anomalia.

In realtà poi se ne sono verificati altri. Come quello di un missionario e pilota americano, lo scorso ottobre, in Niger. Negli ultimi anni, l’ACLED ha registrato in media da due a quattro rapimenti di stranieri all’anno nel Sahel centrale. Il 2022 fu un’eccezione, quando il rivale jihadista dell’ISSP, il Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaida, lanciò una vasta campagna di rapimenti. 

Furono 13 i cittadini stranieri sequestrati. Il rapimento a scopo di estorsione resta, dunque, una delle fonti di approvvigionamento dei numerosi gruppi jihadisti che operano nell’area e né i rispettivi governi né forze paramilitari esterne, come gli Africa Corps russi, chiamati a combattere il jihadismo, sono riusciti finora a fermarli. Ma solo a provocare più vittime e destabilizzazione.

Le ultime atrocità, in ordine di tempo, di questi ultimi sono state registrate in Mali e i testimoni parlano di stupri e ogni genere di crudeltà.

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