Burundi / La crisi
Il governo e i gruppi di opposizione del Burundi si sono recati a Entebbe, in Uganda, per riaprire un dialogo sotto l'egida del presidente ugandese Yoweri Museveni, nominato mediatore dai paesi dell'Africa orientale. L'esecutivo di Bujumbura però non mostra segni di apertura. Fine della crisi ancora lontana.

La situazione critica che si è creata in Burundi e va avanti ormai dallo scorso aprile con la candidatura a un terzo mandato (anticostituzionale) e la rielezione in luglio di Pierre Nkurunziza alla magistratura suprema, si fa sempre più esplosiva. Sono in molti a voler venire in aiuto al popolo burundese, a cominciare dall’Unione africana e dall’Onu, ma si trovano di fronte al rifiuto del governo che considera violazione della propria sovranità ogni intervento straniero. Una forza di pace di 5mila uomini è stata proposta dall’Unione africana nelle scorse settimane, ma si è trovata di fronte l’assoluto rifiuto del parlamento burundese.
Ieri, comunque, un centinaio di barundi, membri del governo, dell’opposizione e della società civile, si sono ritrovati a Entebbe, in Uganda, per rilanciare il dialogo sotto la mediazione ugandese, incaricata mesi fa per questo dall’Unione africana, e interrotta da luglio, in seguito alla rielezione di Nkurunziza in elezioni boicottate dalle opposizioni burundesi e considerate una “farsa” dalla comunità internazionale.

Nessuna apertura
L’atmosfera nella sala dell’incontro di ieri era “glaciale”, come qualcuno l’ha descritta. Presiedeva il presidente ugandese Yoweri Museveni e ogni delegazione ha esposto la propria posizione, senza però creare un vero dibattito. Il mediatore ugandese non sembra godere di grande fiducia fra la comunità internazionale. Anzi: secondo gli Stati Uniti il capo dello stato di Kampala sarebbe “inadatto” visto il suo trascorso politico (al potere, lui, dal 1986) e la vicinanza a Nkurunziza. Museveni comunque, nel suo intervento ha invitato governo e opposizione burundesi a porre fine alla campagna di omicidi mirati che ha insanguinato e il paese fino ad ora. Poi, al termine della cerimonia, ha annunciato che il dialogo riprenderà ad Arusha (Tanzania) il 6 gennaio. Ma subito il governo burundese ha respinto quella data, pretestando di non essere stato consultato in proposito.
Il problema è che non c’è alcuna voglia da parte del governo di Bujumbura di dialogare con l’opposizione. Coloro che maggiormente osteggiano il terzo mandato di Nkurunziza, il Cnared, Consiglio nazionale per il rispetto degli accordi di Arusha e dello stato di diritto in Burundi, sono accusati dal governo di essere all’origine del tentato colpo di stato di maggio. E con questa opposizione il governo non intende assolutamente trattare, benché il presidente ugandese Museveni abbia invitato tutte le componenti a prendere parte all’incontro senza pre-condizioni.

Previsioni
Il Cnared ritiene la data del 6 gennaio corrispondente all’urgenza della situazione che in Burundi si sta deteriorando ogni giorno di più. Duecentomila sono ormai i rifugiati burundesi nei paesi vicini e a centinaia si contano le vittime degli ultimi mesi in cui le violenze e la repressione del governo sono aumentate. Il governo cerca di svincolarsi da date troppo ravvicinate, perché teme un risultato del dialogo che potrebbe essergli sfavorevole come sostenuto dal portavoce del Cnared, Pancrace Cimpaye. Se poi dovesse mai lasciare il potere, chi lo garantirebbe contro i crimini commessi?
Sfoggia invece ottimismo sul futuro del dialogo inter-burundese il rappresentante speciale dell’Unione africana per la regione dei Grandi Laghi, Ibrahima Fall rilasciando alcune dichiarazioni alla fine dei colloqui in afferma che il solo fatto di esser riusciti a riportare le parti al tavolo delle trattative è di per se un successo e che il 6 gennaio le parti inizieranno ad ammorbidire lo posizioni. A giudicare da ciò che si è visto viene da dire “beato lui!”. Chi conosce il Burundi da vicino sa che le esigenze di ogni parte sono tali che trovare un terreno di intesa rischia di prendere ancora molto tempo.

Nella foto in alto il presidente ugandese Yoweri Museveni e quello burundese Pierre Nkurunziza durante una visita di stato nel 2009 (Afp)