Economia in bianco e nero – settembre 2014

Gli Stati Uniti, grazie alle politiche espansive messe in campo dall’amministrazione Obama, sembra abbiano cambiato marcia, ricominciando a crescere. Per il presidente americano semaforo verde, dunque, in politica nazionale. Non pervenuto invece in politica estera.

I suoi insuccessi in politica estera equivalgono ad altrettanti scenari di crisi che restano aperti. Ucraina e aereo abbattuto dai separatisti russi. Crisi in Medio Oriente e uccisioni di massa di civili in Palestina. Iraq in bilico verso il baratro degli islamisti sunniti, Al-Qaida che si unisce ai resti del regime di Saddam. Libia fuori controllo…

Dal 4 all’8 agosto, il primo presidente afroamericano ha riunito a Washington una cinquantina di capi di stato nel suo primo summit tra Africa e Stati Uniti. In agenda, la sicurezza e la lotta al terrorismo e contro il virus Ebola, ma soprattutto le questioni economiche, commerciali ed energetiche. Al centro delle discussioni il programma Power Africa e i negoziati commerciali basati sull’Agoa (African Growth and Opportunity Act), la legislazione americana approvata nel 2000, ma non ancora del tutto attuata, volta a facilitare gli scambi commerciali con l’Africa.

Obama ha annunciato l’impegno da parte degli imprenditori statunitensi a investire 14 miliardi di dollari, per «alimentare una crescita che sosterrà la prosperità africana e il business degli Usa nei mercati emergenti». Il gruppo General Electric, ad esempio, intende investire in Africa 2 miliardi di dollari entro il 2018 in formazione professionale, infrastrutture e iniziative di sviluppo.

All’inizio del suo primo mandato, Obama aveva suscitato molte speranze. Finita la grigia era di Bush jr, si sperava in un’attenzione diversa verso l’Africa. Invano. Obama ha aspettato il suo secondo mandato per riunire il suo primo vertice americo-africano. Ma il summit è arrivato fuori tempo massimo. L’Africa ha da tempo allargato le sue braccia verso le grandi potenze emergenti. Cina, in primis. Ma anche India, Brasile, Corea.

Il primo ministro cinese Li Keqiang, lo scorso maggio, ha visitato Etiopia, Nigeria, Angola e Kenya, l’Africa che corre. E ha usato parole che spiegano il nuovo mondo che si va componendo: «Le relazioni tra Cina e Africa sono entrate in una età dell’oro». A significare l’importanza crescente attribuita all’Africa da Pechino.

Dal 2009 la Cina è diventata il primo partner commerciale del continente africano. Gli investimenti cinesi nel 2013 sono valutati a 25 miliardi di dollari e più di 2500 aziende cinesi hanno investito in Africa. Gli scambi commerciali tra i due “continenti” hanno raggiunto la cifra record di 210 miliardi di dollari: l’Africa avrà 2 miliardi di abitanti nel 2050 ed è un mercato di sbocco perfetto per le merci cinesi a basso costo. La Cina ha bisogno di immense quantità di materie prime per sostenere la sua potenza industriale e la sua crescita economica. Perciò ha siglato diversi contratti a lungo termine con Nigeria e Angola, produttori di petrolio.

L’alleanza tra Cina e Africa è favorita anche da ragioni storiche e geopolitiche: una visione del mondo, propria dei paesi emergenti, che mette in discussione il dominio delle potenze occidentali ex coloniali. Anche qui, sempre più spesso si forma un asse ben preciso tra le potenze africane e la Cina sulle grandi questioni strategiche, sui negoziati commerciali o quelli climatici. La Cina è il “grande fratello” dei paesi emergenti, tra cui si annoverano via via anche le nuove potenze africane, oltre al Sudafrica, come Nigeria, Angola, Etiopia, Mozambico, Ghana. Il “grande fratello” cinese sarà alla guida del G77, il gruppo dei paesi non allineati, nei negoziati per i cambiamenti climatici. Un vertice atteso a Parigi nel dicembre 2015.

Per tutte queste ragioni, gli sforzi americani sembrano destinati ad avere poca fortuna. Il vertice di Washington è arrivato tardi. L’Africa ha già scelto con chi stare.

 

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Il presidente Usa ha tenuto in agosto il sospirato vertice con l’Africa. Ma la Cina ha già bruciato le tappe ed è il punto di riferimento economico strategico dei più robusti paesi africani.

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