Scenari possibili

Dopo il Mali tocca al più popoloso paese africano la resa dei conti con il terrorismo islamico? Militanti di Boko Haram si sono addestrati nei campi dell’Aqmi. L’allerta dei servizi segreti occidentali e di Africom. L’impegno di Abuja nella missione africana in Mali finalizzato a togliere il sostegno agli eredi di Mohammed Yusuf.

Non è detto che la resa dei conti contro i terroristi islamici in Mali sia destinata a concludersi con l’intervento armato internazionale a Timbuctù. Nell’oceano del Sahel, tra le frontiere farlocche degli stati subsahariani, i miliziani di Ansar Eddine, Mujao, Aqmi fanno presto a dissolversi, a navigare verso altri porti, e l’approdo più temuto dalla comunità internazionale è la Nigeria. Ovvero il primo produttore africano di petrolio, tra i principali fornitori di greggio degli Stati Uniti, la seconda economia e la nazione più popolosa del continente con 160 milioni di abitanti, già teatro di scontri di natura etnica e interreligiosa che nell’ultimo decennio hanno provocato 20mila morti.

 La minaccia del fondamentalismo islamico nell’acerba democrazia nigeriana prende il nome di Boko Haram (letteralmente “la cultura occidentale è sacrilega”, secondo la traduzione da una lingua locale), gruppo terroristico con legami accertati con i “movimenti fratelli” del Mali; responsabile di attacchi contro chiese, moschee del clero musulmano moderato, caserme, edifici pubblici, sedi di istituzioni internazionali, come l’attentato dell’agosto 2011 contro la sede Onu della capitale Abuja. «L’effetto contagio della crisi maliana potrebbe ripercuotersi in Nigeria con gravissime conseguenze per la stabilità del paese e della regione intera, oltre che per gli interessi delle aziende occidentali e per la sicurezza dei cittadini stranieri nel centro-nord del paese», dice a Nigrizia Shehu Sani, influente intellettuale nigeriano, tra i massimi espertì di Boko Haram, nonchè presidente dell’associazione umanitaria Civil rights congress. L’allarme di Sani si riflette nelle più recenti dichiarazioni del generale Carter Ham, capo del Comando militare statunitense in Africa (Africom): «Abbiamo chiare indicazioni di collaborazione tra le organizzazioni terroristiche nel Sahel. Crediamo che miliziani di Boko Haram si trovassero nel nord del Mali anche nei mesi scorsi dove, oltre a ricevere aiuti finanziari e armi, si sono addestrati nei campi di Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi)». Per questo, aggiunge il generale, gli Stati Uniti hanno deciso di «mettere a disposizione i propri strumenti diintelligence per sostenere l’esercito nigeriano impegnato nella lotta contro Boko Haram», responsabile dal 2009 della morte di almeno 3mila persone.

 L’impatto che può avere la crisi maliana sulla Nigeria non è sfuggito ai servizi segreti occidentali che sono venuti a conoscenza, spiega a Nigrizia una fonte autorevole, che le frange più estremiste di Boko Haram «hanno avuto il via libera sia per incrementare ulteriormente le loro azioni criminali in risposta all’impegno diretto della Nigeria in Mali sia per inserire tra i propri obiettivi target occidentali, incluso il sequestro di cittadini stranieri». Non a caso la Total, la principale compagnia petrolifera della Francia – in prima linea nella guerra in Mali – ha già provveduto al traferimento nel sud del paese degli “espatriati” impiegati nella sede di Abuja. L’allarme rosso per gli stranieri in Nigeria è scattato, comunque, tra tutte le ambasciate occidentali, dal Canada agli Stati Uniti, dalla Germania alla Gran Bretagna, che, dopo l’attacco all’impianto estrattivo di In Amenas in Algeria, si sono rincorse nel mettere in guardia i propri concittadini sul deterioramento delle condizioni di sicurezza in Nigeria. La stessa ambasciata italiana, con una nota indirizzata ai connazionali a metà gennaio, ritiene «che vi sia un accresciuto rischio di atti ostili», a partire dai «sequestri di persona». Le autorità diplomatiche italiane hanno quindi raccomandato «di esercitare la massima cautela, di limitare gli spostamenti allo stretto necessario», evitandoli del tutto «nelle ore notturne» fuori dai centri abitati e nelle zone periferiche delle città.

 Del resto lo stesso impegno della Nigeria nella forza militare internazionale impegnata in Mali è stata spiegata dalle autorità locali come uno strumento per garantire la sicurezza interna. Dei circa 5.500 soldati che fanno parte del contingente africano (Afisma), 1.200 sono nigeriani, come nigeriano è anche il comandante, il generale Abdulkadir Shehu. «Sappiamo che ci sono legami tra Boko Haram e i gruppi terroristici maliani-», ha affermato il ministro degli esteri, Olugbenga Ashiru. «Per questo riteniamo che se abbiamo la possibilità di distruggere le loro capacità nel nord del Mali trarremo notevoli benefici nel ridurre la minaccia terroristica a casa nostra». Concetto ribadito dal capo di Stato maggiore della Difesa, Azubuike Ihejirika: «Con gli sviluppi negativi in Mali l’unica via di uscita per Boko Haram sarebbe deporre le armi e iniziare una trattativa di pacificazione nazionale».

 I falsi leader

 A fine gennaio, in realtà, è arrivata dal movimento islamico una dichiarazione unilaterale di cessate-il-fuoco. A proclamarla è stato Abu Mohammed Abdulazeez, definitosi il reponsabile del gruppo nello stato nord-orientale di Borno (dove la setta è nata e conserva le proprie roccheforti), nonchè vice di Abubakar Shekau, l’indiscusso leader del gruppo. Abdulazeez è lo stesso personaggio che a fine 2012, in due diverse occasioni, aveva proclamato a nome del gruppo altrettanti cessate-il-fuoco, tutti però falliti nei fatti e, tra l’altro, anche smentiti dallo stesso Shekau. Anche questo terzo tentativo sta naufrafando alla prova della violenza. «Abdulazeez è un impostore, purtroppo non esiste nessun cessate-il-fuoco», dice a Nigrizia Ahmad Salkida, giornalista free lance, l’unico personaggio noto per avere contatti diretti con Shekau e la cerchia a lui più vicina, ritenuto il canale di collegamento privilegiato tra il governo e il gruppo. Salkida, originario di Borno, adesso vive ad Abuja per sfuggire alle numerose minacce che ha subito, a partire dalle forze di sicurezza nigeriane di cui ha denunciato gli abusi commessi contro la popolazione nel nome del contrasto al terrorismo islamico nel nord-est. «Abdulazeez – spiega Salkida, un cristiano convertito all’islam – è uno strumento nelle mani del governo, e ciò che dice sono solo menzogne: afferma di essere il numero due di Shekau, peccato che non esistono vice nell’organigramma di Boko Haram». Che Salkida descrive paragonandolo alla struttura che governa il Vaticano: «Alla sommità c’è il papa, e poi il collegio cardinalizio». Ebbene, a guidare Boko Haram è Shekau, coadiuvato da un consiglio –la shura – composto da 30 membri.  «E tra questi non c’è spazio per Abdulazeez e le sue fandonie, il cessate-il-fuoco ci sarà solo quando lo dichiarerà Shekau», prosegue Saldika, che fu arrestato dall’esercito nigeriano lo stesso giorno del luglio 2009, nel quale fu catturato Mohammed Yusuf, il leggendario fondatore di Boko Haram. Trascorse in carcere quasi una settimana, tempo utile per «sentire la trentina di colpi con i quali i militari nigeriani uccisero Yusuf», l’omicidio che ha segnato la deriva violenta di Boko Haram.

 

 

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