Da Nigrizia di maggio 2011: La guerra in Libia, una voce fuori dal coro
C’è qualcuno che prende le difese di Gheddafi. O, almeno, non lo considera il male assoluto. E provoca la comunità internazionale, fornendo una lettura “africana” degli interessi economici e degli equilibri politici in gioco. Pougala, intellettuale camerunese, sogna una società civile capace di smascherare quello che definisce il «sistema delle bugie internazionali».

È stata la Libia di Gheddafi a offrire all’Africa la sua prima rivoluzione moderna: la copertura continentale per le comunicazioni via telefono, televisione e radiodiffusione, e altre applicazioni come la telemedicina e l’insegnamento a distanza. Oggi, una connessione a basso costo è disponibile sull’intero continente, incluse le zone rurali, grazie al sistema WiMax.

 

La storia inizia nel 1992, quando 45 nazioni africane creano l’Organizzazione regionale africana di comunicazione via satellite (Rascom), per acquistare un proprio satellite e abbassare i costi delle comunicazioni. Le telefonate da e verso l’Africa hanno tariffe altissime, perché c’è una tassa di oltre 500 milioni di dollari che l’Europa incassa ogni anno per le chiamate, anche dentro i singoli stati, per il semplice fatto che la voce passa attraverso satelliti europei, come l’Intelsat. Un satellite africano costerebbe 400 milioni di dollari: una spesa da fare una volta per tutte; e non ci sarebbero i soldi da dare all’Europa.

 

Quale banchiere non finanzierebbe tale progetto? Ma… c’è sempre un ma: come può uno schiavo liberarsi dallo sfruttamento del suo padrone, quando per raggiungere questo scopo deve chiedere i soldi proprio a lui? Di fatto, per 14 anni, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Unione europea (Ue) continuano a illudere l’Africa con false promesse. Nel 2006 Gheddafi pone fine al supplizio delle umilianti suppliche africane rivolte a “benefattori” pronti solo a concedere prestiti a tassi d’interesse da usurai, mettendo sul tavolo 300 milioni di dollari. La Banca africana di sviluppo ne mette 50; la Banca di sviluppo dell’Africa dell’ovest, 27. E il 26 dicembre 2007 l’Africa lancia in orbita il suo primo satellite. Subito dopo, arrivano Cina e Russia, disposte a cedere la loro tecnologia, permettendo la messa in orbita di quattro nuovi satelliti: sudafricano, nigeriano, angolano e algerino. Nel luglio 2010, arriva il secondo satellite continentale. Entro il 2020, si prospetta un satellite tutto africano, costruito completamente in Algeria: sarà tra i migliori del mondo e costerà dieci volte di meno di ogni altro satellite dello stesso genere.

 

Ecco come un gesto del valore di 300 milioni di dollari ha potuto cambiare la vita di un intero continente.

 

La partita finanziaria

I 30 miliardi di dollari libici congelati da Barack Obama appartengono alla Banca centrale libica e sono il previsto contributo della Libia al rafforzamento della Federazione africana con la creazione di tre istituzioni: la Banca africana d’investimento, con sede a Sirte (Libia); il Fondo monetario africano (Fma), previsto per quest’anno, con sede a Yaoundé (Camerun), e la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Quest’ultima dovrebbe emettere la prima divisa monetaria africana, che segnerà la fine del franco Cfa, che ha permesso a Parigi di dilapidare le nazioni africane francofone per 50 anni. Questo la dice lunga sulla rabbia di Sarkozy nei confronti di Gheddafi.

 

L’Fma, che «avrà il compito di rendere autonomo finanziariamente il continente, promuovendo crescita e sviluppo commerciale » (Nigrizia, febbraio 2011, p. 40), sostituirà l’Fmi, che, con soli 25 miliardi di dollari prestati, ha messo in ginocchio un intero continente, imponendo privatizzazioni molto discutibili, obbligando i paesi a passare dal monopolio pubblico a quello privato. Dei 42 miliardi di dollari che formano il capitale iniziale dell’Fma, 16 sono dati dall’Algeria e 10 dalla Libia (da sole detengono circa il 62% del totale). La Nigeria, il paese subsahariano più popoloso, segue con 5 miliardi. Egitto e Sudafrica partecipano con 3 miliardi ciascuno.

 

I paesi occidentali si sono precipitati a bussare alla porta dell’Fma per poter esserne membri. Ma il 16-17 dicembre 2010, riuniti a Yaoundé (Camerun), i ministri africani dell’economia hanno adottato il protocollo relativo alla creazione dell’Fma, stabilendo che solo paesi africani potranno esserne membri.

 

Risolto il problema Libia, è prevedibile che la coalizione occidentale dichiarerà guerra all’Algeria, colpevole di possedere, oltre a enormi risorse energetiche, anche riserve monetarie per 150 miliardi di euro. Soldi, questi, molto agognati dai paesi che stanno bombardando la Libia. Che hanno una cosa in comune: sono tutti vicini alla bancarotta finanziaria. Gli Usa hanno un debito pubblico di 14.000 miliardi di dollari; Francia, Gran Bretagna e Italia, circa 2.000 miliardi ciascuna; le 46 nazioni subsahariane, messe insieme, meno di 400 miliardi.

 

Lanciare guerre in Africa, nella speranza di trovare ossigeno necessario per continuare la sua apnea economica, non consentirà all’Occidente di frenare il proprio declino, già registrato alla Conferenza di Berlino del 1884, quando l’Europa si spartì l’Africa. Nel 1865, l’economista americano Adams Smith, a giustificazione del suo sostegno dato alla volontà di Abraham Lincoln di abolire la schiavitù, aveva predetto: «Le economie di tutte le nazioni che praticano la schiavitù dei neri sono prossime a una caduta negli inferi, e questa si trasformerà in un crudele risveglio il giorno in cui le altre nazioni decideranno di destarsi».

 

Dialogo mediterraneo?

Per destabilizzare l’Unione africana (Ua), tesa pericolosamente (per l’Occidente) verso la creazione degli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Ue ha dapprima tentato, senza successo, di creare l’Unione per il Mediterraneo (Upm), sponsorizzata a Parigi nel 2008 dal presidente Nicolas Sarkozy. Chiaro lo scopo: convincere il Nord Africa a staccarsi dal resto del continente. A sostegno di ciò, si sono rispolverate vecchie tesi razziste, secondo cui le popolazioni africane di origine araba sono “più evolute e civili” di quelle subsahariane. Il piano è fallito perché Gheddafi non ha abboccato all’amo: il tanto sbandierato “dialogo mediterraneo”, che coinvolgeva una manciata di nazioni africane, veniva fatto senza informare l’Ua, ma con la presenza di tutti e 27 i paesi dell’Ue.

 

Senza il motore principale della Federazione africana, l’Upm, con Sarkozy come presidente e Mubarak come vicepresidente, non poteva che nascere già moribonda. Oggi, Alain Juppé, ministro degli esteri francesi, tenta di rivitalizzare l’idea, contando, ovviamente, sull’eliminazione di Gheddafi.

 

I leader africani faticano a capire che, fintantoché sarà l’Ue a finanziare l’Ua, si rimarrà sempre al punto di partenza, perché non si giungerà mai a una effettiva indipendenza africana. L’Ue ha incoraggiato e finanziato le varie unioni commerciali regionali africane. Ma è evidente che la Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale (Cedeao), che ha un’ambasciata a Bruxelles e riceve dall’Ue il grosso dei suoi finanziamenti, è un ostacolo alla nascita della Federazione africana. L’Europa preferisce in Africa comunità economiche regionali, perché queste impediscono l’irrobustimento di un organo centrale continentale. E i leader africani, da veri allocchi, hanno creato, una dopo l’altra, la Comesa (Mercato comune dell’Africa Orientale e Australe), l’Udeac (Unione doganale ed economica dell’Africa Centrale), la Sadc (Comunità di sviluppo dell’Africa Meridionale) e il Grande Maghreb (che però non ha mai funzionato, grazie a Gheddafi, che ha compreso cosa c’era in ballo).

 

Gheddafi-Mandela

Il leader libico è nel cuore di quasi tutti gli africani. Lo ritengono una persona generosa e umanitaria e non dimenticano il suo disinteressato sostegno alla lotta contro il sistema razzista sudafricano. Fosse stato un egoista, che motivo avrebbe avuto di attirare su di sé le ire degli occidentali, offrendo appoggio militare e finanziario al Congresso nazionale africano (Anc) di Nelson Mandela? Appena uscito di prigione nel 1990, il leader sudafricano decise di fare visita all’«amico Gheddafi». Vi tornò una seconda volta, prima di diventare presidente del Sudafrica nel 1994. Nel 1997, si recò una terza volta a Tripoli, tra i fulmini del presidente americano, Bill Clinton. La Libia a quel tempo ero sotto embargo. La Casa Bianca si disse «delusa». La risposta di Mandela: «Arroganti! Il disprezzo per i neri è fisso nelle loro teste. Nessuno stato al mondo ha il diritto di arrogarsi il ruolo di gendarme mondiale e di dire agli altri cosa fare. Io intendo restare padrone di me stesso. Dopo tutto, Gheddafi ci ha aiutati quando eravamo soli: coloro che oggi ci dicono che non dobbiamo essere qui e ci consigliano di dimenticare il nostro amico di ieri, erano schierati con il nostro nemico, il governo bianco razzista del Sudafrica».

 

Per l’Occidente i razzisti sudafricani erano alleati da proteggere, mentre i membri dell’Anc, compreso Mandela, erano terroristi pericolosi. Solo il 2 luglio 2008 il Congresso americano ha cancellato il nome di Mandela dalla sua lista nera. E non perché avesse compreso l’idiozia di quella lista, ma come gesto di cortesia nei confronti del leader africano in occasione del suo 90° compleanno. Se gli occidentali sono davvero pentiti di aver sostenuto in passato i nemici di Mandela e sono sinceri quando gli dedicano vie e piazze, come possono continuare a fare guerra a colui che ha aiutato il Sudafrica a liberarsi dall’apartheid?

 

Lezioni da trarre

Dopo 50 anni di relazioni tra Africa (dominata) e Occidente (dominatore), va da sé che gli africani e gli occidentali abbiano criteri diversi per giudicare il bene e il male. Anche i loro interessi sono divergenti.

 

Come non biasimare i “sì” di Nigeria, Sudafrica e Gabon, i tre paesi subsahariani membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, al momento di votare la risoluzione 1973, che ha inaugurato una nuova forma di colonizzazione, battezzata “protezione dei popoli”? Tutto sta accadendo come se Tunisia, Egitto, Libia e Algeria non appartenessero all’Africa. L’Onu sembra ignorare la legittimità (e il peso) dell’Ua. Ed è inquietante costatare che, per la prima volta nella sua storia, l’Onu abbia dichiarato guerra a un popolo, senza prima aver esplorato altre vie per una soluzione pacifica del problema.

 

Ma l’Africa ha ancora un posto e un ruolo in questa organizzazione? Nigeria e Sudafrica sono disposte a votare “sì” a ogni proposta dell’Occidente, perché, ingenuamente, credono alle promesse fatte loro da questa o da quella potenza mondiale di premiarle con un posto come membro permanente del Consiglio, con il diritto al veto. Illuse! La Francia non ha alcun potere di fare ciò; se l’avesse, l’ex presidente Mitterrand l’avrebbe fatto molto tempo fa con la Germania dell’amico cancelliere Helmut Kohl. Tutti sanno che una riforma dell’Onu non è in agenda.

 

Se l’Africa vuole avere un proprio ruolo nell’Onu, deve abbandonare l’organizzazione e tornarvi solo se e quando avrà ottenuto ciò che chiede: un seggio permanente per l’Ua. È una maniera forte, sì, ma non violenta. Ed è l’unica arma giusta di cui dispongono i povere e i deboli. L’Onu, per la sua struttura gerarchica, serve solo gli interessi dei membri più potenti. Uscendo da essa, l’Africa urlerebbe a tutti la sua disapprovazione per un mondo basato esclusivamente sullo schiacciamento dei paesi deboli. I grandi potranno continuare a fare quello che hanno sempre fatto, ma non potranno più dire che l’Africa è d’accordo e che ha approvato le risoluzioni da essi imposte senza neppure consultarla.

 

Diciamocelo chiaro: il nostro parere non vale nulla in seno all’Onu. Quando, il 19 marzo scorso, il comitato dell’Ua sulla Libia, riunitosi a Nouakchott, ha chiesto «la fine immediata di tutte le ostilità» e «la cooperazione delle autorità libiche interessate per facilitare l’assistenza umanitaria alla popolazione bisognosa », è stato come parlare al vento.

 

Oggi, in Costa d’Avorio, l’Onu riconosce la legittimità del governo di Alassane Ouattara e chiede al presidente Laurent Gbagbo di andarsene (ad Abidjan si è visto un funzionario dell’Onu comportarsi come se fosse al di sopra delle istituzioni costituzionali di quel paese); in Libia, il Palazzo di vetro si è schierato con gli insorti contro Gheddafi e scaglia bombe su costui. Non è forse uno scenario già visto?

 

Alla fine della 2a Guerra mondiale, la comunità internazionale scelse Taiwan, non la Cina di Mao Tse-tung, come unico legittimo rappresentante del popolo cinese. Si dovette attendere la risoluzione 2759 del 25 ottobre 1971 per mettere fine a quel non senso e la Cina fu ammessa, concedendole ciò che pretendeva: un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, con diritto di veto. Il ministro degli esteri cinese attese un anno prima di rispondere alla lettera del segretario generale dell’Onu che gli notificava la risoluzione. E non per dire: «Ok, grazie mille», ma per precisare il diritto che il gigante asiatico aveva di vedersi riconosciute dignità e rispettabilità.

Cosa speriamo di ottenere noi africani dall’Onu, se non siamo pronti a una simile presa di posizione? Siamo entrati nell’Onu, accettando un ruolo di servi e credendo che saremmo stati invitati a mangiare allo stesso tavolo degli altri. Illusi! Peggio: stupidi! Quando l’Ua riconosce la vittoria di Ouattara, senza tenere conto delle conclusioni cui sono giunti i suoi stessi osservatori (fortemente critici circa le irregolarità e gli abusi riscontrati nel processo elettorale in territori tenuti dalle ex Forze nuove) e solo per fare piacere ai suoi antichi padroni, come può pretendere di essere rispettata? Quando il presidente sudafricano Jacob Zuma dichiara: «Ouattara non ha vinto», e poi, dopo un viaggio a Parigi, dice esattamene l’opposto, uno si domanda che peso possano avere questi leader che pretendono di parlare a nome di un miliardo di africani.

 

L’autorità e la libertà dell’Africa possono venire solo dalla sua capacità di prendere decisioni e tradurle in azioni, assumendone le conseguenze. La dignità e la rispettabilità hanno un prezzo. Siamo pronti a pagarlo? Se non lo siamo, i nostri posti nelle assise internazionali continueranno a essere la cucina e i gabinetti. Per garantire il conforto degli altri.

 




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