L’esperienza di Torino

I rifugiati nella città sabauda hanno praticato, più che in altre realtà, l’occupazione di edifici abbandonati, anche per rivendicare il diritto di tornare a essere protagonisti della loro vita e di partecipare pienamente alle decisioni sul loro futuro.

Perché i rifugiati, protetti da leggi nazionali e internazionali, e oggetto di molti progetti di sostegno, dovrebbero decidere di occupare stabili abbandonati?

La domanda, in realtà, è mal posta, in quanto si basa su presupposti errati. Vi sono condizioni strutturali del (non) sistema di accoglienza italiano, unite ad alcune scelte personali dei rifugiati che possono spiegare questa drastica decisione.

Gli avvenimenti degli ultimi cinque anni, con le occupazioni a Torino di stabili abbandonati , dimostrano quanto sia urgente prendere decisioni strutturali in materia.

 

Novembre 2007

Nel novembre del 2007 un centinaio di persone, provenienti in gran parte dal Sudan, con l’aiuto dei militanti dei centri sociali cittadini, riescono a impossessarsi di una palazzina abbandonata, ex sede di un Comando della polizia municipale, nella zona nord della città. Sono tutti in possesso di un regolare permesso di soggiorno, la maggior parte per protezione sussidiaria. Si tratta di rifugiati per i quali non erano disponibili, al momento dell’approdo, posti di accoglienza nel sistema nazionale di protezione, oppure di rifugiati che hanno usufruito di un qualche progetto, ma che non sono stati adeguatamente coadiuvati nel raggiungimento dell’autonomia, e che quindi hanno iniziato a spostarsi sul territorio, con peregrinazioni di anni. Molti tra loro, infine, sono già conosciuti dalle istituzioni locali, perché in qualche modo iscritti alle liste di cui il Comune di Torino è in possesso.

Questa prima azione viene portata avanti con entusiasmo dai rifugiati. Un entusiasmo che si basa sulla voglia di riscatto, sulla consapevolezza che con quel gesto avrebbero attirato l’attenzione su di loro e la loro situazione, costringendo le istituzioni ad assumersi le responsabilità previste dalla legge e a trovare soluzioni adeguate per ciascuno.

L’entusiasmo degli occupanti è però presto spento dal silenzio delle istituzioni locali e dai pochi cenni da parte delle organizzazioni cittadine e degli enti nazionali e internazionali. La situazione nella palazzina va rapidamente peggiorando. Il clima tra i rifugiati è in rapido deterioramento, sia per come stanno andando le cose lì dentro – con un crescente sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie compromesse, scarsità di cibo – sia per il mancato raggiungimento dei risultati che si erano prefissi nei confronti delle istituzioni.

Di fatto, questa prima occupazione viene lasciata a sé, e sono diverse anche le organizzazioni cittadine che smettono di portare aiuti e sostegno a queste persone. Alcune organizzazioni diranno che si tratta di un aiuto verso l’autonomia, perché l’eccessivo assistenzialismo non giova. Altre diranno, più semplicemente, che non hanno più le forze per proseguire. Questa occupazione è ancora attiva al momento della stesura di questo articolo. (…)

 

* Dipartimento di Culture, politica e società – Università di Torino, e membro dell’Associazione Mosaico – Azioni per i rifugiati onlus.

 

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