I numeri oscillano, oscillano sempre. Seguono un moto marino che spesso trascina verso il basso e divora in un oblio che non quantifica mai esattamente la cifra. Un silenzio di nomi che diventano somme, incapaci di declinare e restituire vite e volti. Mentre i corpi, talvolta, ritornano, restituiti dalla risacca, come sta accadendo in questi ultimi giorni in Sicilia e Calabria.
Se fosse veritiera la conta diffusa dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) che stima in almeno 501 le persone migranti morte o disperse sulla rotta del mar Mediterraneo centrale, dal primo gennaio al 21 febbraio, siamo già a una media di quasi dieci vittime al giorno.
9,6 per l’esattezza, in appena 52 giorni. Se invece fosse attendibile la conta diffusa dalle ONG che prestano soccorso in quello stesso mare e che stimano in oltre mille le vite perse nel Mediterraneo durante il ciclone Harry, siamo al doppio… 20 in un giorno.
Venti ogni giorno è una strage senza eguali. Venti ogni giorno è già oltre la metà delle persone morte e disperse in mare lo scorso anno (1.750 secondo OIM, 1.878 secondo l’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa di Mediterranean Hope).
Venti ogni giorno racconta la fine delle storie di chi ha lasciato vita e sogni in un mare che non è, come spesso si dice e diciamo, un cimitero a cielo aperto, ma la fossa comune di questo mondo incapace di salvare sé stesso, perché troppo preso a blindarsi, a chiudere in una fortezza il proprio privilegiato diritto al movimento.
«Le martoriate acque del Mare Nostro sono ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi – colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso», ha commentato l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, mentre don Mattia Ferrari, domenica, con Mediterranea celebrava largo di Trapani, sulla barca Safira. Un’inedita messa, che metteva insieme il rito cattolico, una preghiera islamica e una civile per le persone morte e disperse.
Un rito che si ritrova ad abbracciare altre persone, almeno 30, quelle partite da Tobruk, in Libia, in una barca che si è ribaltata a circa 20 miglia nautiche a sud di Kali Limenes. Con appena venti persone tratte in salvo, 16 uomini e quattro minori. E ancora le 7 trovate senza vita su una spiaggia a est della capitale libica, Tripoli, dalla Mezzaluna Rossa.
Lorefice: diamo forma ai loro sogni
Perché la conta prosegue e non conosce fine, né è capace di «sconvolgere il silenzio e svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità», ricorda Lorefice.
E affonda e dirige la parola l’arcivescovo, sottolineando come queste morti «sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde».
E come noi oggi, dopo aver negato loro il diritto alla vita e al movimento, all’accoglienza e al sogno, dopo non esserli «andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari».
«Siamo chiamati a reagire non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro.
Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori. Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni».