l'Editoriale di novembre

Si sa. Il premio Nobel per la pace fa spesso discutere. Con l’eccezione di alcuni casi come per il premio a Madre Teresa di Calcutta o all’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, dove ci fu unanime consenso nell’opinione pubblica sulla pertinenza dell’attribuzione del prestigioso riconoscimento, in molti altri casi questo Nobel ha suscitato polemiche, opponendo sostenitori e detrattori. Così è stato anche il 12 ottobre scorso quando il Nobel per la pace è stato conferito all’Unione europea (Ue). I favorevoli concordano con le motivazioni presentate da Thorbjoern Jagland, presidente del comitato norvegese, e sostengono che l’Ue ha dato un contributo rilevante per l’avanzamento della pace e riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa, garantendo al vecchio continente il più lungo periodo della sua storia senza conflitti bellici, quasi settant’anni. E che dopo la caduta del Muro di Berlino la federazione europea è stata strumentale all’integrazione dei paesi dell’Europa centrale e orientale.

Chi si oppone sottolinea il fallimento dell’Ue nel fermare la guerra nei Balcani negli anni ’90 costata la vita di oltre 100mila persone, l’indebito sostegno dato agli Usa da alcuni stati membri nella guerra in Iraq e l’intervento armato della Nato in Libia nel 2011, senza poi parlare di missioni militari all’estero intraprese da governi dell’Unione europea e del florido commercio di armi che vede l’Europa protagonista assoluta a livello mondiale. Per questi motivi – sostengono i detrattori – il comitato norvegese dovrebbe ritirare il premio per la pace all’Ue, essendo stati traditi i principi di Alfred Nobel, fondatore della prestigiosa istituzione. Il quale intese premiare quanti danno il migliore contributo per la fratellanza tra le nazioni, s’impegnano per l’abolizione o riduzione degli eserciti e promuovono congressi di pace.

Difficile pensare che si possa giungere a conciliare le due opposte posizioni, e il dibattito potrebbe continuare all’infinito. Non è nostro compito entrare in merito alla discussione. Va detto però che, senza volere sminuire i meriti dell’Unioneeuropea nel garantire la pace nel continente, si sarebbe potuto fare di più. Tenendo conto, comunque, che negoziare tra stati membri di un’istituzione che comprende 27 nazioni comporta spesso mediazioni al basso, compromessi che per preservare l’unità portano a sacrificare aspirazioni e ideali più nobili.

Ma nell’Europa composta da 500 milioni di cittadini ci sono innumerevoli uomini e donne che fanno della pace e della giustizia il loro impegno quotidiano: è per loro che il Nobel per la pace 2012 acquista significato, e ha un senso maggiore. Sono persone che oltre a prendersi cura della propria famiglia trovano il tempo per dedicarsi al bene della comunità. Si mettono insieme ad altri, formano gruppi e associazioni per poter realizzare obiettivi condivisi. Si coinvolgono in iniziative per la riabilitazione dei carcerati; lottano per affermare la legalità rifiutandosi di arrendersi ai poteri delle mafie; si battono per il diritto all’acqua bene di tutti contro la privatizzazione; si impegnano per costruire ponti di solidarietà con migranti attraverso centri di assistenza e la promozione di attività interculturali; si oppongono alla degradazione dell’ambiente e organizzano campagne per fermare lo scempio dell’inquinamento dell’aria e della terra; utilizzano la loro creatività per realizzare laboratori di cultura, di arte, di musica per giovani che vivono in quartieri urbani disumanizzanti; offrono il loro sostegno a popoli oppressi con marce, campagne di sensibilizzazione e pellegrinaggi di pace; rifiutano di rassegnarsi alla pervasiva mentalità consumistica e adottano nuovi stili di vita all’insegna della sobrietà, del rispetto della natura e della solidarietà tramite relazioni umane più genuine.

La lista potrebbe ancora continuare e includere molte altre esperienze di lotta dove credenti e non credenti sono accomunati dalla stessa causa: fare fiorire la pace e la giustizia, fare crescere la civiltà del diritto, del rispetto e dell’amore. Il premio Nobel per la pace 2012 è dedicato in speciale modo a tutte queste persone impegnate in gruppi, associazioni e movimenti che dimostrano concretamente con la loro vita che la società può cambiare e che ciò è possibile attraverso la libera decisione di ognuno. Come recita il canto Chi vuole cambiare può cambiare, suonato in una delle tappe della Carovana missionaria della pace 2012, in occasione dell’incontro di studenti e detenuti, che insieme hanno scoperto il potere presente in ciascuno di trasformare il mondo attorno a noi.

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale