(Credit: ilcambiamento.it)

Mucchi di ossa sparsi nel deserto, corpi gettati velocemente in qualche fossa scavata male, maltrattati nelle prigioni libiche lasciati lì a morire, oppure affogati, il panico negli occhi. O anche, è possibile, esseri che vagano senza nome, dimenticati tra le peripezie di fughe e movimenti di cui si è perso l’inizio.

Non uno, non decine, non centinaia. Sono 44mila, con più di 4.700 nuove segnalazioni di scomparsa nel continente registrate solo tra giugno 2019 e lo stesso mese di quest’anno. La Croce Rossa ha lanciato l’allarme e lo ha fatto, non è un caso, in occasione della Giornata mondiale dei desaparecidos, il 30 agosto.

Scomparsi, spariti come se non fossero mai esistiti, e quasi la metà di questi 44mila (il 45%) sono bambini. Numeri che sono quasi sicuramente per difetto e che – come la stessa organizzazione ammette – non rappresentano il totale delle persone di cui, in Africa, si sono perse le tracce. Il calcolo è stato fatto sulla base della denuncia di sparizione o della ricerca della persona da parte di un familiare. È chiaro quindi che sono molti di più.

Come fa una persona a sparire? Forse perché non hanno la possibilità di muoversi su rotte sicure? Forse perché il loro destino, segnato alla partenza, è l’annullamento dei diritti e l’umiliazione? Un elemento che può aiutare a comprendere è la provenienza dei desaparecidos africani. L’82% della popolazione dei missing proviene da soli sette paesi: Nigeria, Etiopia, Somalia, Camerun, Repubblica democratica del Congo, Sud Sudan e, naturalmente, Libia.

Conflitti interni, terrorismo, povertà (anche causata dagli effetti del cambiamento climatico) sono le principali motivazioni che spingono uomini, donne e anche bambini non accompagnati ad andare via, a cercare fortuna o comunque una vita meno rischiosa, altrove.

La Nigeria, che da anni ormai è piegata dalle azioni terroristiche di Boko Haram nel nord est del paese, rappresenta la situazione più grave relativamente al numero di persone scomparse testimoniate dalla Croce Rossa, 23mila persone e solo dall’inizio del 2020 ne sono state segnalate 360. L’annoso conflitto nell’area del bacino del lago Ciad tra le forze militari di governo e gruppi armati ha provocato inoltre una profonda crisi umanitaria nei confinanti Ciad, Niger, Camerun.

Proprio in quest’ultimo, il numero degli scomparsi – afferma la Croce Rossa – sta crescendo di anno in anno: i casi aperti sono 1.500 (420 dall’inizio del 2020). Tre su quattro delle persone di cui si è persa traccia provengono dall’estremo nord del paese dove le azioni di Boko Haram (sconfinati dalla vicina Nigeria) hanno già provocato la morte di 2mila0 camerunensi, mentre 250mila sono sfollati.

Altra crisi nel paese è quella che vede contrapposto il governo a maggioranza francofona di Paul Biya a quello dell’autoproclamata Ambazonia della minoranza anglofona: oltre 3mila morti, 600mila sfollati. Praticamente una nazione spaccata in due, dove se sparisci nessuno sa, probabilmente, dove venirti a cercare.

Sono per il 64% donne e bambini quelle 33mila persone registrate come missing in Etiopia. Persone che hanno provato la strada della migrazione (spesso per sfuggire ai micro conflitti tra diverse etnie) e di cui da tempo le famiglie che ne hanno registrato la scomparsa non hanno più informazioni.

Area di conflitto e di violenze anche il Sud Sudan e qui al momento si cercano 5mila persone che risultano sparite.

Anche i tre quarti delle oltre 3.200 persone nella lista dei dispersi di nazionalità somala sono donne e bambini. In questo paese è dal 1991 – da quando è scoppiato il conflitto civile – che non si è mai smesso di contare e aggiungere dispersi. Moltissimi hanno lasciato il paese cercando tutte le strade possibili, le famiglie si sono divise, spaccate e in molti casi, mai più ricomposte. Figli, genitori, parenti e amici che rischiano di non ritrovarsi mai più e di cui si rischia di non sapere mai più nulla.

Ci sta provando un servizio della BBC, in collaborazione appunto con la Croce Rossa, a cercare di ricostruire i legami interrotti: quattro volte a settimana vengono trasmessi messaggi via radio in tutto il paese di persone che cercano i propri parenti (dalla Somalia o dall’estero). Qualcuno, si assicura, è riuscito così a riunirsi (o almeno a ritrovare) membri della propria famiglia.

Altro luogo caldo di conflitti, soprattutto la regione del Kasai, è la Repubblica democratica del Congo. Qui si parla di 1.800 dispersi registrati, ma è uno di quei casi in cui si è praticamente certi che la cifra reale sia molto più alta, anche perché – come si diceva – il calcolo delle persone scomparse viene fatto esclusivamente sulla base della ricerca e denuncia di sparizione da parte dei parenti.

È il motivo per cui sarebbe sottostimato anche il dato della Libia: 1.700 persone che sono entrate nel paese – sulla rotta migratoria verso l’Europa – e di cui poi le famiglie non hanno ricevuto più notizie. Il dato potrebbe appunto essere inferiore al reale perché – afferma la Croce Rossa – è solo dal 2017 che si è verificato l’incremento della ricerca del congiunto sparito da parte delle famiglie.

Lo scoppio della pandemia, le restrizioni, la chiusura delle frontiere e la mancanza, dunque, di informazioni certe, rendono la situazione ancora più difficile. Intanto si continua a morire sulle rotte verso l’Europa. Secondo un recente rapporto a cura dell’Unhcr e del Mixed Migration Centre sono oltre 1.750 le persone che negli ultimi due anni hanno perso la vita sulle rotte terrestri, la maggior parte nel Sahara. Una media di 72 morti al mese, dato che fa della strada del Sahara una delle più mortali al mondo per rifugiati e migranti.

Più vittime ha causato nello stesso periodo il Mediterraneo, con partenza dalle coste libiche: 2.500 morti. Molti gli “incidenti” accaduti nella capitale del Mali, Bamako, a Agadez in Niger e in diverse località della Libia, negli hotspot (o lager) di Sabha, Kufra e Qatrun, nel sud della Libia, e negli hub del contrabbando di esseri umani, a Bani Wali, a sud-est di Tripoli.

Si muore per disidratazione, per le fatiche del viaggio, ma anche per abusi e torture, violenze brutali a cui si viene sottoposti: bruciature con olio caldo, plastica fusa, oggetti metallici riscaldati, stress elettrici, o per aver subito ripetuti stupri, si legge nel rapporto, anche su bambine e bambini. Almeno 70 persone sono morte solo dall’inizio dell’anno mentre si continua a raccogliere dati.

Quelli che tentano di raggiungere le coste italiane (aiutate dai trafficanti libici) e che vengono intercettate dalla guardia costiera (sempre libica) e riportate indietro – 6.200 solo dall’inizio dell’anno – subiscono trattamenti ancora peggiori visto che non hanno più niente da pagare, hanno dato già tutto ai trafficanti. Destinati probabilmente ad entrare nel numero dei desaparecidos africani. Persone che se anche qualcuno cercherà, non torneranno mai più a casa e che, nella maggior parte dei casi, rimarranno anonime.