Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni è stato prelevato dagli agenti della sicurezza egiziana. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui fino al 3 febbraio quando è stato ritrovato il suo cadavere nella periferia del Cairo. A dieci anni da quei tragici eventi resta la tristezza di tanti che hanno visto in questo terribile episodio la fine di ogni speranza per un Egitto più trasparente e democratico dopo le rivolte di piazza Tahrir del 25 gennaio 2011.
Il ricordo
La figura del dottorando, di chi fa ricerca, ma anche di chi fa giornalismo sul campo in aree disagiate, sicuramente ha trovato in Giulio Regeni un giovane di riferimento. Lo studente svolgeva la sua ricerca dottorale su uno dei risultati principali delle rivolte del 2011: il sindacalismo autonomo.
Dopo il 2011 la legalizzazione dell’Egyptian Federation of Independent Trade Unions (EFITU) è stato uno dei momenti più significativi della fase postrivoluzionaria, segnata dall’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana di Mohammed Morsi.
Gli anni seguenti, nonostante la mobilitazione nelle fabbriche continui ad andare avanti, è stata invece legata alla stigmatizzazione del dissenso dei movimenti operai che nel 2017 ha portato alla censura anche del sindacalismo indipendente.
Tuttavia, già dal 2013, EFITU era strettamente monitorata da parte delle autorità egiziane, mentre alcuni suoi leader storici venivano cooptati nel governo ad interim che ha coronato Abdel Fattah al-Sisi alla guida del paese nel 2014.
Un esempio per chi fa ricerca
E così dopo dieci anni, l’esempio di Giulio Regeni vive in chi continua a fare ricerca sul campo, trovando spesso ostacoli insormontabili. Questo accade prima di tutto agli studiosi stranieri che hanno sempre più difficoltà a svolgere serenamente il proprio lavoro in contesti autoritari.
Ne è un esempio chiaro l’arresto in Tunisia dello studente francese Victor Dupont, nel 2024. Anche la Tunisia, dopo l’Egitto, è diventato un altro paese offlimits per ricercatori e attivisti, continuamente stigmatizzati dalla svolta autoritaria del presidente Kais Saied.
Eppure, sono soprattutto gli studiosi locali a trovare ostacoli insormontabili alla loro attività di ricerca o di analisi critica sulla politica contemporanea egiziana. Basta pensare al caso di Ismail Alexandrani, ricercatore dell’Egyptian Center for Economic and Social Rights (ECESR), di nuovo in arresto per le sue ricerche sul terrorismo nella penisola del Sinai.
O il caso eclatante dello studente, ora dottorando, dell’Università di Bologna, Patrick Zaki, arrestato il 7 febbraio 2020 al suo rientro in Egitto, e al centro di una lunga trattativa che ha portato al suo rilascio solo nel 2023. Ma anche ai casi controversi di attivisti che continuano a denunciare gli abusi del regime militare di al-Sisi, come Mahienour el-Masri e Alaa Abdel Fattah, rientrato nel Regno Unito dopo una lunga battaglia legale per il suo rilascio che ha visto in prima linea sua madre Laila Soueif che ha rischiato la vita per chiedere la scarcerazione del figlio.
Un monito per chi difende i diritti umani
E così, più in generale, il caso di Giulio Regeni è diventato un monito per chi difende i diritti umani in contesti autoritari. In Egitto, dopo il colpo di stato militare del 2013, vige una legge antiterrorismo che impedisce qualsiasi assembramento o manifestazione. Nel mirino delle autorità egiziane sono finite anche le proteste per Gaza che dopo il 7 ottobre 2023 erano state inizialmente permesse, per poi essere relegate alle porte del sindacato dei giornalisti al Cairo.
Nelle carceri egiziane continuano a essere detenuti oltre 60mila prigionieri politici, come Moneim Abul Fotuh, uno dei leader della Fratellanza Musulmana che ha poi lasciato il movimento, fondando il partito di sinistra Egitto Forte. Non solo. Le sparizioni forzate, tra cui si può annoverare anche il caso Regeni nelle sue fasi iniziali, sono state migliaia negli ultimi anni.
I primi a pagare le conseguenze della repressione sono stati i Fratelli Musulmani e i loro sostenitori, come spiegano bene la repressione del sit-in di Rabaa al-Adaweya del 2013 e la morte in carcere, in circostanze poco trasparenti, dell’ex presidente Morsi nel 2019.
E così l’intera società civile egiziana e la solidarietà transnazionale che da tutto il mondo è arrivata in Egitto dopo il 2011 sono state duramente limitate dal regime militare di al-Sisi negli ultimi 15 anni. Per esempio, non si contano gli attivisti e gli studiosi che da anni non si recano nel paese per il rischio di essere arrestati o che sono stati rispediti nei loro paesi una volta arrivati al Cairo, anche in occasione della COP27 che si è svolta a Sharm el-Sheikh nel 2022.
Il processo in Italia
Così come avviene per tanti egiziani, come nel caso dell’attivista dell’Alleanza socialista Shaimaa el-Sabbagh, neppure per il caso Regeni le autorità egiziane hanno mostrato di voler affrontare seriamente un giusto processo che porti ad assicurare alla giustizia chi ha commesso un crimine così crudele.
Anche il processo in Italia va avanti tra mille ostacoli in assenza degli imputati Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati di sequestro di persona pluriaggravato. A Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato.
È stata la stessa Corte costituzionale, il 26 ottobre 2023 a decidere di superare gli articoli del Codice penale che non prevedono che i giudici possano procedere in assenza degli imputati, che mai hanno risposto alle richieste degli inquirenti italiani, nel caso di crimini di tortura.
Le responsabilità italiane
Lo svolgimento del processo in Italia non supera le gravi responsabilità di Roma nel caso che ha coinvolto gli allora premier, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nelle fasi più delicate del caso, durante i giorni della scomparsa e nei mesi in cui è stato ritirato l’ambasciatore italiano dal Cairo. E poi tutti i primi ministri che si sono succeduti fino a Giorgia Meloni, per le mancate pressioni esercitate sulle autorità egiziane per ottenere davvero l’accertamento completo e la giustizia per le responsabilità nei fatti.
Questo nasconde, più in generale, interessi di lungo termine dell’Italia in Egitto, come è il caso di ENI che è impegnata direttamente nello sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale dopo la scoperta senza precedenti del bacino estrattivo di Zohr XI, a largo di Port Said, a circa 200 chilometri dalla città costiera.
Il blocco nell’area di Shorouk è stato concesso in gestione a ENI dopo l’accordo del gennaio 2014 tra il ministero del Petrolio egiziano e l’Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS). Il maxi-giacimento inizialmente aveva un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi (equivalente a 5,5 miliardi di barili di petrolio) in un’area di cento chilometri quadrati.
Come se non bastasse, sono aumentate negli anni le forniture militari dall’Italia in Egitto, inclusi M346 jet, Eurofighter Typhoon, navi di pattugliamento e satelliti militari. Non solo. Al-Sisi è stato ribattezzato, insieme a Saied, come il garante delle frontiere europee con la concessione di 7,4 miliardi di euro di aiuti da parte dell’UE fino al 2027.
Più in generale l’ex generale, che resterà al potere anche oltre il 2030, ha continuato a fare leva sull’indubbia influenza egiziana in Libia, in particolare nella Cirenaica di Khalifa Haftar, per accreditarsi come garante dei confini europei e argine gli sbarchi di migranti.

La crisi del debito
Non solo. Nonostante al-Sisi abbia puntato in questi anni a cavalcare l’immagine dell’esercito come agente di modernizzazione con l’inaugurazione di progetti faraonici come la nuova capitale amministrativa e il Grand Egyptian Museum (GEM), crescono le preoccupazioni per il debito pubblico egiziano.
L’esercito non ha pagato 750milioni di dollari di prestiti al Fondo monetario internazionale (FMI) lo scorso dicembre. Il debito è stato detratto dalla prossima tranche del secondo prestito da 8 miliardi accordato dal fondo nel 2024.
Era stato proprio il premier, Mostafa Madbouly, a chiedere al ministro della Difesa, Abdel Megeed Saqr, di coprire il debito con l’FMI, mentre ammonta ad almeno 60 milioni di dollari il debito totale ancora da pagare per il 2025. Già nel 2022 l’esercito era intervenuto per far fronte alla crisi che aveva portato alla mancanza di dollari nel paese, con una conseguente svalutazione senza precedenti della lira egiziana.
Dopo dieci anni, la scomparsa di Giulio Regeni resta una ferita aperta per i rapporti tra Italia ed Egitto ma anche per tutti coloro che a livello individuale conoscono e studiano questo paese, in particolare per chi fa ricerca e giornalismo.
Soltanto il completo accertamento delle responsabilità egiziane a tutti i livelli nell’assassinio del giovane studioso italiano potrà finalmente chiudere una pagina così dolorosa, il cui processo è raccontato nelle sale italiane in questi giorni (dal 2 al 4 febbraio) nel documentario di Simone Manetti “Giulio Regeni. Tutto il male del mondo”.